Il tango, a volte, crea uno spazio particolare.
Uno spazio dove le persone si incontrano, si ascoltano, si affidano per il tempo di un abbraccio e di una musica.
Ma ci sono momenti in cui quel movimento si interrompe.
La pista si ferma, il silenzio prende il posto dell’orchestra e dentro quel silenzio entrano delle storie vere.
È questo che accadrà ancora una volta il 23 e 24 maggio, durante Il Sogno, il progetto ideato da Alessandro Francini, nato per trasformare la milonga non soltanto in un luogo di incontro, ma anche in uno spazio di consapevolezza e riflessione sulla violenza contro le donne.
Quest’anno, però, il filo che attraversa questi incontri non è soltanto quello della denuncia.
È anche quello della rinascita.
La possibilità di ricominciare.
Di ripensarsi.
Di tornare lentamente a riconoscersi.
Per questo motivo, accanto alla musica e alle testimonianze delle Tango DJ che hanno accompagnato le prime due tappe di questo racconto, entrano ora le voci delle associazioni che ogni giorno lavorano accanto alle donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza: La Nara & Alice, Lilith Empoli e AiutoDonna Pistoia, realtà che saranno presenti all’interno del progetto Il Sogno.
Non soltanto luoghi di accoglienza, ma spazi in cui, spesso, una donna ricomincia per la prima volta a immaginare un futuro diverso per sé e per i propri figli.
Nel dialogo con Francesca Ranaldi e Maya Albano emerge con forza una parola che ritorna continuamente: consapevolezza.
Perché il primo passo è riconoscerla.
Ed è forse proprio lì che inizia ogni possibilità di rinascita.
Abbiamo incontrato Francesca Ranaldi del Centro Antiviolenza La Nara & Alice e Maya Albano, Psicologa e Coordinatrice del Centro Antiviolenza “Centro Aiuto Donna Lilith di Empoli, chiedendo loro di raccontarci cosa significhi oggi accompagnare una donna in un percorso di uscita dalla violenza.
La Nara collabora con la cooperativa Alice di Prato all’interno di un lavoro territoriale articolato che comprende sostegno, accoglienza e percorsi di reinserimento delle donne e delle famiglie.
Lilith Empoli nasce invece nel 2002 all’interno della Pubblica Assistenza di Empoli e oggi rappresenta una delle realtà più strutturate del territorio toscano, con case rifugio, strutture dedicate all’emergenza e percorsi di semi autonomia per le donne e i loro figli.
Francesca Ranaldi parla con grande lucidità, ma senza mai perdere delicatezza quando il discorso si avvicina alle donne che ogni giorno arrivano al Centro Antiviolenza.
Alla domanda su cosa significhi davvero “rinascere” dopo una situazione di violenza, la sua risposta arriva immediata.

«Le donne che decidono di rivolgersi al Centro Antiviolenza sono tutte donne che decidono di rimettersi in gioco e di riprogettare un futuro diverso per sé e per i propri bambini e bambine. Ogni donna che fa quella telefonata, che inizia un percorso e che si mette nella condizione di ripensarsi diversamente, è già una donna che sta facendo un percorso di rinascita.»
Poi però il suo sguardo si fa molto concreto, quasi a ricordarci che dietro a questa parola così bella – rinascita – esistono percorsi lunghi e spesso durissimi.
«Sono percorsi complicati, soprattutto in un momento storico, sociale ed economico come il nostro. Per una donna, e ancora di più per una donna con figli, ricostruire un’autonomia è estremamente difficile. Per questo lavoriamo molto anche sull’inserimento lavorativo, sui tirocini, sulla possibilità reale di rimettersi in piedi.»
Quando si parla dei tempi necessari per uscire dalla violenza, Francesca Ranaldi evita qualsiasi semplificazione.
Non esistono percorsi uguali, né strade lineari.
«Ogni donna ha il proprio tempo. La violenza è circolare, quindi ci sono percorsi che si interrompono e poi riprendono. A volte le donne tornano indietro, ma questo non significa che il percorso sia fallito. Noi non possiamo decidere per loro. L’autodeterminazione è fondamentale e fa parte della rinascita stessa.»
Ed è proprio qui che emerge forse uno degli aspetti più profondi del lavoro dei Centri Antiviolenza: accompagnare senza sostituirsi, sostenere senza imporre.
«Anche scegliere di tornare può significare qualcosa di diverso rispetto a prima» aggiunge. «Magari quella donna torna con una maggiore consapevolezza, sapendo che non è sola, sapendo che esistono delle tutele e delle possibilità di uscita.»

