IL SOGNO : IL CORAGGIO DI SCEGLIERE

Il sogno.
Ognuno di noi ne custodisce uno, fin dalla nascita.
Ci accompagna nel tempo, si trasforma, a volte si nasconde, a volte resiste.

E forse la vera grazia è proprio questa: arrivare a riconoscerlo, e poter dire, un giorno, di avergli dato forma.

A volte accade.

È accaduto con il progetto di Alessandro Francini, nato da un gesto semplice e profondo: condividere un momento di gioia, trasformarlo in qualcosa di più grande, capace di diventare esperienza collettiva.

Un invito a un risveglio.
Un risveglio che oggi non può più essere individuale, ma condiviso.
Perché da soli non basta. Insieme, sì.

Il 23 e 24 maggio, questo sogno prende forma nella milonga, tra musica e ascolto, tra danza e consapevolezza.
E attraverso queste parole, attraverso le voci delle musicalizador e delle associazioni coinvolte – a cui sarà destinata la raccolta fondi – proviamo a restituirne il senso più profondo.

A rendere concreto questo impegno sono anche La Nara & Alice, AiutoDonna Pistoia e Lilith Empoli: presenze attive sul territorio, che ogni giorno trasformano l’ascolto in sostegno e il sostegno in possibilità reale di rinascita.

In questo terzo racconto, entriamo nella giornata di domenica.
Le protagoniste sono Debora Giusti, Laura Petroni, Gabriella Ceccherini ed Elisa Cosci.

Quattro percorsi, quattro sensibilità, quattro modi diversi di abitare il tango.
Quattro storie che, insieme, continuano a tessere questo sogno.

Ci sono percorsi che iniziano per curiosità
e diventano, nel tempo, una forma di identità.

Debora Giusti

(Fummando Espero – Carlos De Sarli)

Per Debora Giusti, il tango è stato fin dall’inizio qualcosa di più di un ballo.
Un linguaggio, sicuramente, ma anche un luogo culturale, un modo di stare nella relazione.

«Ho iniziato 25 anni fa, racconta, nel 2001. Ero curiosa, perché lo trovavo completamente diverso.
Era un linguaggio del corpo, ma anche un ballo di rispetto.»

Una parola che torna, quella del rispetto. E che definisce il suo sguardo sul tango, lontano da letture superficiali.

«Non l’ho mai visto come un ballo maschilista. Anzi. Ho sempre sentito che la donna è importante, rispettata, valorizzata.»

Un’intuizione che arriva da subito, e che orienta il suo percorso: prima la musica, poi la danza, poi ancora la ricerca.

Il passaggio alla musicalizzazione arriva quasi per necessità, nel 2006.
Un tempo in cui essere Tango DJ significava anche arrangiarsi, sperimentare, costruire.

“Non si trovavano tanti DJ. e quindi ho iniziato così, con i pochi CD che avevo.”

Un racconto che oggi sembra lontano, quasi incredibile, in un’epoca in cui la musica è accessibile ovunque.

“Ballavamo sempre sulle stesse orchestre, perché non c’era molto materiale. Si imparava così, ascoltando, cercando .Io non ero nemmeno ancora stata a Buenos Aires.”

Eppure è proprio lì, in quella difficoltà nel reperire la musica, che si forma l’ascolto.
La ricerca.
L’attenzione.

Il tempo necessario per assaporare davvero ciò che si ha, e costruire una conoscenza che nasce anche dalla fatica.

Fino al primo momento importante, nel 2010, quando arriva a musicalizzare un grande evento
come il raduno milonguero di Impruneta.

Per il progetto Il Sogno, Debora sceglie un brano che ha accompagnato anche i suoi inizi come Tango DJ: “Era un tango che si ascoltava spesso quando ho iniziato a mettere musica. Faceva parte del repertorio che avevamo allora. Quando ho iniziato a tradurre il testo, ho capito che era qualcosa di diverso.
È un tango molto sensuale, costruito sull’attesa del desiderio… ma mi sembrava strano sentirlo cantato da un uomo, perché in realtà è profondamente femminile.”

Ed è proprio nella sua origine che emerge tutta la sua particolarità.

