Il tango, una tradizione musicale da trasmettere Fabrizio Mocata e le nuove generazioni nei Conservatori

Fabrizio Mocata

Il percorso di Fabrizio Mocata nella formazione musicale nei Conservatori prende avvio nel 2022 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, dove è nata la Tango Young Orchestra, e prosegue con il laboratorio realizzato al Conservatorio Vincenzo Bellini di Catania. Pianista, compositore e arrangiatore, con lui, una riflessione sul linguaggio del tango, sull’incontro fra formazione classica e jazz e sulle possibilità che si aprono per le nuove generazioni.

Tutto parte dalla musica: dalla sua storia, dal suo linguaggio, dalla sua capacità di attraversare i confini e di incontrare altri musicisti. Ma che cosa accade quando il tango entra in un luogo deputato alla formazione musicale? Quali domande pone a chi lo studia e a chi è chiamato a insegnarlo?

È da queste domande che prende avvio il nostro incontro con Fabrizio Mocata, seguendo un percorso nel quale la ricerca musicale si intreccia con la formazione e con la possibilità di trasmettere il tango alle nuove generazioni.

Il sostegno di Faitango ha accompagnato, a partire dal 2022, l’esperienza al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, dalla quale è nata la Tango Young Orchestra. Negli anni, la formazione ha avuto occasione di misurarsi con contesti diversi: dal concerto Cruzando Aguas nel Parco archeologico di Selinunte, nell’agosto 2024,alla Milonga Solidaria di Livorno del giugno 2025,fino alla partecipazione a Il Sogno di Alessandro Francini, dove l’orchestra diretta dal maestro Fabrizio Mocata ha portato la musica dal vivo in un appuntamento che unisce tango e solidarietà.

Oggi il percorso ci conduce in Sicilia, al Conservatorio Vincenzo Bellini di Catania, dove nell’anno accademico 2025-2026 Mocata ha tenuto un laboratorio di musica d’insieme a indirizzo tango, conclusosi l’8 ottobre con un concerto nella Sala Pacini.

L’esperienza, sviluppata nell’ambito del Dipartimento di Nuovi Linguaggi Musicali e della Scuola di Jazz, ha coinvolto anche studenti del percorso classico. È nell’incontro fra queste differenti formazioni che si apre una nuova possibilità di ricerca musicale.

Ne parliamo con Fabrizio Mocata, partendo dal lavoro realizzato a Catania.

Dalla musica alla formazione: l’incontro fra linguaggi differenti.

Fabrizio, l’8 ottobre si è concluso il laboratorio al Conservatorio Bellini con un concerto di circa un’ora. Che esperienza è stata e che cosa avete portato sul palco?

“Abbiamo terminato questo laboratorio, che si è svolto nell’anno accademico 2025-2026, con il concerto finale nella Sala Pacini del Conservatorio di Catania. Hanno partecipato numerosi studenti e abbiamo preparato un programma che comprendeva brani della tradizione del tango, ma anche composizioni più moderne di Astor Piazzolla.

Abbiamo cercato di seguire anche l’inclinazione di molti ragazzi che provenivano dal Dipartimento di Jazz, insieme agli studenti del Dipartimento classico, cercando di fondere questi due mondi attraverso il linguaggio del tango. È stata veramente una bella esperienza, anche per la partecipazione dei ragazzi, che hanno mostrato curiosità, interesse e apertura verso questo genere musicale”.

Che cosa può offrire il tango a giovani musicisti che hanno già intrapreso un percorso di studio, ma non hanno necessariamente familiarità con questa musica?

“Sicuramente c’era chi aveva già un interesse, ma non aveva idea di che cosa fosse il tango e di come approcciarlo, soprattutto a livello tecnico e strumentale. Le due cantanti, per esempio, avevano già frequentato generi affini, in ambito ispanico e brasiliano, ma non avevano mai affrontato il tango vero e proprio. Sono rimaste molto interessate a sviluppare questo percorso.

