Il canto poetico dell’Argentina: tre generazioni di Aisemberg sul palco, tra musica, memoria e radici

L’8 ottobre al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara un recital costruito attorno alla poesia argentina e alla memoria dei desaparecidos. Protagonista anche la famiglia Aisemberg, con tre generazioni di musicisti riunite per la prima volta insieme.

E forse è proprio questa una delle immagini più significative che accompagneranno, l’8 ottobre al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, il recital “Il canto poetico dell’Argentina”.

Sul palco del Ridotto, per la prima volta insieme, tre generazioni della famiglia Aisemberg, accanto ad altri musicisti e artisti: Patricio Lolli, voce recitante; Aloisa Aisemberg, canto; Max Gentilizzi, oboe; Fabio Bonora, clarinetto e clarinetto basso; Hugo Aisemberg al pianoforte e Theo Aisemberg al clarinetto, come ospite.

Un appuntamento promosso dall’Associazione Culturale Astor Piazzolla di Ferrara insieme all’Associazione 24 Marzo “Nunca Mas”, che porta già nel titolo una dichiarazione precisa: non si tratta soltanto di ascoltare musica, ma di attraversare, attraverso la musica e la poesia, una parte della storia argentina.

Hugo Aisemberg, una vita dentro la musica

Al centro di questa storia c’è Hugo Aisemberg, pianista argentino nato a Buenos Aires nel 1938, arrivato in Italia nel 1971 dopo gli studi all’Accademia Franz Liszt di Budapest. Per trent’anni ha insegnato pianoforte al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro, affiancando all’attività didattica una lunga esperienza concertistica.

Hugo Aisemberg

Nel 1987 ha fondato il gruppo strumentale Novitango, dedicato in particolare alla diffusione dell’opera di Astor Piazzolla, e ha fondato a Ferrara l’Associazione Culturale Astor Piazzolla.

Il suo percorso racconta dunque già una storia di attraversamenti: Argentina e Italia, musica classica e tango, attività concertistica e didattica, ricerca e divulgazione.

Ma forse, per comprendere fino in fondo il significato della serata di Ferrara, c’è un altro dato che merita di essere osservato: la musica che continua a passare da una generazione all’altra.

Già nel 1987 Hugo Aisemberg aveva dato vita a Novitango insieme al figlio Juan Lucas, musicista e violista.

La collaborazione tra padre e figlio sarebbe diventata parte di un lungo percorso artistico legato alla musica di Piazzolla.

Oggi quella continuità assume una forma ancora più evidente con la presenza sul palco di tre generazioni.

Non è soltanto una curiosità familiare. È una domanda che riguarda anche il nostro presente

Aloisa Aisemberg

Che cosa significa trasmettere la musica?

Accanto al pianoforte di Hugo Aisemberg, la voce di Aloisa Aisemberg assume in questo percorso un significato particolare. La voce nasce dentro il corpo ed è forse lo strumento più intimamente legato alla nostra dimensione umana: e si appoggia sul fiato. E il fiato è il respiro primordiale della vita.

È nella voce cantata dal vivo che quella trasmissione diventa corpo, vibrazione, presenza: qualcosa che nasce da un essere umano e raggiunge un altro essere umano.

Una trasmissione che non passa soltanto dalle parole

Viviamo in un tempo nel quale l’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente anche nel mondo della produzione artistica. Può elaborare, imitare, combinare, riprodurre. Può persino avvicinarsi sempre di più alla simulazione di ciò che abbiamo imparato a riconoscere come espressione artistica.

E proprio per questo, forse, diventa ancora più importante ricordare ciò che accade quando la musica viene trasmessa attraverso le persone.

Un bambino che cresce ascoltando uno strumento in casa, che vede un genitore studiare, provare, sbagliare, ricominciare, che ascolta musica prima ancora di comprenderne la struttura, riceve qualcosa che non è soltanto una competenza.

Riceve un linguaggio.

È una trasmissione fatta di tempo, ascolto, presenza, imitazione, relazione. Una trasmissione che non può essere separata completamente dalla dimensione affettiva nella quale avviene.

Juan Lucas Aisemberg

Ed è forse qui che la vicenda degli Aisemberg acquista un significato che va oltre la singola famiglia.

Perché la musica, prima ancora di essere un prodotto culturale o un comparto dell’industria dello spettacolo, è una delle forme attraverso le quali gli esseri umani imparano ad ascoltarsi.

E ascoltare non significa soltanto sentire.

Significa concedere attenzione a qualcosa che viene da un altro essere umano.

La memoria di un Paese passa anche attraverso le sue famiglie

Il programma di Ferrara si colloca dentro una memoria ancora profondamente presente nella storia argentina.

Il 24 marzo 1976 un colpo di Stato militare interruppe il governo costituzionale argentino e diede inizio alla dittatura che si sarebbe protratta fino al 1983. Quel periodo fu segnato dal terrorismo di Stato, dalle sparizioni forzate, dai sequestri, dalle torture e dalla sottrazione dell’identità di bambini nati durante la prigionia delle loro madri. La memoria di quelle vittime è oggi legata anche al lavoro delle Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo.

È significativo, allora, che un programma dedicato a quella memoria scelga di mettere al centro proprio la voce, la poesia e la musica.

