Dall’Italia a Buenos Aires: Luis César Amadori e la sensibilità del tango

Traduzione di Carlos Ansò
Quando Luis César Amadori arrivò a Buenos Aires aveva appena cinque anni. Era nato a Pescara, in Italia, il 28 maggio 1902 e, sebbene quella città fosse rimasta alle spalle quando era ancora un bambino, la radice italiana sarebbe rimasta integrata nella sua identità. Buenos Aires sarebbe stata la sua città di formazione, di lavoro e di consacrazione, ma nella sua traiettoria artistica si possono riconoscere anche tratti di una sensibilità nata da quella prima appartenenza e poi arricchita dal mondo porteño.
​Era la Buenos Aires della grande immigrazione, una città in cui italiani, spagnoli, creoli e altre comunità stavano modificando il paesaggio umano e culturale. Il tango fu una delle espressioni più compiute di quella convivenza. Nelle sue strade, caffè, teatri e conventillos si incrociavano lingue, costumi, musiche e modi di intendere la vita, e da quella mescolanza sorgeva una cultura popolare che non poteva più essere considerata patrimonio esclusivo di alcuna delle sue provenienze.
Luis César Amadori.
​In quell’ambiente crebbe Amadori. Lasciò gli studi di medicina per dedicarsi al giornalismo ed entrò nel quotidiano Última Hora nel 1921. La sua prima collaborazione fu una cronaca su “I Puritani” di Vincenzo Bellini, un dato non da poco se si osserva successivamente il suo stretto rapporto con la musica, il teatro e lo spettacolo. Poco dopo, la sua attività giornalistica lo avrebbe condotto verso il palcoscenico e verso una carriera che lo avrebbe portato a dirigere prima il Teatro Cervantes e, dal 1931, il Teatro Maipo.
​Il Maipo sarebbe stato uno dei grandi scenari di quella trasformazione e avrebbe collocato il suo direttore all’interno di un percorso che riunisce alcune delle figure fondamentali della revista porteña. Lì si può osservare una parte sostanziale del suo contributo. Si muoveva con naturalezza tra il teatro, la musica e la canzone, in un universo in cui il tango trovava nuovi spazi per raggiungere il pubblico. Non è un caso che alcuni dei suoi testi nascessero precisamente da quell’attività teatrale. Egli stesso avrebbe ricordato che, avendo nelle sue compagnie figure come Azucena Maizani, Mercedes Simone e Sofía Bozán, iniziò a scrivere testi per tanghi.
​La canzone cittadina trovò in lui un paroliere attento alle emozioni. Amore, abbandono, nostalgia, incomprensione, pentimento e dolore appaiono ripetutamente nella sua opera. Rencor, Cobardía, Confesión, Alma de bandoneón, Desencanto e Madreselva fanno parte di una produzione legata a musicisti come Charlo, Francisco Canaro ed Enrique Santos Discépolo.
​Cinque dei suoi tanghi furono incisi da Carlos Gardel. Madreselva risulta particolarmente significativo. La musica appartiene a Francisco Canaro e il testo ad Amadori; debuttato nel 1931, il tango fu inciso quello stesso anno da Carlos Gardel con l’orchestra di Canaro. Il vecchio muro, l’infanzia, il primo amore, le delusioni e il passare del tempo costruiscono lì un piccolo dramma sentimentale, in cui la memoria finisce per essere quasi tanto importante quanto la storia d’amore stessa. ​C’è in quel modo di concepire la canzone un’affinità con la tradizione italiana della musica e dello spettacolo, particolarmente nell’importanza concessa al dramma, alla passione e all’espressione sentimentale. Ma nella sua opera questi elementi appaiono ormai fusi con il linguaggio porteño. La tradizione ricevuta e l’esperienza acquisita a Buenos Aires non viaggiano su percorsi separati: si incontrano in una produzione che appartiene pienamente alla cultura rioplatense.
​Il rapporto di Amadori con lo spettacolo fu ancora più ampio. Giornalista, autore teatrale, impresario, paroliere e successivamente regista cinematografico, partecipò a una cultura in cui la canzone, il teatro e il cinema cominciarono a stringere i loro legami. Lo studio del CONICET sul suo archivio lo definisce precisamente come regista cinematografico, sceneggiatore, scrittore di teatro e di tanghi, impresario teatrale e cinematografico.
​Il Maipo fu un ambito in cui diverse espressioni della cultura popolare porteña potevano incontrarsi in una stessa serata: teatro, musica, umorismo, rivista e tango. L’esperienza che sviluppò lì può essere letta all’interno di un processo più ampio. L’immigrazione italiana non portò soltanto abitanti a Buenos Aires; portò con sé musiche, forme di socialità, tradizioni familiari, modi di espressione e un particolare rapporto con il teatro e la canzone. Nella città, quelle eredità si incontrarono con altre e andarono acquisendo nuove forme.
​Amadori rappresenta molto bene questo processo. L’Italia fu la sua origine; Buenos Aires, la città che lo accolse, lo educò e lo trasformò in un artista. Il tango fu uno dei linguaggi in cui quella sintesi trovò espressione, mentre il teatro e successivamente il cinema ampliarono i suoi contributi verso pubblici sempre più numerosi.
​In questo modo, la sua italianità non rimase bloccata a Pescara né si trasformò in un ricordo familiare estraneo alla sua opera. Si incorporò nell’esperienza porteña e, come tante altre eredità dell’immigrazione, finì per trasformarsi.
​Forse è lì che risiede la particolare ricchezza della sua traiettoria. Quel bambino arrivato dall’Italia a cinque anni finì per diventare uno dei protagonisti della cultura popolare argentina. La sua opera appartiene al tango, al teatro e al cinema porteñi, ma in essa rimane anche quella radice italiana che Buenos Aires seppe accogliere, integrare e restituire con una nuova identità.
De Italia a Buenos Aires: Luis César Amadori y la sensibilidad del tango