Tra gli strumentisti so già che quattro o cinque continueranno, soprattutto pianisti, ma anche chitarristi, contrabbassisti e violinisti. Si è aperto un interesse vero, genuino, al di là della frequenza del corso, della realizzazione del concerto e dell’arricchimento accademico che un’esperienza del genere può offrire”.

Il laboratorio, quindi, non ha rappresentato soltanto l’occasione di avvicinarsi a un repertorio nuovo. Ha permesso agli studenti di misurarsi con un linguaggio musicale che richiede competenze interpretative specifiche e un diverso modo di affrontare il rapporto fra scrittura ed esecuzione.

Il lavoro con il tango porta gli studenti a sviluppare anche un modo diverso di ascoltare e di suonare insieme?

“La codificazione della musica è sempre la stessa, ma devono imparare a rendere il linguaggio del tango, come devono imparare a suonare il barocco, il romantico o il contemporaneo. C’è un modo nuovo di leggere la musica e di interpretarla.

È stato molto interessante far convivere il mondo della musica scritta, perché il tango è musica scritta, con quello dell’improvvisazione, che apparteneva all’esperienza di questi ragazzi provenienti dal jazz.

Ho cercato anche di stimolarli a creare un accompagnamento utilizzando gli strumenti che mettevo loro a disposizione, ma in maniera estemporanea. Questa è stata una parte del seminario molto divertente e interessante, nella quale si sono confrontati i diversi approcci che ciascuno portava con sé rispetto alla musica.

Il fatto che abbiano trovato un terreno comune, siano riusciti a far funzionare musicalmente i brani e abbiano creato un’amalgama è stato un passo importante, che li ha arricchiti molto”.

In queste parole si trova uno degli aspetti centrali dell’esperienza: il tango diventa il terreno sul quale studenti con percorsi musicali differenti, si possono incontrare, mettere alla prova le proprie competenze e imparare a costruire un risultato condiviso.

Dal laboratorio al concerto: imparare ad ascoltarsi

Come si è sviluppato concretamente il lavoro con gli studenti?

“Il primo incontro è stato prima dell’estate. Ho lasciato ai ragazzi alcuni ascolti, in modo che potessero comprendere meglio quanto avevamo affrontato nella prima lezione e quello che avevamo fatto, inizialmente, in maniera molto empirica.

Alla ripresa delle lezioni, all’inizio di settembre, abbiamo intensificato gli incontri e messo insieme un repertorio. Non sono stati tre mesi pieni di lavoro, ma la cosa bella è che i ragazzi si sono messi in gioco. Sono rimasto molto sorpreso dal bellissimo risultato che hanno ottenuto”.

Il percorso ha dunque alternato un primo momento di avvicinamento e ascolto a una fase più intensa di preparazione del repertorio. Al di là della durata del laboratorio, per il maestro Fabrizio Mocata ha avuto un peso importante la disponibilità degli studenti a mettersi alla prova con una musica che non conoscevano.

L’8 ottobre, durante il concerto finale, c’è stato un momento nel quale hai percepito che qualcosa era cambiato nel loro modo di stare insieme musicalmente?

“Sicuramente avevano superato la paura di confondersi o di sbagliare una nota. Ho visto che si cercavano l’un l’altro e cercavano di costruire un suono comune, pur nelle diversità del loro modo di sentire la musica.

Fabrizio Mocata

Questa è stata la cosa più importante, perché da fuori si sentiva un gruppo di musicisti compatto. È un aspetto che ho sottolineato e apprezzato molto. Questo spirito è fondamentale nella musica, a tutti i livelli: più si riesce a ottenerlo nel processo formativo, più sarà facile portarlo, successivamente, anche in un contesto adulto e professionistico”.