I testi scelti appartengono a Mario Benedetti, Enrique Areta, Roberto Santoro, Teresa Parodi, Juan Gelman e Hebe. Le parole vengono affidate alla voce recitante e al canto e si incontrano con pianoforte, oboe, clarinetto e clarinetto basso.

Non una ricostruzione storica affidata soltanto alla parola, dunque, ma un percorso nel quale la memoria prende forma attraverso diversi linguaggi artistici.

E c’è un’immagine che accompagna tutta questa storia: quella della famiglia.

La dittatura ha lasciato dietro di sé assenze che hanno attraversato generazioni. Le Madres e le Abuelas

Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo

hanno trasformato la ricerca dei propri figli e nipoti in una battaglia per la verità, la giustizia e l’identità.

La famiglia Aisemberg, invece, arriva sul palco portando una continuità diversa: non quella dell’assenza, ma quella della trasmissione.

È una suggestione che non cancella la tragedia, ma permette di guardarla da un’altra prospettiva.

Dove una dittatura ha tentato di interrompere legami, la memoria continua a ricostruirli.

E la musica può diventare uno dei luoghi nei quali questa trasmissione continua.

Da Nonino alle radici di Piazzolla

È difficile parlare di memoria argentina senza incontrare Astor Piazzolla.

E per chi ha dedicato una parte importante della propria vita alla sua opera, come Hugo Aisemberg, il rapporto con Piazzolla non può essere ridotto alla semplice esecuzione di un repertorio.

Dentro la musica di Piazzolla convivono memoria, appartenenza, trasformazione. C’è l’Argentina, ma c’è anche l’Europa; c’è il tango, ma ci sono la musica colta, il jazz, la ricerca di una forma nuova.

E ci sono le radici.

Astor Piazzolla

Nonino, scritto da Piazzolla dopo la morte del padre Vicente “Nonino” Piazzolla, è forse uno degli esempi più evidenti di quanto la dimensione familiare possa entrare nella sua musica e trasformarsi in linguaggio universale.

È una parola, un nome, un legame affettivo che diventa musica.

Ed è proprio questo passaggio che continua a interessarci: come qualcosa di profondamente personale possa diventare condivisibile senza perdere la propria autenticità.

Perché essere presenti

Forse è questo il motivo per cui oggi vale la pena parlare anche della presenza fisica a un concerto.

Non soltanto perché un’esecuzione dal vivo offre qualcosa che una registrazione non può restituire completamente. Ma perché il concerto è uno dei pochi luoghi nei quali artista e spettatore condividono ancora lo stesso tempo.

Si entra in una sala, ci si siede, si ascolta.

Non si può chiedere all’esecutore di ricominciare perché abbiamo perso una frase musicale.

Concerto Hugo Aisemberg

Per un tempo determinato, siamo lì.

E quella forma di attenzione, oggi, ha un valore che forse non riconosciamo abbastanza.

Perché se perdiamo la capacità di ascoltare davvero, di riconoscere la bellezza di un’esecuzione che nasce davanti a noi e che davanti a noi termina, rischiamo di perdere qualcosa che va ben oltre la musica.

Rischiamo di perdere l’esercizio dell’empatia, della relazione, dell’attenzione all’altro.

La musica non è soltanto un prodotto da consumare. È un’esperienza nella quale qualcuno suona e qualcun altro ascolta. E tra questi due gesti nasce una relazione.

È forse questa una delle ragioni per cui tre generazioni di una famiglia di musicisti scelgono di salire insieme su un palcoscenico proprio per parlare di memoria.

La memoria, infatti, non è soltanto ciò che conserviamo è anche ciò che decidiamo di trasmettere.

Forse vale la pena esserci proprio per questo. Per non dimenticare che ancora oggi, una delle forme più semplici e più concrete della convivialità è: ascoltare e condividere lo stesso respiro della musica.

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Barbara Savonuzzi
Sono autrice e collaboratrice culturale di Faitango. Veneziana d’origine, da sempre amo scrivere, leggere e lasciarmi attraversare dalla musica. La vicinanza del Teatro La Fenice ha nutrito fin da giovane la mia sensibilità e mi ha insegnato a riconoscere nella lirica il respiro dell’anima. Durante il lockdown, insieme all’amica Chiara Cecchinato, ho creato il blog “Un tango con il Tenore”. Sotto lo pseudonimo di Rosaspina Briosa ho iniziato a esplorare il dialogo tra lirica e tango, due linguaggi che, attraverso epoche e culture diverse, raccontano l’animo umano. Dal 2022 collaboro con Faitango, approfondendo la dimensione culturale del tango grazie al prezioso accompagnamento di Giuseppe Speccher ed Ernesto Valles Galmés, figure che hanno contribuito alla mia crescita e formazione. Mi occupo di interviste, reportage e approfondimenti, dando voce a chi fa cultura nel tango e contribuendo a costruirne una memoria contemporanea. Con la mia penna — che amo definire una scopa gentile, capace di far emergere la polvere luminosa dei piccoli grandi tesori del tango — cerco di restituire un ritratto autentico e attuale del tango italiano. Raccontarlo dal vivo, attraverso le voci di chi lo vive e lo custodisce, è per me una responsabilità e un privilegio: quello di restare imparziale e offrire spazio alle diverse visioni di tango che convivono oggi.

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