Mondiali di Tango BA:

Dall’Italia, ma con lo sguardo sempre rivolto a Buenos Aires e al Festival e Campionato Mondiale di Tango BA, per comprenderlo in una prospettiva più ampia che vada oltre la sola incoronazione dei campioni del mondo nelle due categorie principali, Tango de Pista e Tango Escenario.

Ne parliamo con Silvio Zalambani, sassofonista e compositore, che ha guidato l’Ensemble di Sassofoni del Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani al Tango BA Festival y Mundial 2025, e con Gustavo Claros, insegnante di spagnolo e profondo conoscitore del Lunfardo. Giornalista di Radio Cooperativa, conduce una trasmissione dedicata alla cultura latinoamericana; vive a Padova, è laureato in Scienze Politiche e da sempre nutre una grande passione per il tango.

Silvio Zalambani e l’Ensemble di Sassofoni del Conservatorio Statale di Musica “Antonio Scontrino” di Trapani

Prima della partenza avevi dichiarato: “a Buenos Aires significa che il nostro progetto è riuscito a dialogare con l’essenza stessa del tango. Con il progetto MUSIC4D vogliamo dimostrare che il tango non è solo danza ma anche ricerca musicale, fusione di linguaggi e incontro tra culture.” Dopo questa esperienza — vissuta con un gruppo di giovani al loro primo viaggio in America Latina — cosa aggiungeresti a quelle parole?

Silvio Zalambani : Confermo totalmente quanto detto in partenza: l’invito a Buenos Aires ha rappresentato la validazione del progetto nelle sue intenzioni culturali e artistiche. Per me, che conosco la città e vi torno spesso — l’ultima visita risale a marzo — è stata un’esperienza che ha consolidato conoscenze già acquisite. Per i ragazzi del Conservatorio di Trapani, molti dei quali non avevano mai attraversato l’oceano, è stata invece una scoperta emozionante: per loro quella realtà è apparsa più viva e complessa rispetto all’immagine comune del tango come semplice spettacolo.

Siamo arrivati con un anticipo di una settimana e abbiamo suonato il giorno inaugurale — il 20 agosto, nella Hall del Teatro San Martín — ma siamo poi dovuti ripartire presto, perdendo parte degli ascolti successivi: il Festival e il Mondiale erano infatti articolati su un periodo che si è concluso il 2 settembre, con una prima fase prevalentemente dedicata all’ascolto e alla musica e una seconda parte incentrata sulle competizioni. Ho ritenuto importante sottolineare questo aspetto, perché molti — anche in Italia — credono che il Mondiale sia esclusivamente la gara di tango de pista o di tango escenario, ignorando l’ampiezza della proposta culturale che precede la competizione.

Domenica Di Vittorio

Hai parlato dell’impressione dei tuoi allievi. Che reazioni avete registrato, anche a livello mediatico?

Silvio Zalambani : I ragazzi sono rimasti sorpresi e toccati dalla centralità della musica nel Festival. Al loro ritorno, nel gruppo di progetto è emerso sconcerto: mi hanno scritto — «Ma professore, noi c’eravamo; rappresentavamo l’Italia; era un progetto totalmente italiano, con musica originale composta da me — e i TG nazionali hanno parlato solo del ballo, ignorando la nostra presenza e la parte musicale». Questo episodio mette in luce una questione internazionale: il messaggio commerciale dominante tende a privilegiare l’immagine del ballo, che attira l’attenzione e la risonanza mediatica, a scapito della dimensione musicale, poetica e letteraria del tango.

Il tango non può essere ridotto a un’immagine spettacolare: è un linguaggio complesso che nasce dalla parola, dalla poesia, dalla vita quotidiana di Buenos Aires. I grandi autori di testi di tango erano poeti, e nelle loro parole si ritrova la città, con le sue contraddizioni e i suoi sogni. Per questo la musica porta dentro di sé la cadenza del parlato porteño: non si tratta di eseguire note corrette, ma di dirle con la voce di quella cultura.»

https://www.youtube.com/playlist?list=PLkyphSsYcyskBOS2qzjB8UAGUyVFiUO9w

Quindi, dal tuo punto di vista, si tratta di un problema di percezione pubblica più che di sostanza artistica?