Fumando espero nasce infatti come tango-canción teatrale, di origine spagnola, e già negli anni ’20 fece scalpore. A cantarlo era una donna. A parlare, una donna.

Una donna che attende il proprio uomo, ma senza pudore, senza sottomissione.
Una donna che esprime il desiderio in modo diretto, esplicito.

“È molto forte – racconta Debora -perché questa donna fuma, aspetta il suo uomo, parla apertamente del desiderio. Nel 1920 era qualcosa di incredibilmente avanti.”

In un panorama in cui il tango raccontava spesso figure femminili stereotipate, la donna traditrice, la donna perduta, la figura idealizzata , qui emerge qualcosa di completamente diverso:

Una donna consapevole.
Una donna che sceglie.
Una donna che non si nasconde.

Quando la conversazione si sposta sulla vita, il filo si fa ancora più diretto.

Debora non parla di libertà come conquista recente, ma come qualcosa che l’ha sempre accompagnata.

“Mi sono sempre sentita libera. E quando ho incontrato situazioni che limitavano questa libertà, le ho lasciate.”

Una posizione chiara, netta, senza compromessi.

“Sono sempre stata così, fin da piccola. Non scendevo a compromessi.”

Una forza che oggi si traduce anche in un messaggio, soprattutto per le donne che vivono il tango.

“Le donne devono scegliere, devono avere il coraggio di dire no, perché il coraggio di dire si, purtroppo non è coraggio ma assuefazione.

Questa scelta – così chiara, così consapevole – è forse uno dei punti più profondi di contatto con il progetto Il Sogno.

Perché non si tratta solo di raccontare ciò che ferisce, ma di dare spazio a ciò che può nascere dopo: la libertà di essere, la possibilità di dire no, il coraggio di scegliere.

Laura Petroni

(Toda mi vida – Aníbal Troilo )

Laura Petroni

Con Laura Petroni il racconto cambia radice.
Non è l’incontro con il tango a definirla, ma il contrario: è il tango ad aver sempre fatto parte della sua identità.

Nata a Rosario, in Argentina, Laura appartiene a quella generazione per cui il tango non è una scoperta, ma una presenza diffusa, quasi invisibile, che attraversa la quotidianità. “Per noi argentini il tango fa parte della nostra identità”, racconta, e nelle sue parole non c’è retorica, ma un dato di fatto: è nella musica che si ascolta in casa, nei programmi televisivi che riuniscono la famiglia, nel linguaggio stesso, dove molte parole arrivano direttamente dal tango.

Eppure, anche dentro questa appartenenza naturale, il percorso non è lineare.

“Da adolescente ero rockera, non tanghera”, dice sorridendo, restituendo tutta la complessità di un rapporto che non è mai imposto, ma che ritorna. Perché, come lei stessa ricorda citando Troilo, il tango ti aspetta. Arriva un momento in cui si torna, in cui si comincia davvero a capire quella musica, quei testi, quella poesia.

Da lì nasce tutto il resto: lo studio, la ricerca, la musicalizzazione. Un percorso affrontato con grande serietà, iniziato in Argentina – nella sua città – e approfondito poi anche a Buenos Aires, fino a diventare una pratica consapevole, costruita nel tempo.

Laura Petroni si apre con un tango che è già, in sé, una dichiarazione d’identità: Toda mi vida, con musica di Aníbal Troilo e testo di José María Contursi, nella registrazione del 1941.

Una scelta che non nasce da un impulso immediato, ma da una consapevolezza profonda.

“Ci sono tanti tanghi che amo – racconta – ed è quasi impossibile sceglierne uno solo. Però questo mette in luce molti elementi fondamentali dell’orchestra di Troilo nei suoi primi anni.”

E nel raccontarlo, Laura non si limita a evocarlo: lo attraversa, lo analizza, lo restituisce nella sua struttura viva.

Parla delle linee melodiche degli archi, della qualità del ritmo, della costruzione musicale che trova equilibrio tra misura ed elasticità, e soprattutto richiama il contributo fondamentale del pianista Orlando Goñi, il cui bordone della mano sinistra segna in modo inconfondibile il tempo dell’orchestra.

