Una tournée internazionale, un ensemble tutto italiano, arrangiamenti originali e una
visione aperta del tango come linguaggio in continua trasformazione. È questo il cuore del progetto che porterà Silvio Zalambani e l’Ensemble di Sassofoni del Conservatorio Statale di Musica “Antonio Scontrino” di Trapani in Argentina nell’ambito di una prestigiosa iniziativa culturale e musicale.
L’iniziativa prende vita nell’ambito del progetto europeo MUSIC4D, sostenuto dai fondi Next Generation Europe, con l’obiettivo di favorire intersezioni tra
musica e danza nei contesti culturali del Sud del mondo. L’Italia è rappresentata da un ensemble composto da docenti e studenti del Conservatorio di Trapani, e guidato da Silvio Zalambani, compositore, sassofonista e figura chiave della scena musicale tra Italia e America Latina.
Silvio, ci racconti com’è nato questo progetto e da quali visioni artistiche prende forma?
Silvio Zalambani: “ Questo progetto è nato nell’ambito di un programma europeo rivolto ai conservatori della Sicilia chiamato MUSIC4D e si tratta di un’iniziativa dedicata alle contaminazioni tra musica e danza nel Sud del mondo, e io ho colto questa opportunità per proporre un lavoro sul tango contemporaneo. L’idea centrale è esplorare e valorizzare le affinità culturali tra Italia e Argentina, legate anche a un forte tema migratorio, che ha costruito ponti storici e umani tra i nostri due Paesi. La particolarità di questo progetto è che nasce per la prima volta all’interno di un’istituzione musicale statale, il Conservatorio di Musica di Trapani, dove io sono docente di ruolo nella cattedra di sassofono. Oltre a me ho coinvolto anche il collega Antonino Peri, anch’egli docente di sassofono, e i migliori studenti in rappresentanza delle tre classi di sassofono del Conservatorio stesso, inoltre, è presente anche la collega Mimma Di Vittorio, docente di Tecniche di consapevolezza ed espressione corporea, che partecipa come danzatrice di questa sua forma coreutica nota come New Butoh. È un progetto davvero originale ed esclusivo in cui la musica, il movimento e l’identità si incontrano.
Parliamo del titolo: “Il Tango – Italia Argentina, una migrazione continua”. È una definizione forte, poetica ma anche politica. Cosa racchiude per te?
Silvio Zalambani: “Racchiude tutto ciò che è vivo, in movimento e in trasformazione. La migrazione è innanzitutto scambio, e il tango è un linguaggio migrante per eccellenza: nasce dalla mescolanza di culture, di popoli, di suoni. Oggi, con questo progetto, continuiamo quel dialogo. Non si tratta solo di portare musicisti italiani in Argentina, ma di creare un incontro vero con musicisti argentini, studenti e danzatori. Una migrazione continua, appunto, che è culturale, creativa e reciproca”
Hai parlato di “migrazione continua” tra Italia e Argentina. In che modo il tango ha contribuito a costruire questo ponte culturale tra i due Paesi?
Dal punto di vista storico, il tango nasce proprio con le grandi migrazioni europee della fine dell’Ottocento, in particolare dall’area del Mediterraneo. La componente italiana fu la più numerosa: tra il 1880 e la Prima guerra mondiale arrivarono in Argentina circa sei milioni di italiani, contro i cinque milioni di spagnoli e un milione proveniente da altre aree d’Europa e dal Medio Oriente.
Il tango nasce in quel contesto, non prima. E anche se non possiamo affatto dire che lo stile musicale sia italiano, è innegabile che in quegli anni ci siano state influenze melodiche e culturali italiche. I creatori del tango erano spesso figli o nipoti di immigrati italiani, nati e cresciuti in Argentina. Da allora, lo scambio culturale è stato continuo. Negli ultimi cinquant’anni, le migrazioni si sono anche invertite, con molti argentini che si sono trasferiti in Europa e in Italia. Questo scambio è ancora attivo oggi.
Il bando a cui abbiamo partecipato promuove l’internazionalizzazione degli istituti musicali, intesa come scambio reciproco. Il tango stesso si è sviluppato così: è nato in un unico luogo ma da sovrapposizioni successive di strati culturali e sociali multipli e diversi.
Entriamo nel vivo: ci parli della formazione che parteciperà alla tournée come si è formato l’ensemble e che tipo di percorso avete seguito per prepararvi e che repertorio presenterete?