Silvio Zalambani: Esattamente. Storicamente il Festival nacque come rassegna musicale e letteraria —  la prima edizione è del 1999  — e le competizioni di ballo furono introdotte in seguito nel 2003. Il tango è intrinsecamente legato alla parola, al canto e alla poesia: i grandi autori dei testi erano poeti e la musica del tango è fortemente vincolata alla prosodia del parlato cittadino. Per questo, nelle mie lezioni e masterclass invito sempre i musicisti ad ascoltare il modo di parlare dei porteños: la morfologia del parlato, le inflessioni, la scansione delle frasi si ritrovano nella musica — non è una questione di note, ma di come quelle note vengono «dette».”

https://tangoba.org/mundial-de-tango-2025/actividades-del-festival-2025/

Gustavo Claros che ho raggiunto telefonicamente per completare questo articolo ha affermato questo «Io in Italia ballo il tango e quando vado a Buenos Aires lo respiro». Che valore ha quella differenza tra pratica ed esperienza?

Silvio Zalambani : La frase di Gustavo coglie esattamente la differenza sostanziale: all’estero si può praticare il tango come disciplina; a Buenos Aires lo si vive come ambiente culturale e quotidiano. Per questo, nella preparazione al viaggio ho lavorato molto con i ragazzi: ero l’unico del gruppo a conoscere la città e la lingua, perciò ho cercato di fornire loro le «chiavi» di accesso alla vita musicale e sociale locale. Ho anche richiamato l’immagine suggerita da Bergoglio: Buenos Aires è dall’altra parte del mondo — all’inizio può sembrare europea, ma dopo poco si percepisce con chiarezza la sua identità distinta. Gli studenti sono entrati in sintonia con questo contesto in modo quasi immediato, segno che la preparazione è stata efficace.”

In che modo i tuoi studenti hanno percepito questo rapporto tra musica e società?

Silvio Zalambani : “Ne sono rimasti affascinati. Ho spiegato loro che il tango si comprende davvero solo se lo si respira nel suo contesto, perché a Buenos Aires non è spettacolo ma vita. Non è un caso che quando abbiamo suonato alla EMPA  i docenti abbiano interrotto le lezioni per ascoltarci: lì c’è un rispetto per chi fa musica che da noi spesso manca. Anche nei locali, nei ristoranti, il silenzio scende appena comincia un concerto. È un atteggiamento che dice molto del valore sociale attribuito alla musica.

 

Quindi il tango, per te, è anche una chiave di lettura della società argentina?

Silvio Zalambani : “Certamente. Il tango nasce da una città cosmopolita, figlia di emigrazioni, di mescolanze culturali e linguistiche. È memoria collettiva, racconto sociale e al tempo stesso ricerca artistica. Quando si limita il tango alla sola immagine di due ballerini, lo si impoverisce: il ballo è parte integrante, ma non è tutto. A Buenos Aires il tango è letteratura, è poesia, è linguaggio, è la voce di un popolo che ha saputo trasformare le proprie contraddizioni in arte.”

Dove vi siete esibiti e quali sono stati i momenti salienti delle vostre performance?

Silvio Zalambani : “Abbiamo aperto la giornata inaugurale nella Hall del Teatro San Martín, ci siamo esibiti nell’auditorium dell’Universidad Nacional de las Artes — l’unica università che offre un corso specifico di tango con tanto di orchestra — e alla Escuela de Música Popular di Avellaneda (EMPA), considerata la scuola più importante per il tango al mondo. Alla EMPA, con i suoi numerosi iscritti, il responsabile del settore tango — Alejandro Bordas — ci ha spiegato che fino a quel momento avevano avuto un solo allievo italiano. Quando abbiamo suonato in una sala d’ingresso della scuola, con il bar di fronte, gli insegnanti hanno sospeso le lezioni e sono scesi con gli allievi per ascoltarci: un gesto spontaneo di rispetto e partecipazione che, almeno da noi, è rarissimo .

Avete assistito ad altri concerti: che impressione hanno fatto ai tuoi studenti?

Silvio Zalambani : Abbiamo potuto ascoltare progetti che difficilmente arrivano in Europa e, per questo, sono stati fonte di grande meraviglia. Tra gli eventi a cui abbiamo assistito: il trio di Rodolfo Mederos — musicista che ha suonato con l’orchestra di Pugliese e con Astor Piazzolla — e l’orchestra Fernández Fierro in una performance al CAFF, luogo storico dell’avanguardia del tango. Abbiamo inoltre seguito il progetto di Julián Peralta, figura di riferimento del tango contemporaneo. In Argentina il pubblico mostra un rispetto per la musica che altrove spesso manca: in alcuni locali, al segnale dell’inizio, cala un silenzio assoluto, come a teatro. Per i ragazzi è stato un confronto netto con l’abitudine europea di considerare la musica dal vivo talvolta mera colonna sonora di una cena.”