Anche Maya Albano affronta questi temi con uno sguardo molto umano, ma il suo modo di raccontarli passa soprattutto attraverso gli aspetti psicologici e relazionali della violenza.
Quando parla delle donne accolte da Lilith, insiste molto su ciò che la violenza lascia dentro all’immagine che una persona costruisce di sé stessa.
«La violenza agisce profondamente sulla percezione che la donna ha di sé. Colpisce la fiducia, le capacità relazionali, il modo di stare nel mondo. Noi lavoriamo molto sulla consapevolezza, ma la consapevolezza da sola non basta. C’è un lavoro enorme di ricostruzione dell’empowerment personale, perché spesso queste donne arrivano ad aver perso completamente fiducia nelle proprie possibilità.»
Lilith nasce da una richiesta d’aiuto arrivata di notte alla Pubblica Assistenza di Empoli da parte di una donna con i suoi bambini. Da quella richiesta è cresciuta negli anni una struttura molto articolata.
«Oggi abbiamo dieci case rifugio, una struttura dedicata all’emergenza e percorsi di semi autonomia. Ma il vero obiettivo non è soltanto mettere in sicurezza una donna nell’immediato. Il lavoro più complesso è accompagnarla nella ricostruzione di una vita autonoma dal punto di vista economico, lavorativo e abitativo.»
Nel corso delle interviste, entrambe tornano più volte su un punto fondamentale: la violenza non può essere affrontata soltanto nell’emergenza.
Serve un cambiamento culturale profondo.
Francesca Ranaldi lo dice in modo molto diretto quando parla del lavoro nelle scuole.
«Quando lavoriamo sulla decostruzione degli stereotipi di genere stiamo già lavorando sulla prevenzione della violenza. La radice è sempre quella: la disparità di potere, il controllo, il possesso. È da lì che nasce la violenza maschile contro le donne.»
E continua:
«Per anni abbiamo raccontato un maschile e un femminile rigidissimi. Il maschio forte, la donna condiscendente. Ma è proprio dentro questi modelli che si costruiscono relazioni sbagliate, dove il no dell’altra persona non viene accettato.»

Anche Maya Albano insiste molto sull’importanza del lavoro con i ragazzi e le ragazze.
«Molte adolescenti continuano ancora a leggere la gelosia come una forma d’amore. Per questo lavoriamo tanto sul concetto di relazione simmetrica, sul rispetto reciproco e sulla capacità di riconoscere quando una relazione diventa asimmetrica.»
I laboratori che Lilith porta avanti nelle scuole sono costruiti in modo molto partecipativo, attraverso role play, simulazioni e lavoro sulle emozioni.
«Non facciamo lezioni frontali. Cerchiamo di creare esperienze che aiutino i ragazzi a sviluppare un pensiero critico, ma anche emotivo e relazionale.»
Entrambe leggono come un segnale positivo il fatto che oggi siano sempre di più le giovani donne e le famiglie a rivolgersi ai Centri Antiviolenza.
«Non significa necessariamente che la violenza sia aumentata» osserva Maya Albano. «Significa che oggi emergono situazioni che per anni sono state normalizzate. Le ragazze giovani arrivano più facilmente ai servizi, spesso accompagnate dai genitori, e questo è un segnale importante di cambiamento culturale.»

Anche Francesca Ranaldi sottolinea questo aspetto.
«I numeri di accesso crescono e spesso ci si spaventa. In realtà è un successo, perché significa che sempre più donne sanno che esiste un luogo dove possono chiedere aiuto.»
Nella parte finale dell’incontro, il dialogo si sposta naturalmente sul tango e sul senso più profondo del progetto Il Sogno.
È proprio Maya Albano a soffermarsi su un’immagine molto intensa, parlando del rapporto tra il percorso di ricostruzione personale e la danza.
«Molte donne, dopo essere uscite da situazioni di violenza, scelgono spontaneamente di avvicinarsi alla danza e anche al tango. Perché attraverso il corpo ricominciano lentamente a lavorare sulla fiducia, sull’affidarsi all’altro, sul riconoscere i segnali, sull’abbassare le difese. È come se attraverso quel movimento tornassero gradualmente a ricostruire una relazione più sicura con sé stesse e con il mondo.»
Forse il cambiamento culturale di cui tanto si parla parte proprio da qui: dalla possibilità di lasciare che bambini e bambine crescano liberi di diventare sé stessi, senza il peso di ruoli già scritti.
Perché il rispetto non dovrebbe mai avere genere.
Così come non dovrebbe averlo la libertà di essere ciò che si è.
Ed è forse proprio qui che il progetto Il Sogno trova il suo significato più autentico: nella possibilità di creare, attraverso la musica, l’ascolto e la presenza collettiva, uno spazio dove tornare lentamente a sentirsi al sicuro.




