In un’epoca segnata da tensioni e frammentazioni globali, sono proprio i linguaggi universali a ricordarci la possibilità di incontro, di pace e di bellezza condivisa.
La danza e la musica, senza bisogno di traduzioni, sono veicoli potenti di emozioni, valori e visioni. Anche per questo lo spettacolo Danzando nel tempo, andato in scena il 27 giugno 2025 nel suggestivo Parco di Villa Simion a Spinea, ha assunto un significato particolare.
La direzione artistica è stata affidata a Letizia Giuliani, étoile internazionale, che ha coinvolto alcune scuole di danza del territorio, ognuna con il proprio linguaggio stilistico. Insieme al marito Francesco Marzola, Letizia Giuliani dirige il Centro d’Eccellenza della Danza di Spinea, che ha ricevuto il riconoscimento ministeriale dal 2025 per il progetto Dancers Generation UE, presentato dall’associazione LG – Sviluppo Arti & Balletto con il sostegno di Arteven, Teatro di Vicenza, Regio Teatro di Parma e Balletto di Venezia.

Tra le scuole presenti: Serenissime Danze 800, Centri Studi Danza Movimento & Danza – 484, Fattiditango, My Charleston Pordenone, Studio 25 LC, Sviluppo Arti e Balletto.
Un’occasione preziosa per avvicinare due prospettive artistiche diverse ma complementari: da un lato, la formazione classica di alto livello rappresentata da Letizia Giuliani; dall’altro, la voce del tango argentino portata dal maestro Giuseppe Scarparo, direttore della scuola, FattidiTango in collaborazione con ASD 484, attiva da oltre 25 anni.
Abbiamo voluto ascoltarli entrambi per comprendere meglio il senso di questo incontro tra linguaggi, raccogliere le loro riflessioni sull’importanza della formazione e aprire uno sguardo condiviso sul concorso nazionale Tango&Danza, promosso da ACSI, di cui Faitango è partner attivo.
Com’è nata la vostra scuola, creare un Centro d’Eccellenza della Danza di Spinea e quale visione ha guidato il suo sviluppo?

Letizia Giuliani: “La nostra scuola nasce quasi per necessità e passione. Dopo anni da ballerini professionisti – mio marito, Francesco Marzola e io abbiamo lavorato al Maggio Musicale Fiorentino – con la chiusura della compagnia, abbiamo scelto di prenderci una pausa. È stato un momento di transizione, l’età in cui un ballerino inizia a pensare al passaggio verso l’insegnamento. In quegli anni abbiamo scoperto una forte passione per la didattica, e anche un vuoto formativo in Veneto: i ragazzi dovevano partire da giovani per studiare altrove.
Così è nato il nostro progetto: non solo formare in sala danza, ma costruire un percorso riconosciuto anche a livello ministeriale. Abbiamo lavorato in tutti questi anni per dare ai ragazzi del territorio la possibilità di restare e crescere artisticamente. Finalmente, nel 2025, il nostro progetto ha ottenuto il riconoscimento del Ministero: un percorso triennale per il perfezionamento professionale dei danzatori, uno dei due selezionati in tutta Italia insieme a quello del centro Arte Danza di Pescara.
Puntiamo a dare una formazione che li renda competitivi a livello internazionale, con attenzione sia alla tecnica sia alla cultura della danza. Cerchiamo attraverso lo spettacolo di offrire ai ragazzi un’esperienza culturale vera, dove si studia, si approfondisce, si raccontano storie. Lavoriamo anche su questi temi : repertorio, storia, interpretazione, educazione alla scena.”
Danzando nel tempo” ha messo in scena molteplici stili su un unico palco. Cosa vi ha spinto a partecipare a questo spettacolo?