Hai menzionato interpreti e autori della cosiddetta «nuova onda» del tango contemporaneo. Come la definisci e chi ne è esponente principale?

Silvio Zalambani:Negli ultimi venticinque anni il tango ha sviluppato diverse linee innovative che sono spesso riassunte nella categoria «tango siglo XXI». Tra i creatori di maggiore rilievo considero Julián Peralta e Diego Schissi; accanto a loro, a mio avviso, figura anche Sonia Possetti. Questi autori e progetti stanno ridefinendo il linguaggio del tango contemporaneo, integrando elementi di ricerca formale e contaminazioni stilistiche.”

Durante il soggiorno avete confrontato anche diverse tipologie di spettacolo: quali sono le differenze tra il «tango per turisti» e la scena artistica che avete incontrato?

Silvio Zalambani: “Ho organizzato, per confronto, la visione di uno spettacolo tipico per turisti situato sull’Avenida 9 de Julio, nei pressi dell’Obelisco: uno show costruito su cliché pensati per il pubblico esterno. Su invito, i ragazzi hanno assistito e sono usciti sbalorditi e in parte disgustati; molti si sono sentiti in una posizione quasi di distanza critica. Lì la musica e la danza sono spesso messe al servizio dell’intrattenimento commerciale — un’importante fonte di reddito per molti musicisti che, però, quando escono da quel circuito tornano a suonare nelle milonghe o nei contesti meno «turistici» con approcci molto diversi. Questo duplice registro è parte della realtà locale.

Che bilancio personale trai da questo progetto e quale responsabilità porti a casa come docente e coordinatore?

Silvio Zalambani: “Il bilancio è estremamente positivo: abbiamo realizzato un progetto musicale interamente italiano, con repertorio originale, e siamo stati accolti con entusiasmo. Per i ragazzi è stata un’occasione di crescita sia artistica sia personale. Tornare con questa esperienza implica una responsabilità: far circolare nel nostro contesto l’idea di tango come linguaggio complesso e plurale, non riducibile a un’immagine spettacolare. Bisogna continuare a promuovere progetti che mettano al centro la ricerca musicale, l’incontro di culture e la trasmissione di consapevolezza storica.”

Se Zalambani ci ha offerto la visione del musicista e del compositore, con Gustavo Claros docente di spagnolo e studioso del lunfardo, che ci accompagnerà a scoprire i legami tra lingua, cultura e società argentina

Cosa significa “vivere” il Mondiale a Buenos Aires?

Gustavo Claros:In Italia ballo il tango, a Buenos Aires lo vivo. Là lo si respira davvero, in ogni angolo della città. Il Mondiale non è solo le due finali più conosciute — il Tango de Pista e il Tango Escenario al Teatro Grande — ma un fenomeno molto più ampio, che coinvolge concerti, conferenze, incontri con musicisti, spettacoli teatrali e di danza. Sfogliando il programma ci si accorge che il tango non è confinato alla pista: lo si incontra nei teatri, nei centri culturali, nei quartieri popolari. È un linguaggio che accompagna tutto l’anno, non soltanto nei giorni del Festival, e che va ben oltre l’immagine del ballo pensata per i turisti.”

Quindi il tango non può essere ridotto alla sola immagine della danza?
Gustavo Claros: “Esattamente. Molti dei tanghi più celebri non sono nemmeno ballabili eppure fanno parte della memoria collettiva. Penso a Yira Yira, che parla della crisi del 1929: un testo che ancora oggi risuona attuale e che tutti conoscono. Oppure a Caminito, Mano a mano e tanti altri brani che la gente canticchia nelle strade o nei taxi, senza necessariamente ballarli. Questo dimostra che il tango è prima di tutto parola, poesia e canto, ed è così che diventa racconto sociale, eredità trasmessa di generazione in generazione. Nei concerti di artisti come Lidia Borda ho visto un pubblico composto in gran parte da argentini, non da turisti: persone che si ritrovano in quelle storie cantate, che riconoscono se stesse nella voce dei poeti del tango.”

Qual è il legame tra tango e letteratura?

Gustavo Claros

Gustavo Claros: “Molti dimenticano che il tango è un capitolo fondamentale anche della letteratura argentina. Borges gli ha dedicato pagine memorabili, basti pensare alla Milonga de Jacinto Chiclana, che racconta i quartieri, i suburbios, le figure del malevo — elementi che ritroviamo innumerevoli volte nei testi dei tanghi. È un patrimonio poetico che non si può scindere dalla musica, perché lì dentro c’è il respiro della città e della sua gente. La letteratura ha nutrito il tango e il tango ha alimentato la letteratura: basta leggere i versi di Borges o i testi scritti con Piazzolla e Ferrer per capire come questo linguaggio sia molto più vasto di una melodia da ballare.”