Silvio Zalambani: “L’ensemble di sassofoni esiste da sempre all’interno delle attività artistiche del Conservatorio di Trapani, dove insegno. Anche se l’ordinamento accademico italiano non prevede corsi specifici di musica latinoamericana o di tango, io propongo spesso questo repertorio come attività formativa sia nei corsi classici che in quelli jazz. Con questa formazione ci siamo già esibiti più volte sia in rassegne concertistiche in Sicilia che in Spagna, attraverso scambi col Progetto Erasmus.
Nel programma che proporremo a Buenos Aires faremo alcuni omaggi anche a Gardel – di cui quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della sua scomparsa – e ad Astor Piazzolla e Osvaldo Pugliese con un brano ciascuno. Ma l’ossatura del programma sarà composta quasi interamente da mie composizioni, tutte nate a seguito di miei precedenti viaggi a Buenos Aires e inevitabilmente legate profondamente a quella città: spesso dico che, quando le suono laggiù, in un certo senso “tornano a casa”.
Anche se rispecchiano il mio stile personale, ogni brano è impregnato di esperienze vissute, di suoni e atmosfere che Buenos Aires mi ha ispirato. Questo dà al progetto un legame autentico con la cultura argentina, ma al tempo stesso lo radica nella mia stessa identità italiana.
Poi c’è un elemento molto significativo: per la prima volta un Conservatorio italiano rappresenterà l’Italia in Argentina suonando tango originale all’interno di istituzioni di altissimo livello, come l’Università Nazionale delle Arti di Buenos Aires (UNA) e la Scuola di Musica Popolare de Avellaneda (EMPA), dove da oltre 40 anni esistono anche classi di sassofono dedicate al tango.

Un’altra novità di questo progetto è l’unione con la danza, parteciperà infatti anche Mimma Di Vittorio, danzatrice e coreografa di danza New Butoh. Il suo contributo è fondamentale per dare corpo e gesto alla musica: il sassofono e la danza si fondono in un dialogo che arricchisce il significato del tango stesso, e la collega ha creato per l’occasione dei quadri specifici di danza per le mie musiche.
La formazione completa dell’Ensemble sarà la seguente:
prof.ssa Mimma Di Vittorio – coreografie e danza
prof. Silvio Zalambani, sax soprano
prof. Antonino Peri, sax alto
Roberto Nobile, sax alto e tenore
Manfré Davide, sax alto
Giovanni Balistreri, sax tenore
Vincenzo Faraone, sax alto e baritono
Il progetto arriva dall’Italia, ma si esibirà anche accanto a tre importanti sassofonisti argentini: Fernando Lerman, Bernardo Monk e Jorge Retamoza. Come sono nate queste collaborazioni?
Silvio Zalambani: “È un onore per noi. Conosco e stimo questi musicisti da tempo: rappresentano il meglio del sassofono nel tango contemporaneo argentino. Jorge Retamosa, Bernardo Monk e Fernando Lermann: sono docenti nelle istituzioni più importanti di Buenos Aires e solisti affermatissimi, già vincitori di tantissimi premi con i loro dischi e i loro progetti. Con loro collaboro da un po’ di tempo. Già nel mio tour precedente a marzo scorso ho avuto occasione di suonare sia con Retamosa che con Lermann, e anche questa volta si uniranno a noi come ospiti in alcuni degli eventi.

Ma non solo, Fernando Lermann e Bernardo Monk sono anche docenti all’Università Nazionale delle Arti, dove si terrà il primo concerto del nostro tour il 16 agosto. Proprio in quella sede è stata organizzata da loro una Giornata Internazionale del Sax nel Tango, dove tutta una serie di grandi sassofonisti argentini si esibiranno con i propri allievi, e il tutto patrocinato dell’Associazione dei Sassofonisti Argentini, e noi saremo gli unici stranieri presenti col nostro Ensemble di Sassofoni del Conservatorio di Trapani.
Un riconoscimento importante anche sul piano umano, oltre che musicale.
Sapevo, conoscendo già l’ambiente e le persone, che ci avrebbero accolto con generosità. Sono musicisti straordinari ma anche persone squisite. Non avrebbero mai organizzato un evento del genere se non ci fosse un rapporto di fiducia. Del resto, come dico sempre: andare in Argentina a suonare tango è come andare in Sicilia a portare cannoli, è questione delicata.
Nel tuo racconto è emersa in modo molto chiaro la tua profonda connessione con Buenos Aires, che non è solo geografica ma anche affettiva, culturale, musicale. Ti capita mai di riflettere su quanto ci sia di “italiano” nel tango, o su come la nostra storia migrante abbia inciso in quella argentina, anche dal punto di vista artistico?