Letizia Giuliani: “Come ogni anno, abbiamo presentato uno spettacolo multidisciplinare che prendeva spunto da un lavoro precedente “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, nato tra un lock down e l’altro. Quest’anno con “Danzando nel Tempo”, abbiamo pensato di raccontare la storia della danza, non solo sul palcoscenico ma anche nelle strade e nei saloni: da Luigi XIV, al repertorio classico, al neoclassico, fino al contemporaneo.
In questo contesto, il tango è stato una tappa naturale: rappresenta un passaggio culturale e sociale importante. Lo abbiamo inserito all’interno di un percorso che proseguiva poi verso il charleston, il tip-tap, fino all’hip hop. Ogni stile è stato studiato dai ragazzi, anche solo in brevi sezioni, per comprendere l’origine, la musica, il contesto sociale. Così si fa divulgazione: si stimola la curiosità.”
Com’è nato lo spettacolo messo in scena per il Comune di Spinea e quale visione coreografica lo ha guidato?

Letizia Giuliani: “Lo spettacolo nasce da un mio progetto originale. Ho curato personalmente la struttura drammaturgica, scritto tutti i testi interpretati in scena, selezionato le musiche e tracciato l’ossatura narrativa. Anche il lavoro dell’attore Giovanni Mariuzzo— presente durante tutto lo svolgimento — si basa su parole mie, pensate per accompagnare il pubblico in un viaggio nella storia della danza. A rendere ancora più speciale l’atmosfera, un libro originale del Cinquecento che fece parte degli oggetti del Teatro La Fenice, portato in scena oggi come oggetto simbolico: un elemento scenico autentico, legato alla memoria teatrale e alla famiglia di Giovanni.
L’intento era raccontare, attraverso il movimento, l’evoluzione della danza e il ruolo centrale dell’“attore danzante”, tra stili e suggestioni diverse — dal tango al tip-tap, fino al charleston — senza la pretesa di una trattazione accademica, ma con il desiderio di offrire un’introduzione sensibile e accessibile, capace di evocare.”
Dalla formazione alla produzione artistica: come si struttura oggi il vostro corso di perfezionamento e quali sono gli sviluppi futuri?
Letizia Giuliani: “Il nostro è un corso di perfezionamento professionale riconosciuto dal Ministero. In pochi anni abbiamo fatto tantissimo: non ci siamo limitati alla didattica, ma abbiamo voluto costruire un vero percorso artistico, che porti i giovani danzatori verso una consapevolezza professionale.

L’obiettivo è formare danzatori completi, capaci di affrontare non solo la scena ma anche il pensiero coreografico. La nostra idea è quella di amplificare il valore della formazione, affinché venga riconosciuta come parte centrale nel panorama nazionale.
Per il futuro ci piacerebbe vedere la nascita di una compagnia stabile, sostenuta dallo Stato o enti privati, in modo che i giovani ballerini possano avere una continuità di crescita.
Intanto a dicembre 2025 debutteremo con un trittico contemporaneo Contempo 3, con le coreografie di Massimo Morricone, Matteo Levaggi e Salvatore De Simone e da gennaio inizieremo a lavorare su “La Mascherata”, uno spettacolo ambientato a Venezia su musica di Luigi Boccherini. Si tratta di un balletto creato da Gheorghe Iancu, che era partner di Carla Fracci, e che era stato concepito per la Scala di Milano: oggi, con grande generosità, ce lo affida per una nuova produzione.”
Quanto è importante, oggi, promuovere dialogo e contaminazione tra le diverse discipline della danza, anche a livello educativo per gli allievi?
Letizia Giuliani: “Fondamentale. I nostri ragazzi non devono solo “saper fare”, devono capire cosa stanno facendo. Anche il balletto, per noi, è cultura prima che tecnica. I nostri spettacoli hanno sempre una narrazione, una morale, una storia da raccontare. Facciamo repertorio – come Schiaccianoci, Christmas Carol Coppélia, Don Chisciotte e Giselle – ma anche produzioni nuove che hanno una struttura narrativa forte.

