Oggi vi portiamo all’interno di un’esperienza musicale intensa, affascinante e in qualche modo rivoluzionaria. Parliamo del tango come linguaggio musicale puro, come materia viva.
Lo facciamo attraverso le parole e la visione di Mariano Speranza, musicista argentino, dalla solida formazione classica e dalla carriera internazionale, compositore, cantante e pianista fondatore della celebre Tango Spleen Orchestra.
Con lui esploriamo il percorso che ha portato alla nascita di un laboratorio orchestrale all’interno del Conservatorio “Achille Peri – Claudio Merulo” di Reggio Emilia e Castelnovo ne’ Monti, e che culminerà nel concerto finale del 19 luglio alle ore 21 dal titolo esplicativo “Tango senza confini” che si terrà al Teatro BisMantova a Castelnovo ne’ Monti.
19 luglio si terrà il concerto finale del laboratorio orchestrale da te guidato. Ci racconti com’è nato questo percorso e qual è l’idea che ha guidato la tua impostazione didattica e musicale?
Mariano Speranza: “Il concerto del 19 luglio segnerà la conclusione di un laboratorio di tango orchestrale che terrò nella sede di Castelnovo ne’ Monti del Conservatorio “Achille Peri – Claudio Merulo” di Reggio Emilia.
È un progetto nato su iniziativa del Conservatorio stesso, che ha iniziato a seguirci dopo aver assistito ad alcuni nostri concerti, soprattutto in seguito alla vittoria del Premio PIF di Castelfidardo, ottenuta lo scorso anno. In diverse occasioni, membri della direzione e alcuni docenti fra i quali il professore Mirko Ferrarini, sono venuti ad ascoltarci, anche al Teatro di Castelnovo, e hanno pensato di coinvolgerci in un progetto didattico che valorizzasse la presenza delle cattedre di fisarmonica presenti nella sede locale.
L’idea era quella di creare un’esperienza formativa e insieme collettiva, un laboratorio orchestrale capace di riunire giovani musicisti di diverse età e livelli, offrendo loro un’occasione concreta per esplorare il linguaggio del tango attraverso l’ensemble.
Da parte mia, avevo già elaborato un progetto simile in passato, ma non ero mai riuscito a concretizzarlo all’interno di un Conservatorio pubblico. Stavolta ho potuto strutturarlo in modo completo, presentarlo ufficialmente e seguire tutto l’iter necessario per l’approvazione.”
Infatti sei riuscito a fare qualcosa di veramente particolare, perché i Conservatori in generale sono molto chiusi ad aprirsi così al tango.
Mariano Speranza: “È vero. Di solito il percorso accademico è più orientato verso altri generi. Negli ultimi anni si sono aperti spiragli per il jazz e, in parte, anche per il pop, ma il tango resta ancora marginale in ambito istituzionale. So che esistono alcune esperienze in altre realtà, ma per quanto riguarda il Nord Italia, un laboratorio di tango proposto da un Conservatorio, guidato da musicisti esterni e con un’impostazione così mirata, è una novità quasi assoluta.
Per me è una grande soddisfazione, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano: poter trasmettere ciò che sento per questa musica, aprire una porta su un universo espressivo così ricco, e offrire agli studenti strumenti per comprenderlo e viverlo a fondo è qualcosa che mi entusiasma profondamente.”
Sì, assolutamente, te lo confermo — ad eccezione di qualche rara esperienza.
Mariano Speranza: “È una cosa che mi entusiasma molto: al di là dell’aspetto pratico e del lavoro con i ragazzi, ciò che davvero mi interessa è poter trasmettere la mia visione di questa musica, farne sentire la forza come linguaggio espressivo vivo, e aprire almeno una porta su questo universo sonoro così ricco. Il tango non è soltanto un genere “caratteristico”, ma una forma musicale matura, stratificata, con una profondità tecnica ed emotiva che può offrire moltissimo a qualsiasi musicista, indipendentemente dal percorso formativo.”
Tu stesso hai compiuto studi molto approfonditi, con un percorso artistico che ti ha portato a lavorare accanto a importanti figure della scena italiana e internazionale. Secondo te, quali sono le sfide principali nel trasporre il tango in un contesto orchestrale, rispetto alla musica classica o sinfonica tradizionale? Penso a quel respiro orchestrale che, nel tango, si è sentito forse solo al Teatro Colón.
Mariano Speranza: “Hai centrato un punto cruciale. Credo servano due competenze fondamentali: da un lato, una conoscenza approfondita del tango in tutta la sua evoluzione orchestrale — dai primi ensemble degli anni ’20 alle forme contemporanee — e dall’altro, una solida padronanza della scrittura per orchestra. Sono due mondi distinti, che vanno integrati con attenzione.
Io ho studiato entrambi: ho scritto per ensemble sinfonici in ambiti non legati al tango, e parallelamente ho sviluppato un lavoro specifico sulla scrittura orchestrale nel tango. È un equilibrio delicato, perché non si può semplicemente trasportare il linguaggio del tango così com’è dentro una struttura sinfonica. Alcuni elementi risultano troppo esili, altri rischiano di diventare sovraccarichi.
Serve una scrittura rispettosa, che sappia ritradurre il linguaggio del tango all’interno delle logiche orchestrali, senza snaturarlo. Il tango ha le sue regole, le sue prassi esecutive, una retorica sonora ben definita: bisogna conoscerle a fondo per poterne fare qualcosa di autentico, anche in un contesto allargato.
Il laboratorio che sto guidando non è propriamente sinfonico, anche se coinvolge strumenti delle diverse famiglie, come legni e archi. È piuttosto un’orchestra tipica, espansa e arricchita. L’uso dei fiati, ad esempio, è pensato più con una mentalità classica, sinfonica, piuttosto che secondo i canoni più “popolari” del tango. Questo, però, ci ha permesso di esplorare sfumature nuove, mantenendo sempre l’identità stilistica del genere.”