A questo si aggiunge la presenza del contrabbassista Kicho Díaz e, soprattutto, la voce di Francisco Fiorentino, primo cantante dell’orchestra di Troilo, in un momento storico in cui il ruolo del cantante cambia profondamente.

“Troilo è stato una figura centrale – spiega – perché ha dato al cantante un ruolo più importante, non più solo quello del ritornello, ma una vera fusione con l’orchestra.”

È proprio questa fusione tra musica e voce a definire uno dei momenti più alti del tango, quello in cui si suona per far ballare, ma anche per raccontare.

Il testo: amore, rispetto e ferita

Nel cuore di Toda mi vida c’è la poesia di Contursi, una scrittura sensibile, profondamente emotiva, lontana dal linguaggio più crudo del lunfardo e legata a una visione romantica dell’amore.

Un amore che spesso non trova compimento, ma che mantiene una forma di rispetto profondo.

“In questo tango si sente molto, racconta Laura,
c’è dolore, c’è una ferita, ma anche rispetto.”

E in effetti, nelle parole finali del brano, emerge qualcosa di raro:
la richiesta di perdono.

Non come gesto formale, ma come consapevolezza.

Un passaggio che apre naturalmente una riflessione più ampia, che va oltre il tango e arriva alla vita.

Rinascere: non sempre attraverso il perdono

Alla domanda se il perdono sia necessario per ricominciare, Laura non offre una risposta semplice, né scontata.

“Non so se sia il perdono , dice, forse è un processo che dobbiamo fare dentro di noi. Perché non sempre chi ferisce chiede scusa. E non sempre il perdono può arrivare dall’esterno. Siamo noi che dobbiamo valorizzarci, sapere che siamo autonome. E se qualcuno non ci rispetta, allora è meglio andare via.”

Una posizione chiara, ma allo stesso tempo consapevole della complessità.

Quando si parla di violenza, infatti, Laura introduce un elemento fondamentale:
la difficoltà di giudicare dall’esterno.

“Non è facile parlare di una donna che vive una situazione di violenza.
Bisogna accompagnare, capire, perché ognuna ha la sua storia.”

Il discorso si amplia ancora, e diventa quasi una lettura culturale del tango.

Laura racconta come, tra il 1917 e il 1945, il tango abbia costruito veri e propri archetipi femminili:

  • la madre pura
  • la fidanzata fedele e sottomessa
  • la “milonghita”, la donna ribelle che cerca un riscatto sociale

Figure che riflettono una società e ne consolidano i modelli.

“Non sono archetipi nati nel tango, spiega, ma il tango li ha raccontati, li ha resi visibili.”

E spesso, questi modelli costruiscono una visione binaria: da una parte la donna “giusta”, dall’altra quella “sbagliata”.

Una narrazione che, nel tempo, ha iniziato a cambiare.

Oggi qualcosa si muove.

Nuove autrici, nuove musiciste, nuove interpreti stanno portando nel tango una voce diversa:
più autonoma, più consapevole, più libera.

Laura cita esempi concreti, parla di testi contemporanei, di temi legati al lavoro, alla maternità, alla violenza di genere, fino ai movimenti sociali come la Marea Verde in Argentina, che hanno segnato un cambiamento profondo.

“Questi nuovi tanghi si allontanano dall’immagine tradizionale della donna.
È una donna che non si pente, che non si lascia dominare, che prende la parola.”

Perché il tango, oggi più che mai, diventa spazio di possibilità.

“Vogliamo un mondo più giusto per tutte le persone.
Un mondo in cui ognuno possa ballare con chi vuole.”

Un’immagine semplice, ma potentissima.

Uomini con donne.
Donne con donne.
Uomini con uomini.

Nel rispetto. Nella libertà. Nella consapevolezza.

E forse è proprio questo il punto in cui il tango incontra davvero il senso del progetto Il Sogno: non solo raccontare, ma trasformare.

Gabriella Ceccherini

(Il Sogno è Corazón, no le hagas caso – Miguel Calò )

Per Gabriella Ceccherini, il tango scelto per Il Sogno è Corazón, no le hagas caso, nell’interpretazione dell’orchestra di Miguel Caló.