In questo progetto, Danzando nel Tempo, ad esempio, i ragazzi hanno scoperto dove nasce il tango, dove nasce l’hip hop, come si sono evoluti i linguaggi della danza. Anche se non si entra nel dettaglio, rimane una traccia che può essere approfondita da chi sente la curiosità. La danza deve restare un linguaggio culturale, non solo sportivo o competitivo.”
In un contesto come quello italiano, dove spesso si guarda più all’estero che ai talenti nazionali, che ruolo ha secondo te la valorizzazione dei coreografi e delle realtà locali?
Letizia Giuliani: “In Italia si dà ancora poco spazio alla nostra ricchezza artistica. Eppure ci sono coreografi italiani di grande valore. Con il nostro progetto cerchiamo di far emergere le risorse del territorio, promuovendo una cultura della danza che parta dai giovani danzatori e coinvolga anche gli autori più meritevoli. Le nostre scelte artistiche vanno proprio in questa direzione.”
Avete letto il progetto del concorso Tango&Danza promosso da ACSI: secondo voi, è possibile immaginare una sperimentazione coreografica sulla musica del tango anche per chi proviene dalla danza classica?

Letizia Giuliani: “Non conoscevo il progetto, ma il tango per me è legato a un’esperienza bellissima. Quando avevo diciotto anni ho lavorato con Ruben Celiberti, un artista argentino che, ballava, suonava e cantava dal vivo: io danzavo in punta, su musica di tango eseguita al pianoforte e con il bandoneón, in scena. In quella occasione era presente anche Laura Piazzolla, Gigi Proietti e Silvia Tani; era l’anno 1999. Ricordo che la musica era molto intensa, molto coinvolgente emotivamente.
Credo che sia possibile creare delle sperimentazioni coreografiche anche per chi arriva dalla danza classica. Certo, serve consapevolezza musicale, perché il tango ha una struttura complessa, ma proprio per questo può essere molto stimolante. E a volte i ragazzi vanno anche messi di fronte a cose più articolate, più profonde, non sempre semplici. Il tango è complesso, ma è proprio lì che si cresce.”
Chiusa l’intervista con Letizia Giuliani, che ha evidenziato come il tango possa rappresentare un’interessante occasione di crescita anche per chi proviene dalla danza classica, proseguo il percorso di esplorazione del tema con il maestro di tango argentino Giuseppe Scarparo. La scuola Fattiditango è una realtà impegnata nella riscoperta dell’autenticità del tango argentino, con cui si sono formati nel tempo numerosi allievi appassionati. In occasione dello spettacolo Tango / Danzando nel tempo, alcuni di loro si sono esibiti sul palco insieme allo stesso Giuseppe Scarparo, che ha danzato in coppia con la maestra e ballerina di tango argentino Claudia Mosconi.

Maestro Giuseppe Scarparo, ci racconta com’è nata la scuola “ Fatti di Tango” e qual è la vostra missione?
Giuseppe Scarparo: “Nel 2008 ho fondato l’associazione “Fatti di Tango” con l’idea di recuperare il vero spirito del tango argentino. In quegli anni – e purtroppo ancora oggi – vedevo tante persone ballare solo per esibire figure, spesso fatte male, senza rispetto per la musica né per gli altri in pista. Volevo proporre un tango autentico: appassionato, musicale, rispettoso della ballerina e della ronda. Per me il tango è un linguaggio da condividere, non un’esibizione solitaria.”
Qual è stato il valore, per voi, della partecipazione allo spettacolo “Danzando nel tempo”?

Giuseppe Scarparo: “L’occasione di partecipare allo spettacolo è stata coerente con ciò che portiamo avanti da anni. “Danzando nel tempo” non era solo un’esibizione, ma uno spazio di dialogo tra stili, culture e approcci diversi alla danza. Per questo abbiamo partecipato con entusiasmo a questa iniziativa. Credo che il tango abbia un peso importante nella storia della danza, perché racconta l’identità di un popolo nato da un miscuglio di culture, spesso migranti. In più, rispetto ad altri stili che mettono in scena singoli danzatori, il tango è davvero una danza di coppia. Si basa sull’improvvisazione e sull’ascolto reciproco, ed è molto più difficile muoversi in due che da soli.”
In un mondo dove la danza tende spesso alla spettacolarizzazione, cosa significa per voi “restare fedeli” allo spirito del tango? E cosa invece significa innovarlo?