Silvio Zalambani: “Sì, assolutamente. Ci sono molte caratteristiche delle persone argentine che ricordano gli italiani, anche se parlano un’altra lingua. Alcune zone di Buenos Aires sembrano Parigi, altre New York, altre ancora Cuba. È una città che può generare un impatto scioccante. Ricordo la prima volta che ci sono andato, dopo tutte quelle ore di volo, mi sono chiesto: “Ma non è che abbiamo sorvolato l’Europa e siamo atterrati di nuovo lì?”. Poi, vivendo la città, ti accorgi che sei davvero in Sud America.
L’italianità c’è, ma stratificata sotto altri livelli. Nessuno parla italiano, chi non è mai stato in Italia spesso non sa nemmeno se Milano sia più a nord o a sud di Napoli. I ricordi dell’Italia sono legati prevalentemente ai nonni e i bisnonni oramai scomparsi, che parlavano solo in dialetto, e che quindi si adattarono abbastanza velocemente alla nuova realtà e allo spagnolo argentino. Le origini sono presenti, ma latenti.
Musicalmente, ci sono similitudini nel nostro modo melodico. Lo stesso Jorge Luis Borges disse che “il tango divenne piagnucoloso e nostalgico quando arrivarono gli italiani”.
Al di là del pregiudizio, questa affermazione coglie un aspetto importante: con l’arrivo degli italiani, il tango – che prima era più sbarazzino e folclorico – ha assorbito una vena melodrammatica e sentimentale, in certo senso, da romanza lirica.
E ricordiamoci che a Buenos Aires, quando nacque il tango, c’erano già tantissimi teatri e molte compagnie d’opera e di teatro erano proprio italiane, persino Gardel ascoltava le arie dei cantanti lirici.
Quindi, così come oggi noi ascoltiamo e ci lasciamo ispirare dai loro tanghi, all’epoca loro si nutrivano delle nostre melodie. La musica è fatta anche di questo: assorbimento e trasformazione.
Picasso disse che “I buoni artisti copiano. I grandi artisti rubano” io aggiungo invece che “l’arte è copiare gli altri al meglio a proprio modo”. Ecco, il tango è anche questo.”
Allora, per te, oggi… cos’è il tango? E com’è cambiato nel tempo il tuo modo di viverlo?
Silvio Zalambani: “Come molti in Italia e in Europa, il tango lo si può scoprire in due modi: o lo si incontra ballando, oppure attraverso la musica di Astor Piazzolla, ed io l’ho scoperto con lui.
Piazzolla è il punto di accesso musicale per molti: ha trasformato il tango in un linguaggio universale. Quando ero allievo, agli inizi degli anni Novanta, l’ho scoperto così. Poi ho iniziato una ricerca all’indietro, per capire da dove venisse quella musica. Ma finché non sono andato a Buenos Aires, non ho capito veramente il senso di tutto.
Non basta conoscere il tango “da fuori”. Devi entrare dentro Buenos Aires, non quella da cartolina per i turisti, che là chiamano con ironia Tango for export. Devi entrare nei loro spazi, nei loro bar, nei teatri, nelle librerie, nelle milonghe vere e nella loro vita.
Solo lì capisci che il tango non è solo musica o danza, ma una forma di pensiero e di vita, una cultura viva che si rimodula col passare del tempo nei cambiamenti sociali di quella città.
Io dico sempre ai miei amici: “se volete davvero capire cos’è il tango, sedetevi un giorno intero in un bar di Buenos Aires. Ascoltate, osservate i luoghi e la gente. Il modo in cui parlano, si muovono, vivono… è lo stesso con cui suonano e cantano il tango.”
Se questo non lo cogli, puoi anche essere perfetto tecnicamente… ma stai facendo solo una parodia.
I miei studenti, ad esempio, a volte suonano i brani di Piazzolla in modo tecnicamente impeccabile, meglio di me. Ma poi gli dico: “Sì, però qui non c’è Buenos Aires…”.
E senza Buenos Aires, non c’è tango.
È proprio il tema che ci eravamo posti prima: la delicatezza di entrare in punta di piedi.
Silvio Zalambani: “Esatto. Loro fanno il tango da dentro verso fuori e noi non possiamo certo imitarli. La nostra visione è per forza al contrario, da fuori verso dentro, è importante esserne consapevoli: non per sentirsi “estranei”, ma per coltivare uno scambio vero, autentico, dove ciascuno porta qualcosa.”
Barbara Savonuzzi