Un brano che attraversa il dolore – come molti tanghi – ma che allo stesso tempo contiene una spinta diversa: quella di non restare fermi nella ferita.

E questo è esattamente il punto in cui Gabriella si riconosce oggi.

“È un tango che sento più mio adesso – racconta – anni fa forse non l’avrei scelto.
Sarei stata più tragica, più pessimista.”

Il suo sguardo, nel tempo, è cambiato.

“Oggi invece, anche quando succedono cose difficili,
penso che la vita è questa. E che comunque si va avanti.”

Non è leggerezza superficiale. È una forma di equilibrio.

Un modo diverso di stare dentro alle cose, senza negarle, ma senza restarne prigionieri.

Un percorso nato per caso

Il suo incontro con il tango, come racconta lei stessa, non è stato cercato, e forse proprio per questo è stato così naturale.

Era partita con un’idea completamente diversa: voleva tornare a ballare salsa, qualcosa che aveva già fatto in passato. Ma quando si è presentata a scuola, senza un partner, le è stato proposto di iniziare tango. La sua reazione, inizialmente, è stata quasi di rifiuto.

“Ma cosa me ne faccio del tango?” ricorda sorridendo.

E invece, senza che ci fosse un vero momento di decisione, qualcosa ha iniziato a prendere spazio. Non tanto nel ballo, almeno all’inizio, quanto nella musica.

Per molto tempo, infatti, il tango per lei è stato soprattutto ascolto. Frequentava la milonga non per danzare, ma per stare vicino alla consolle, seguire il DJ, lasciarsi attraversare dalla musica.

È lì che si è costruito il suo primo legame con il tango: un legame silenzioso, fatto di presenza, di curiosità, di attenzione.

Poi è arrivata Buenos Aires, quasi come un passaggio inevitabile, e anche lì il filo non cambia: più che la pista, sono i negozi di musica ad attirarla, la ricerca dei CD, il desiderio di portare via con sé quei suoni.

La musicalizzazione, invece, arriva dopo, e ancora una volta senza essere programmata. Prima una richiesta per una pratica, accetta, senza troppe aspettative, e l’esperienza funziona. Subito dopo arriva una milonga vera e propria, e anche quella va bene. Da lì inizia un percorso che dura ormai da undici anni.

Non è stato semplice, e lei lo dice con grande chiarezza. Il mondo dei Tango DJ è ancora in gran parte maschile e, se non si arriva da un percorso già riconosciuto come ballerina, è necessario costruirsi credibilità passo dopo passo.

Nel suo caso non ci sono state scorciatoie.

Ha lavorato, ha osservato, ha costruito nel tempo il proprio modo di musicalizzare, affidandosi soprattutto alla qualità delle sue selezioni e alla continuità del suo impegno. Undici anni in cui, come dice lei stessa, si è “fatta da sola”, imparando anche a stare dentro alle dinamiche, non sempre semplici, di questo ambiente.

 

Un tango che si muove

Nel suo racconto entra anche uno sguardo più ampio sul tango di oggi.

Un mondo che sta cambiando, che si interroga, che prova ad aprirsi a nuove forme e a nuove possibilità. Gabriella cita, ad esempio, esperienze come il tango fluido, che mettono in discussione ruoli e dinamiche tradizionali e propongono modi diversi di vivere la pista.

Non si tratta di sostituire qualcosa, ma di ampliare.

Di riconoscere che il tango, per restare vivo, deve poter dialogare con il presente, con i cambiamenti culturali e sociali, con una sensibilità che evolve.

Il senso nel progetto

Nel percorso di Gabriella, così come nel tango che ha scelto, non c’è una risposta unica o una presa di posizione netta su temi complessi come quelli affrontati dal progetto Il Sogno.

C’è piuttosto un atteggiamento.

La volontà di non semplificare, di non giudicare dall’esterno situazioni difficili, e allo stesso tempo di riconoscere che, anche dentro contesti complessi, esiste una possibilità di movimento, di cambiamento, di continuità.

E forse è proprio questo il contributo che il suo racconto porta all’interno di questo progetto: non una soluzione, ma uno spazio in cui continuare a pensare, a sentire, a non restare fermi.