La costruzione di un suono comune diventa così qualcosa che riguarda non soltanto l’esecuzione, ma la formazione stessa del musicista. Imparare a suonare insieme significa trovare un equilibrio fra la propria identità e l’ascolto degli altri, assumendosi la responsabilità di ciò che accade musicalmente nel gruppo.

Dall’esperienza di Firenze alla possibilità di continuare

L’esperienza di Catania si inserisce in un percorso più ampio. Nel 2022, al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, il lavoro didattico di Mocata aveva dato origine alla Tango Young Orchestra, una formazione giovanile che negli anni ha avuto occasione di esibirsi in diversi contesti.

Nel raccontare il percorso siciliano hai richiamato anche l’esperienza della Tango Young. Che cosa succede quando i giovani musicisti cominciano a proseguire il lavoro anche autonomamente?”

“Il fatto di suonare in milonga pone altri interrogativi, presenta altri ostacoli e fa sicuramente crescere. Come già ricordavi, la Tango Young ha cominciato nel 2022 e adesso si muove anche autonomamente. Si sono formati dei piccoli gruppi che suonano negli eventi anche quando io, per altri impegni, non sono disponibile. Sono già organizzati e hanno sempre ottimi riscontri.

È importante dare una direzione, ma poi il musicista, con la sua curiosità, la sua apertura mentale e la capacità di ascolto, riesce a proseguire un percorso. I passaggi da affrontare sono tanti”.

Possiamo allora considerare anche l’esperienza di Catania come un primo nucleo giovanile che può crescere nel tempo?

“Sono tutti ragazzi che hanno già un’identità musicale. Questo è molto bello. Anche loro hanno dato il proprio carattere a quello che abbiamo fatto, e mi è piaciuto molto il fatto che siano riusciti a esprimersi con personalità in un genere che non conoscevano. Questo ha reso il lavoro molto vivace, verace e fruibile”.

Il confronto con la Tango Young permette di porre una domanda sul futuro del laboratorio siciliano, senza presupporre che esista già una formazione stabile. A Catania, infatti, l’esperienza ha suscitato un interesse che potrebbe avere sviluppi ulteriori.

Fabrizio Mocata racconta che alcuni studenti hanno manifestato la volontà di continuare a studiare il tango e che il direttore del Conservatorio si è mostrato entusiasta del risultato, auspicando la possibilità di organizzare un nuovo laboratorio nell’anno successivo. Ha inoltre prospettato la disponibilità di spazi per eventi capaci di mettere in relazione l’attività formativa con occasioni pubbliche, come concerti e milonghe.

Il docente descrive questa esperienza come una piccola branca che nasce nell’ambito del Dipartimento di Nuovi Linguaggi Musicali e della Scuola di Jazz, ma che si apre all’intero Conservatorio. Il tango, osserva, può offrire a musicisti classici e moderni una possibilità di avvicinamento e di espressione che attraversa i confini dei singoli percorsi accademici.

Dall’aula alla milonga: il rapporto con chi ascolta e danza

La possibilità di far suonare i ragazzi nelle milonghe siciliane sarebbe un ulteriore passaggio. Che cosa cambia per un musicista quando il tango viene suonato per chi ascolta e balla?

“C’è una parte di studio e di apprendimento, ma ci vuole anche una parte di evoluzione. Suonare in milonga pone altri interrogativi e altri ostacoli, e sicuramente fa crescere”.

La milonga mette il musicista in relazione con chi danza, in una situazione diversa da quella della lezione o del concerto preparato in aula. Per affrontarla servono curiosità, apertura mentale e capacità di ascolto, qualità che il maestro Fabrizio Mocata considera fondamentali per proseguire il proprio percorso.

In questo lavoro di formazione emerge anche una riflessione più ampia sulla storia del tango e sulla possibilità di conoscerne meglio le radici. Quanto è importante, secondo te, che il tango venga studiato e trasmesso anche nei Conservatori italiani?