Por Carlos Szwarcer

Cuando Luis César Amadori llegó a Buenos Aires tenía apenas cinco años. Había nacido en Pescara, Italia, el 28 de mayo de 1902, y aunque aquella ciudad quedó atrás siendo todavía un niño, la raíz italiana permanecería integrada a su identidad. Buenos Aires habría de ser su ciudad de formación, de trabajo y de consagración, pero en su trayectoria artística pueden reconocerse también rasgos de una sensibilidad nacida de aquella primera pertenencia y enriquecida después por el mundo porteño.

Era la Buenos Aires de la gran inmigración, una ciudad donde italianos, españoles, criollos y otras colectividades fueron modificando el paisaje humano y cultural. El tango fue una de las expresiones más acabadas de aquella convivencia. En sus calles, cafés, teatros y conventillos se cruzaban lenguas, costumbres, músicas y maneras de entender la vida, y de esa mezcla surgía una cultura popular que ya no podía considerarse patrimonio exclusivo de ninguna de sus procedencias.

Luis César Amadori.

En ese ambiente creció Amadori. Dejó los estudios de medicina para dedicarse al periodismo e ingresó en el diario Última Hora en 1921. Su primera colaboración fue una crónica sobre I Puritani, de Vincenzo Bellini, un dato que no resulta menor si se observa posteriormente su estrecha relación con la música, el teatro y el espectáculo. Poco después, su actividad periodística habría de conducirlo hacia las tablas y a una trayectoria que lo llevaría a dirigir primero el Teatro Cervantes y, desde 1931, el Teatro Maipo.

El Maipo sería uno de los grandes escenarios de esa transformación y ubicaría a su director dentro de una trayectoria que reúne a algunas de las figuras fundamentales de la revista porteña. Allí puede observarse una parte sustancial de su aporte. Se movía con naturalidad entre el teatro, la música y la canción, en un universo donde el tango encontraba nuevos espacios para llegar al público. No es casual que algunas de sus letras nacieran precisamente de esa actividad teatral. Él mismo recordaría que, al tener en sus compañías figuras como Azucena Maizani, Mercedes Simone y Sofía Bozán, comenzó a escribir letras para tangos.

La canción ciudadana encontró en él a un letrista atento a las emociones. Amor, abandono, nostalgia, desencuentro, arrepentimiento y dolor aparecen reiteradamente en su obra. Rencor, Cobardía, Confesión, Alma de bandoneón, Desencanto y Madreselva forman parte de una producción vinculada a músicos como Charlo, Francisco Canaro y Enrique Santos Discépolo.

Cinco de sus tangos fueron grabados por Carlos Gardel. Madreselva resulta particularmente significativa. La música pertenece a Francisco Canaro y la letra a Amadori; estrenado en 1931, el tango fue grabado ese mismo año por Carlos Gardel con la orquesta de Canaro. La vieja pared, la infancia, el primer amor, los desengaños y el paso del tiempo construyen allí un pequeño drama sentimental, en el que la memoria termina siendo casi tan importante como la propia historia de amor.

Hay en esa manera de concebir la canción una afinidad con la tradición italiana de la música y del espectáculo, particularmente en la importancia concedida al drama, la pasión y la expresión sentimental. Pero en su obra esos elementos aparecen ya fundidos con el lenguaje porteño. La tradición recibida y la experiencia adquirida en Buenos Aires no marchan por caminos separados: se encuentran en una producción que pertenece plenamente a la cultura rioplatense.

La relación de Amadori con el espectáculo fue todavía más amplia. Periodista, autor teatral, empresario, letrista y posteriormente cineasta, participó de una cultura en la que la canción, el teatro y el cine comenzaron a estrechar sus vínculos. El estudio del CONICET sobre su archivo lo define precisamente como director cinematográfico, guionista, escritor de teatro y de tangos, empresario teatral y cinematográfico.

El Maipo fue un ámbito donde distintas expresiones de la cultura popular porteña podían encontrarse en una misma noche: teatro, música, humor, revista y tango. La experiencia que desarrolló allí puede leerse dentro de un proceso mayor. La inmigración italiana no solamente aportó habitantes a Buenos Aires; llevó consigo músicas, formas de sociabilidad, tradiciones familiares, modos de expresión y una particular relación con el teatro y la canción. En la ciudad, aquellas herencias se encontraron con otras y fueron adquiriendo formas nuevas.

Amadori representa muy bien ese proceso. Italia fue su origen; Buenos Aires, la ciudad que lo recibió, lo educó y lo convirtió en artista. El tango fue uno de los lenguajes en los que esa síntesis encontró expresión, mientras el teatro y posteriormente el cine ampliaron su alcance hacia públicos cada vez más numerosos.

De este modo, su italianidad no quedó detenida en Pescara ni se convirtió en un recuerdo familiar ajeno a su obra. Se incorporó a la experiencia porteña y, como tantas otras herencias inmigratorias, terminó transformándose.

Tal vez allí se encuentre la particular riqueza de su trayectoria. Aquel niño llegado de Italia a los cinco años terminó convertido en uno de los protagonistas de la cultura popular argentina. Su obra pertenece al tango, al teatro y al cine porteños, pero en ella también permanece aquella raíz italiana que Buenos Aires supo recibir, integrar y devolver con una identidad nueva.

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