Elisa Cosci

(“Cuando llora la milonga” testo di María Luisa Carnelli)

Con Elisa Cosci il percorso si allarga ulteriormente, fino a uscire dai confini di una singola esperienza per abbracciare una visione più ampia, quasi trasversale. Il suo incontro con il tango risale a circa venticinque anni fa e nasce, ancora una volta, da un contesto inatteso: il teatro.

È durante la preparazione di uno spettacolo che entra in contatto con il tango come forma di movimento, ma è solo in un secondo momento, riprendendolo dopo una pausa, che quella scoperta si trasforma in qualcosa di più profondo, capace di coinvolgere insieme corpo e ascolto.

Il passaggio alla musicalizzazione avviene per necessità, durante un periodo vissuto all’estero, negli Stati Uniti prima e in Germania poi. Ed è proprio questa esperienza fuori dall’Italia a darle uno sguardo più ampio: il tango come linguaggio universale, capace di creare relazioni immediate ovunque ci si trovi. “In qualunque posto andassi”, racconta, “era come avere già una rete di relazioni”. Una comunità che si riconosce e si apre, un codice condiviso che supera i confini.

Allo stesso tempo, Elisa non idealizza questo percorso. Racconta con lucidità le difficoltà concrete di chi ha iniziato a musicalizzare in anni in cui reperire musica era complesso, quando i materiali arrivavano ancora dall’Argentina per posta, e sottolinea come, accanto alla passione, sia sempre stato necessario un lavoro di ricerca, studio e comprensione di un mondo culturalmente distante.

Quando il discorso si sposta sul ruolo delle donne, la sua riflessione si fa ancora più precisa.

Non parla di esclusione esplicita, ma di qualcosa di più sottile: una minore considerazione, una legittimazione parziale. “Non è difficile essere accettate”, dice, “è difficile essere considerate al pari”. Una differenza che attraversa non solo il tango, ma molti ambiti della vita sociale e professionale, e che si manifesta anche nei dettagli: nel riconoscimento, nel valore attribuito, nel modo in cui viene percepito il lavoro di una donna.

È da qui che nasce la scelta del tango che propone.

Dare voce a chi non l’ha avuta

Di fronte alla difficoltà di scegliere un solo brano tra tanti, Elisa compie una scelta precisa: non parte dalla propria storia personale, ma decide di portare luce su una figura femminile della storia del tango, spesso poco conosciuta.

Il tango che propone, “Cuando llora la milonga”, è legato a María Luisa Carnelli, autrice dei testi. Una donna colta, proveniente da una famiglia borghese, che si avvicina al tango in un contesto che non lo considerava adatto, e che, per poter scrivere, è costretta a utilizzare uno pseudonimo maschile.

Un gesto che dice molto più di una semplice scelta stilistica.

È il segno di un’epoca, di un limite culturale, di quelle che Elisa definisce implicitamente “catene invisibili”: vincoli che non impediscono di esistere, ma che costringono a nascondersi, a modificare la propria identità per essere accettate.

Eppure, nonostante questo, quelle donne hanno scritto, composto, contribuito.

“Erano poche”, sottolinea, “ma hanno fatto molta più fatica”. Ed è proprio per questo che sente la necessità di nominarle, di riportarle dentro il racconto, di restituire loro uno spazio.

Nel finale, Elisa introduce un’immagine che può essere letta come una sintesi di tutto il percorso: quella di un dialogo possibile, di un incontro tra due parti che non sono più in opposizione, ma in relazione.

Richiama le parole della compositrice Eladia Blázquez, che invitano a sedersi, a parlarsi, a riconoscersi simili. Un’immagine che supera la contrapposizione e apre a una possibilità diversa: quella di una relazione fondata sul rispetto, sull’ascolto, su una reciprocità reale.

Ed è forse proprio qui che si chiude questo ultimo percorso per introdurvi e presentarvi il quadro delle musicalizador che animeranno la maratona dei 2 giorni del Sogno.

Non in una risposta definitiva, ma in una direzione.

Viva il sogno, Viva la vita, Vi aspettiamo .

Barbara Savonuzzi

 

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