“Io la chiamo una fase di riappropriazione, perché il tango nasce a Buenos Aires e l’apporto dei nostri emigranti italiani è stato fondamentale e innegabile. Anche suonarlo e trasmetterlo nella didattica aiuta a comprendere tutte le particolarità del tango e tutta l’italianità che c’è nel tango”.

Lo studio del tango in ambito accademico permette così di approfondire non soltanto le competenze necessarie a interpretarlo, ma anche la storia di un linguaggio musicale nato in Argentina, nel quale sono confluiti esperienze e apporti culturali differenti.

La formazione, in questa prospettiva, non riguarda soltanto l’acquisizione di competenze tecniche, ma anche la conoscenza della musica che si interpreta, delle sue origini e delle relazioni culturali che ne hanno accompagnato lo sviluppo.

Che cosa rimane dopo il concerto

Al termine dell’intervista, Fabrizio propone di leggere alcuni messaggi ricevuti dagli studenti. Sono testimonianze spontanee, nelle quali emerge la gratitudine per l’esperienza vissuta, per le parole ricevute dentro e fuori dal palco e per l’attenzione dimostrata nell’insegnamento.

Uno dei messaggi ringrazia il maestro per aver offerto ai ragazzi un’esperienza formativa nella quale hanno trovato non soltanto un approfondimento musicale, ma anche un rapporto umano significativo.

Il maestro Fabrizio Mocata ne parla con emozione: sono parole che gli fanno capire che il percorso intrapreso ha incontrato giovani pronti a recepirlo, e che l’interesse suscitato può andare oltre il tempo di un laboratorio.

È qui che il racconto torna alla domanda iniziale: che cosa può accadere quando il tango entra in un Conservatorio e incontra nuove generazioni di musicisti?

L’esperienza del Bellini ha aperto una possibilità, ma perché non resti un episodio isolato occorre darle continuità. L’interesse manifestato da alcuni studenti e l’auspicio di una nuova edizione del laboratorio sono segnali incoraggianti; il passo successivo sarà creare le condizioni perché questo lavoro possa proseguire, anche attraverso il confronto con la musica dal vivo e con il pubblico delle milonghe.

Fabrizio Mocata conclude con una frase semplice: «C’è speranza».

Forse è proprio questo il senso più profondo di un percorso formativo: non soltanto trasmettere un linguaggio musicale, ma mettere i giovani nelle condizioni di conoscerlo, farlo proprio e trovare, attraverso di esso, una propria voce.

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Barbara Savonuzzi
Sono autrice e collaboratrice culturale di Faitango. Veneziana d’origine, da sempre amo scrivere, leggere e lasciarmi attraversare dalla musica. La vicinanza del Teatro La Fenice ha nutrito fin da giovane la mia sensibilità e mi ha insegnato a riconoscere nella lirica il respiro dell’anima. Durante il lockdown, insieme all’amica Chiara Cecchinato, ho creato il blog “Un tango con il Tenore”. Sotto lo pseudonimo di Rosaspina Briosa ho iniziato a esplorare il dialogo tra lirica e tango, due linguaggi che, attraverso epoche e culture diverse, raccontano l’animo umano. Dal 2022 collaboro con Faitango, approfondendo la dimensione culturale del tango grazie al prezioso accompagnamento di Giuseppe Speccher ed Ernesto Valles Galmés, figure che hanno contribuito alla mia crescita e formazione. Mi occupo di interviste, reportage e approfondimenti, dando voce a chi fa cultura nel tango e contribuendo a costruirne una memoria contemporanea. Con la mia penna — che amo definire una scopa gentile, capace di far emergere la polvere luminosa dei piccoli grandi tesori del tango — cerco di restituire un ritratto autentico e attuale del tango italiano. Raccontarlo dal vivo, attraverso le voci di chi lo vive e lo custodisce, è per me una responsabilità e un privilegio: quello di restare imparziale e offrire spazio alle diverse visioni di tango che convivono oggi.