Dal progetto Il Sogno al 25 novembre:

Ci sono passi che non si dimenticano. Non solo quelli del tango, ma quelli che portano avanti, insieme, verso un cambiamento necessario.
Nel mese in cui il mondo si ferma a ricordare e riflettere — il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne — il progetto Il Sogno di Alessandro Francini torna a farsi voce, incontro, movimento.

Con Alessandro Francini, ideatore e organizzatore della manifestazione, abbiamo ripercorso le tappe di questa crescita: dopo due edizioni intense e partecipate, la terza si terrà il 23 e 24 maggio 2025 a Pistoia, scelta strategicamente per la sua accessibilità e per ospitare fino a 350 persone per serata all’interno di un nuovo spazio.

Il Sogno 2026

“L’obiettivo è arrivare a 700 partecipanti diversi – spiega Francini – e diffondere il progetto anche in altre città italiane, rendendolo itinerante e accessibile a un pubblico più ampio.”

Un elemento centrale del progetto è il sostegno alle associazioni antiviolenza. “Manteniamo il contatto con realtà come Nara e Alice di Prato, un centro antiviolenza di Pistoia e un altro a Empoli – afferma Francini – e il nostro obiettivo è dare loro visibilità e strumenti concreti per far conoscere il loro lavoro, anche attraverso eventi culturali e giornalistici.”

Il Tango e il coraggio del cambiamento

Il tango, con la sua natura di ascolto e reciprocità, diventa ancora una volta strumento di riflessione: un invito a rivedersi, a mettersi in gioco, a riscoprire la responsabilità del proprio passo.
Ma mentre il mondo della cultura e istituzionale attivano molteplici progetti di sensibilizzazione, la cronaca ci restituisce un quadro duro, spietato: più se ne parla, più emergono storie di violenza, spesso taciute per anni. È come se il silenzio si fosse finalmente incrinato, lasciando emergere in tutta la verità.

Per comprendere come affrontare questo tempo di apparente paradosso — in cui la consapevolezza cresce, ma il dolore sembra esplodere — abbiamo incontrato Francesca Ranaldi, presidente del Centro Antiviolenza La Nara di Prato, una delle realtà che da quasi trent’anni tesse con costanza il filo dell’ascolto e della rinascita.
Con lei, una riflessione sul presente e una domanda che oggi più che mai ci riguarda tutti: possiamo ancora avere speranza in un cambiamento?

Francesca Ranaldi: “Sono felice di ritrovarci ancora, per continuare insieme a promuovere un cambiamento culturale necessario. Possiamo realizzarlo solo se ognuno fa la propria parte. La speranza? Certo che c’è. È il mio mestiere da oltre trent’anni: se non avessi la certezza che ciò che faccio abbia un senso, sarebbe sconfortante.

Credo che le cose debbano cambiare e che possano davvero cambiare. È una rivoluzione culturale, e come tutte le rivoluzioni ha bisogno di tempo. Non possiamo aspettarci risultati immediati, ma possiamo lavorare affinché si realizzino.

Francesca Ranaldi

Viviamo immersi in una realtà culturale secolare e su questo dobbiamo intervenire. Occorre lavorare con le nuove generazioni, educandole a relazioni fondate sul rispetto, sulla parità e sulla dignità dell’altro. Possiamo iniziare prestissimo, già con i bambini più piccoli, fino alla scuola dell’infanzia, perché gli stereotipi di genere si radicano molto precocemente.

Noi, come Centro Antiviolenza La Nara, lavoriamo nelle scuole: con le insegnanti, con le ragazze e i ragazzi, con i bambini piccolissimi, fino alla scuola dell’infanzia

La speranza risiede nelle nuove generazioni, ma anche nella consapevolezza degli adulti, nella loro capacità di essere attenti, responsabili e pronti a mettersi in discussione. La violenza di genere riguarda tutti: non ha classe sociale, età, colore o religione. Può colpire chiunque, accanto a noi — a noi stesse, alle nostre amiche, sorelle, madri o colleghe.”

In questi giorni – come ha giustamente ricordato – si sta discutendo molto dell’introduzione dell’educazione al sentimento, più ancora che dell’educazione alla sessualità. Cambiano le parole, ma resta la sostanza di un dibattito acceso che, anche oggi in Parlamento, ha avuto momenti particolarmente tesi. Sono temi scottanti, che misurano il termometro di come sta il Paese e di quanto tutti siamo coinvolti in prima linea. Lei sostiene che sia necessario partire dagli adulti, dai bambini, dalle scuole, perché lì si trova il seme del cambiamento.

Francesca Ranaldi: “Esatto. Ma è altrettanto importante domandarsi come sia possibile intervenire nelle famiglie, che portano con sé la propria storia, la propria struttura, la propria rete di relazioni. Lavorare sulle famiglie significa lavorare sull’intera comunità: significa coinvolgere bambini e bambine, cittadini e cittadine, significa raccontare la violenza, renderla visibile, comprensibile e nominabile. Questo è ciò che facciamo ogni giorno. Entriamo nelle scuole: con i ragazzi e le ragazze più grandi affrontiamo i temi dell’affettività, del rispetto, della relazione; con i più piccoli e con le insegnanti lavoriamo sulle emozioni, sulla parità, sull’ascolto reciproco. È un intervento necessario, perché la scuola ha un mandato educativo primario. Attraverso la scuola passano tutti e tutte, e garantire questo passaggio significa garantire un orizzonte di possibilità per ogni bambina e ogni bambino.