Il titolo dello spettacolo non menziona esplicitamente il tango, ma il legame con questa tradizione musicale è evidente, anche solo dalla presenza della Tango Spleen Orquestra. In che modo si articola concretamente lo spettacolo? Che tipo di repertorio avete scelto?
Mariano Speranza: “Per questo laboratorio ho selezionato una decina di brani, anche se solo alla fine capiremo quanti riusciremo a portare in scena. È la prima edizione, e abbiamo coinvolto studenti molto diversi tra loro, sia per età che per provenienza: ci sono allievi del Conservatorio, ma anche partecipanti esterni. Abbiamo bandoneonisti, chitarristi, clarinetto basso, tutta la sessione archi, flauti, fisarmoniche…insomma, un gruppo variegato.
Il repertorio che ho proposto copre diversi stili e autori. Ad esempio, faremo la Tanguera di Mariano Mores nel suo stile sinfonico, già molto sviluppato; brani nello stile di Osvaldo Pugliese; alcuni pezzi di Astor Piazzolla — noti e meno noti — e un brano rielaborato di Aníbal Troilo.

Ci sarà una milonga di
Julián Plaza, un valzer composto da me nello stile della Tango Spleen, e una zamba argentina: La Tristecita di Ariel Ramírez, un brano semplice all’apparenza, ma davvero complesso da rendere in modo convincente.
Il laboratorio non si concentra esclusivamente sul tango, ma più in generale sulla musica argentina. Per questo ho incluso anche brani più moderni. Sono lavori che pongono sfide interpretative importanti, perché contengono elementi che non si scrivono, che non si possono fissare su partitura. Quanto più un brano è stilizzato e legato alla tradizione orchestrale del tango, tanto più richiede un ascolto profondo e una sensibilità collettiva.
Nel laboratorio lavoreremo senza l’orchestra Tango Spleen — tranne me — ma nel concerto finale ci esibiremo insieme agli studenti. Sarà una performance condivisa: eseguiremo i brani del laboratorio e anche alcuni del nostro repertorio.”
Hai accennato anche a un brano di folklore argentino. Secondo molti, è un mondo musicale a sé. Che rapporto c’è tra tango e folklore?
Mariano Speranza: “È vero, sono mondi diversi, ma si sono influenzati reciprocamente. Il tango ha assorbito molto dal folklore, e viceversa. E non solo: anche il rock argentino degli anni ’80 e ’90 ha lasciato un’impronta forte sul tango contemporaneo.
Le connessioni si vedono nel ritmo, nell’espressività, nelle parole, ma anche nel modo di suonare. C’è un elemento comune molto forte: la pulsazione interna, quel tempo nascosto che ogni musicista sente dentro. Anche senza un metronomo, c’è sempre un battito interiore che guida tutto, come se ogni brano avesse un destino ritmico.
Questo è essenziale: sia che tu stia suonando una chacarera, una zamba o un tango, la coesione dell’ensemble dipende dalla capacità di percepire questo ‘groove’ condiviso. Le note possono essere eseguite anche senza sentirlo davvero… ma se il gruppo non respira insieme, non funziona.”
Spesso si distingue tra un’esecuzione tecnicamente impeccabile e una che, pur con qualche imperfezione, riesce a trasmettere qualcosa di autentico, di vivo. A tuo parere, quando nasce questa consapevolezza? Quando hai sentito davvero, per la prima volta, quel “battito interno” che guida il linguaggio del tango? C’è stato un momento in cui hai capito che sarebbe diventato la tua voce come musicista, e come persona?
Mariano Speranza: “È stato un percorso lungo, non c’è un momento preciso in cui ho detto: “Ecco, adesso è la mia strada.” Il tango, in realtà, c’è sempre stato. Fin da bambino. A casa mia si ascoltava tango: mio padre lo cantava, mia nonna lo ascoltava… è stato un compagno costante, una presenza naturale.

Mi ricordo una scena: ero piccolo, avevo appena iniziato a suonare il tango, e mio padre mi diceva: “Il tempo non lo puoi mollare, mai.” Non capivo bene cosa intendesse, ma quella frase è rimasta con me. Il ritmo a tempo come responsabilità, come identità.
La scelta consapevole, invece, è arrivata più tardi. Quando mi sono trasferito in Italia non avevo ancora deciso di dedicarmi esclusivamente al tango. Lo suonavo, sì, ma facevo anche altre cose: cantavo lirica, esploravo repertori diversi.
È stato in un momento di crisi, come spesso succede, che ho iniziato a interrogarmi davvero su quale fosse la mia strada. E lì sono stati fondamentali alcuni incontri: maestri, cantanti, figure che considero anche maestri di vita. È grazie a loro se ho capito che quella era la mia voce, il mio destino musicale.
Da allora ho cominciato ad approfondire, a studiare in modo più sistematico, e — lo dico sinceramente — mi sento anche fortunato. Fortunato di aver potuto seguire questa strada e trasformarla nella mia vita.”
La grande scommessa, oggi, è aprire le porte a una nuova consapevolezza: riconoscere il tango come categoria musicale autonoma, con la sua grammatica, il suo repertorio, il suo respiro stilistico. Una forma d’arte a pieno titolo, degna di ascolto, di studio e di ricerca.
Non è più solo una musica d’oltreoceano: anche in Italia stanno crescendo generazioni di musicisti, compositori, interpreti e ballerini in grado di esprimere il tango con personalità, rispetto e maturità artistica. Al punto da poter iniziare a parlare, senza forzature, di un vero e proprio “Tango Italiano”.
Barbara Savonuzzi