Quest’anno il Festival ha avuto anche un risvolto politico. Come lo hai percepito?
Gustavo Claros: “Il tango non è mai separato dalla vita sociale e politica dell’Argentina. Quest’anno, per la prima volta, il sindaco di Buenos Aires è salito sul palco per consegnare il premio della finale del Tango Escenario. È stato un gesto chiaramente legato al clima elettorale e il pubblico lo ha accolto con fischi e contestazioni. Questo episodio ricorda che il tango è anche spazio di libertà, di espressione critica, di partecipazione collettiva. Nel corso della sua storia ha attraversato momenti di censura e di marginalizzazione, ma è sempre tornato a essere voce di un popolo, capace di reinventarsi senza perdere la propria identità.”

Hai parlato di nuove forme e innovazioni: qual è oggi il posto del tango queer?
Gustavo Claros: “Negli ultimi anni il tango queer è cresciuto moltissimo, insieme a una maggiore libertà nello scambio dei ruoli: si vedono coppie di donne, di uomini, e giovani che interpretano il ballo senza schemi prefissati. Questo è il segno di una cultura viva, capace di rinnovarsi. Purtroppo, nelle finali del Mondiale non si è vista nessuna coppia queer: una mancanza che stride con la realtà quotidiana delle milonghe, dove invece questa presenza è naturale e riconosciuta. È un limite della competizione ufficiale, che non restituisce tutta la ricchezza e la varietà del tango di oggi, che incontri quando vai in Milonga . A mio avviso questa discrepanza mostra che il tango, oltre a essere arte e cultura, è anche uno specchio dei processi sociali: racconta come una comunità si rappresenta e come vuole essere vista. Vedere coppie diverse ballare insieme significa riconoscere che il tango appartiene a tutti, e che continua a essere, ancora oggi, un linguaggio di libertà .”

E come convivono le generazioni nelle milonghe?
Gustavo Claros: “Spesso si creano ambienti distinti: ci sono milonghe frequentate soprattutto da anziani, altre in cui prevalgono i giovani. Ma ovunque si respira un senso di appartenenza, perché il tango è un linguaggio che attraversa l’età e mette in dialogo mondi diversi. Una caratteristica che colpisce chi arriva da fuori è la presenza costante delle orchestre dal vivo: nelle milonghe di Buenos Aires non ci si affida solo al dj, ma si ascoltano musicisti in carne e ossa. Questo fa capire perché io dico che in Italia ballo il tango, ma a Buenos Aires lo vivo: perché lì è una cultura che pulsa, che unisce musica, parola, poesia e vita quotidiana.”

Se da un lato il tango è linguaggio musicale che si rinnova attraverso contaminazioni sonore, dall’altro è cultura vissuta quotidianamente, identità sociale, poesia e memoria collettiva, in qualunque modo decidiamo di accostarla, non si può che rimanere travolti ed affascinati.

Barbara Savonuzzi

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Barbara Savonuzzi
Sono autrice e collaboratrice culturale di Faitango. Veneziana d’origine, da sempre amo scrivere, leggere e lasciarmi attraversare dalla musica. La vicinanza del Teatro La Fenice ha nutrito fin da giovane la mia sensibilità e mi ha insegnato a riconoscere nella lirica il respiro dell’anima. Durante il lockdown, insieme all’amica Chiara Cecchinato, ho creato il blog “Un tango con il Tenore”. Sotto lo pseudonimo di Rosaspina Briosa ho iniziato a esplorare il dialogo tra lirica e tango, due linguaggi che, attraverso epoche e culture diverse, raccontano l’animo umano. Dal 2022 collaboro con Faitango, approfondendo la dimensione culturale del tango grazie al prezioso accompagnamento di Giuseppe Speccher ed Ernesto Valles Galmés, figure che hanno contribuito alla mia crescita e formazione. Mi occupo di interviste, reportage e approfondimenti, dando voce a chi fa cultura nel tango e contribuendo a costruirne una memoria contemporanea. Con la mia penna — che amo definire una scopa gentile, capace di far emergere la polvere luminosa dei piccoli grandi tesori del tango — cerco di restituire un ritratto autentico e attuale del tango italiano. Raccontarlo dal vivo, attraverso le voci di chi lo vive e lo custodisce, è per me una responsabilità e un privilegio: quello di restare imparziale e offrire spazio alle diverse visioni di tango che convivono oggi.

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