Certamente è possibile agire anche sulla comunità più ampia, sapendo che non tutte le persone accoglieranno nello stesso modo il cambiamento che proponiamo — un cambiamento, però, indispensabile. Ma i bambini e le bambine devono ricevere un messaggio limpido, inequivocabile: un messaggio di rispetto e di parità. Non c’è nulla di cui avere timore.

Nelle scuole portiamo un’idea semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: si può essere maschi e femmine in modo libero, al di fuori degli stereotipi che imprigionano ciò che un maschio “dovrebbe” essere o ciò che una femmina “dovrebbe” rappresentare. Offriamo ai bambini e alle bambine la possibilità di scegliere, di esprimere le proprie emozioni senza gerarchie o giudizi. Un ragazzo non deve essere forte per forza, una ragazza non è fragile per definizione. La diversità è possibile, e la parità è imprescindibile. Non deve spaventare nessuno.

Raccontiamo che le emozioni hanno un senso, che possono e devono essere espresse; che dire ciò che si prova è un modo sano di stare al mondo; che un “no” ha un valore e deve essere riconosciuto e rispettato. Questo è ciò che siamo chiamati a fare, senza esitazione. E credo fermamente che la politica abbia il dovere di sostenere questo lavoro, di garantire a ogni bambina e a ogni bambino l’opportunità concreta di costruire una società migliore. Perché loro sono il nostro futuro, e hanno davvero la possibilità di creare un mondo diverso.

Non possiamo accettare che ancora oggi le donne muoiano per questo. Perché le donne muoiono proprio per questo: per una disparità radicata, per la pretesa di possesso dell’uomo sulla donna. Dobbiamo smantellare questa forma di relazione. Dobbiamo farlo e possiamo farlo insieme, a partire dalle scuole, senza temere di mettere in discussione una cultura che ci accompagna da secoli. È l’unico modo per smettere di morire.”

Lei osserva che l’aumento dei casi di violenza di cui sentiamo parlare potrebbe, paradossalmente, essere anche il segno di una maggiore visibilità e quindi di una crescente presa di coscienza. È come se il silenzio si stesse rompendo. Forse gli uomini si sentono più sotto pressione, e le donne parlano di più tra loro?

Francesca Ranaldi:
“Quando parliamo di numeri, io mi riferisco a ciò che vedo quotidianamente: gli accessi al nostro Centro antiviolenza a Prato, i dati toscani, quelli nazionali. I numeri crescono. Ma è importante ribadire che non dobbiamo aver paura dei numeri di accesso: quei numeri rappresentano sicurezza, consapevolezza, la volontà di proteggere se stesse e i propri figli. Perché accanto a una donna ci sono sempre bambini e bambine che soffrono e che sono vittime esattamente nello stesso modo.

È vero: la crescita degli accessi restituisce la misura del fenomeno, e questo può spaventare. Ma significa anche che i centri antiviolenza stanno facendo il loro lavoro: accogliere, accompagnare, sostenere. E non essere sole in un momento così complesso è fondamentale. Io lo ripeto sempre: chiedere aiuto è un gesto di grandissima intelligenza.

Sì, i numeri crescono anche perché cresce la consapevolezza. Alcuni casi di cronaca nazionale hanno prodotto un risveglio collettivo. Penso che esista davvero un “prima e dopo” Giulia Cecchettin: molte persone hanno sentito quel caso come più vicino, più intollerabile, e questo ha mosso coscienze che forse dormivano.

Al tempo stesso, i casi di femminicidio dall’inizio dell’anno sono aumentati del 15 per cento. Questo significa che le donne oggi compiono scelte diverse, più consapevoli, mentre alcuni uomini non riescono a stare al passo con questa consapevolezza. È una verità dolorosa, ma reale.

C’è un enorme lavoro che il mondo maschile deve fare accanto alle donne, ma soprattutto su se stesso. Le donne percorrono strade di consapevolezza, di sicurezza, di ricostruzione; gli uomini devono intraprendere un percorso analogo. Devono riconoscere che il cambiamento è necessario, perché il problema della violenza di genere non è delle donne: è degli uomini. Ed è di questo che dobbiamo parlare.

Quando una donna viene uccisa, non accade perché un uomo “non riesce a stare senza di lei”. Accade perché quell’uomo non sopporta che lei riesca a stare senza di lui. È questa dinamica che dobbiamo destrutturare, completamente e senza esitazioni.”

Lei sottolinea che qui abbiamo parlato soprattutto delle forme estreme di violenza, come l’omicidio e il femminicidio, ma esiste anche una violenza psicologica più sottile, che si manifesta nelle relazioni di coppia e che può condurre le donne a stati depressivi o a comportamenti autolesionisti. Dinamiche che si attivano quando l’uomo non regge il confronto con l’autonomia e l’indipendenza della donna.

Francesca Ranaldi: “È importante ricordare che le donne hanno compiuto un percorso enorme nella rivendicazione e nella difesa dei propri diritti. Ma questo stesso percorso devono intraprenderlo anche gli uomini, accanto a noi, con attenzione e rispetto, senza vivere il cambiamento come una minaccia al loro ruolo. