Prima Classificata al Concorso “Voci di Tango”, Sezione Racconto

ph Pepe Larrosa
Patrizia Defranceschi. 67 anni, diversamente giovane. La lettura, la scrittura, la poesia, la musica e la danza mi hanno accompagnata per tutta la vita. Insegno da una vita per passione, scrivo per necessità interiore, La cosa più bella? Condividere e “danzare la vita”.
CABECEO
Che era arrivato settembre se ne accorgeva dai dolori alle ossa che in quel mese si facevano più insistenti e noiosi per via dell’umidità. Si tirò a sedere sul letto e si guardò intorno nella sua stanza pulita e ordinata. Uno sguardo all’orologio e la decisione di alzarsi.
Si alzò mettendo lentamente le gambe fuori dalle coperte e massaggiandosi la schiena.
Si alzò con la lentezza e la cautela che doveva ai suoi dolori e ai suoi anni.
Andò in bagno attenta a non guardarsi nello specchio. Infilò le ciabatte e poi andò al piano di sotto, scendendo la breve scaletta che portava alla cucina. Era ora di cominciare con i riti che scandivano la sua giornata.
Il primo era aprire la finestra della cucina. Spalancò le persiane e vide come al solito il vicino, già uscito di casa, che guardava, come al solito, con le mani sui fianchi e l’aria pensierosa, la sua piccola piantagione di pomodori.
“Il caffè”-pensò- “ci vuole una bella tazza di caffè. Il caffè del mattino ti conforta per tutta il giorno”
Dopo il caffè, il secondo rito della giornata: tornare di sopra, rifare il letto, mettere in ordine quel poco che aveva messo in disordine e vestirsi. Si lavò, si pettinò svogliatamente quasi senza guardarsi allo specchio. Aveva mantenuto come unico ricordo della sua gioventù, una lunga treccia che era quasi sempre scomposta e arruffata.
Tutto nella sua casa, invece era sempre in ordine, sempre nello stesso posto, come se non ci vivesse nessuno.
La sua casa era piccolissima: una cucina ed un piccolo soggiorno al piano terra, la camera da letto ed il bagno al piano superiore, un piccolo giardino e la vista sul verde. Nella sua cucina ci stavano un tavolo e due sedie, ma lei ne usava solo una… Nel suo giardino ci stavano un tavolino e due sedie, ma lei ne usava solo una…
Nel piccolo giardino, in ordine come la sua casa, aveva messo due rampicanti, uno di rose e uno di glicini, che ripagavano ad ogni primavera con un’abbondante fioritura i suoi scarsi sforzi di giardiniera.
Intorno quasi più nessuno lavorava la terra, solo il suo vicino si ostinava a far crescere pomodori…
A volte lei passava giornate intere senza parlare con nessuno, a volte una telefonata, un messaggio ad un amico, un saluto ai vicini, i pochi, che abitavano lì. Nel suo paesino vivevano quelli che non se n’erano mai andati, i pochi che come lei vi erano tornati, coppie giovani con pochi soldi per le case di città e quelli che erano arrivati chissà da dove come il suo vicino di casa. Di molti che abitavano li intorno non conosceva neppure i visi, o non li ricordava o non li aveva mai visti veramente.
Come quello del vicino. Lo vedeva ogni tanto di spalle, lo vedeva lavorare, ma in viso non si erano mai guardati. Lei non aveva mai guardato lui, lui non aveva mai guardato lei.
Era un tipo strano, un uomo solo come era sola lei.
Sola, ma non le mancava nulla. Cioè una cosa sola le mancava, le mancava ballare. Da giovane aveva ballato molto, le piaceva. Il suo corpo sembrava fatto apposta per ballare e anche adesso che gli anni erano passati era alta sottile avrebbe potuto ballare … perdersi in “quell’ abbraccio”…
A volte ascoltava “quella” musica ma da tempo aveva voluto dimenticare la sua voglia di ballare… non voleva scoprire che forse non avrebbe avuto la stessa grazia che aveva tanti anni prima.
Anche il suo vicino amava la musica… aveva visto che teneva appoggiata alla porta di casa, una chitarra. La teneva lì, la spolverava, la puliva, le parlava, ma non la suonava mai. Chissà perché? Forse anche lui temeva che le sue mani invecchiate, irrigidite non avrebbero saputo trarre da quelle corde suoni dolci come un tempo.
Per tutti e due il rito più importante della giornata, si celebrava nel pomeriggio: per lei era “la camminata”, per lui la spesa al supermercato. Ogni giorno inevitabilmente alla stessa ora compivano il loro rito. Lui entrava in casa si cambiava e poi apriva la portiera della sua vecchia automobile, saliva e metteva in moto. Lei usciva dal suo giardino, dopo essersi messa un paio di scarpe comode, e lasciava che il cancelletto che aveva la molla regolata male, sbattesse chiudendosi, invece di accostarsi dolcemente come avrebbe dovuto.
Ogni volta che lui saliva in macchina, sbatteva la portiera, metteva in moto e faceva tossicchiare il motore, lei sapeva che erano le quattro. Ogni volta che lei faceva sbattere il cancelletto lui si sapeva che erano le sei. Ogni volta che il cancelletto sbatteva lei si ripeteva che avrebbe dovuto far regolare la molla. Ogni volta che il cancelletto sbatteva lui si ripeteva che la molla del cancelletto della vicina era da regolare.
La passeggiata per lei cominciava lentamente poi piano piano il passo si faceva più elastico e veloce e allora riaffiorava qualcosa della sua gioventù, di quando danzava, qualcosa nel ritmo, nella grazia del passo e nelle lunghe gambe che erano state belle.
Anche in lui, quando saliva e scendeva con la maglietta pulita dalla sua auto, riaffiorava qualcosa del passato, nell’agilità del movimento, nel corpo magro e nelle sue spalle che erano state ampie e forti in gioventù.
In tutti e due, sui loro visi, nascosta tre le rughe innumerevoli che li solcavano, c’era ancora dolcezza e nella piega delle loro labbra, rese sottili dall’età, c’era qualcosa di non detto, di inespresso e negli occhi … gli occhi emanavano una luce quieta come se tutti e due aspettassero ancora qualche cosa, chissà un miracolo.
E il miracolo accadde. Accadde una sera all’inizio dell’autunno, alla fine di una giornata uguale a tante altre.
Al ritorno dalla passeggiata lei apri il cancello come al solito. Lui era in cortile, girato di spalle “Strano”, pensò lei. Di solito al suo ritorno il cortile era deserto. Poi si rese conto che il cancelletto non si era chiuso col solito colpo secco ma si era accostato silenzioso, ruotando dolcemente sui cardini.
E fu allora che lei volse lo sguardo verso il vicino e lui volse il suo verso di lei. I loro occhi si incontrarono, si guardarono dritti in faccia, l’un l’altro. Lui fece un piccolissimo cenno con il capo e lei rispose con un sorriso rapido. Poi lei si avvio verso casa e lui entrò nella sua baracca. Lei d’impulso salì al piano di sopra e si guardò allo specchio, riavviò i capelli in una morbida crocchia, mise una cintura alla vita per disegnare la figura … le sembrò di sentire qualche accordo di chitarra … “quella” musica …. e scese in giardino. Il vicino era uscito di casa con una bella camicia pulita. Avanzava con aria spavalda inciampando un po’ nei suoi piedi come fanno i ragazzi timidi. Lei dapprima, vedendolo avanzare, aveva abbassato gli occhi come fanno le ragazze timide, ma quando lui appoggiò la mano sulla maniglia del cancello li rialzò.
Si guardarono dritti negli occhi.
Con la voglia di ballare.