Giuseppe Scarparo: “Oggi tutto è spettacolo. Si filma ogni cosa: una vacanza, un piatto, un’emozione. Anche nel tango vediamo spesso persone in milonga che cercano solo l’applauso, ballano per farsi guardare, non per condividere un momento intimo e musicale. Più cercano visibilità, peggio ballano. Noi lavoriamo ogni giorno per restituire senso al tango, che è ascolto, emozione, tempo musicale. Le figure – o meglio, i movimenti – servono solo a restare nel ritmo e nel dialogo con l’altro. Quanto all’innovazione, il tango si evolve da solo. I corpi cambiano, le possibilità fisiche oggi sono molto più ampie rispetto a quelle di un uomo di cinquant’anni vissuto nel secolo scorso. Ma innovare non significa tradire: anche con movimenti nuovi, bisogna rimanere fedeli alle regole della milonga e al rispetto degli altri. Il tango vero non ha bisogno di essere stravolto per essere vivo.”
Personalmente, cosa rappresenta il tango per lei? È solo danza, è cultura, è identità…?
Giuseppe Scarparo: “Per me il tango è cultura. È la cultura di un popolo, ed è anche un po’ la nostra: molti degli autori di tango erano italiani, e l’Italia ha contribuito tantissimo alla sua evoluzione. Ballare il tango significa voler condividere la musica con una persona, abbracciarla, non esibirsi per gli altri. Credo molto nell’educazione, che è la base del tango. In pista, un mio allievo non sarà mai maleducato. Se qualcuno si comporta male, smette di essere mio allievo: per me insegnare il tango significa anche insegnare il rispetto.
Il tango è anche identità: quando una donna balla con un vero ballerino argentino, lo sente. Perché lui capisce i testi delle canzoni, li vive. E la musica diventa più intensa. In Italia, invece, spesso si studiano solo le figure. Tanti non hanno mai letto un libro, non conoscono la storia del tango, né quella dell’Argentina. E questo si riflette anche nel modo di ballare.”
Il concorso nazionale Tango&Danza promosso da ACSI propone una riflessione creativa sulla musica del tango, anche in forme astratte o teatrali. Vi riconoscete in questa proposta? Cosa potrebbe significare per voi e i vostri allievi parteciparvi?
Giuseppe Scarparo: “Dovrei rifletterci con attenzione. Il rischio oggi è che si faccia del tango qualcosa di troppo grande, troppo spettacolare. Ma in fondo il tango è un ballo popolare, nato tra persone che spesso non sapevano nemmeno ballare, ma sapevano camminare insieme, ascoltarsi, condividere la musica e lo spazio. È possibile creare spettacoli teatrali o altre forme artistiche usando la musica del tango, ma sarebbe importante che il tango tornasse a essere ciò che è davvero, con la sua storia drammatica legata all’Argentina, ai regimi militari e alle difficoltà del paese.”
Dietro al tango ci sono ferite profonde, ci sono i Desaparecidos, le dittature militari, i problemi sociali. Eppure oggi, per soldi, si tende a spettacolarizzarlo senza raccontarne il senso. E questo è un peccato.”
In questo crocevia di visioni, dove la danza diventa racconto, memoria e sperimentazione, si inserisce anche la riflessione della critica Elisa Guzzo Vaccarino, “Il tango consente a tutti di cercare la propria danza”, scrive Vaccarino, “quella che il corpo, la mente, l’orecchio e il respiro chiedono di vivere appieno”.
È proprio questo spirito – libero, consapevole, radicato nella storia e aperto al futuro – che anima il concorso Tango&Danza promosso da ACSI in collaborazione con Faitango.
Barbara Savonuzzi





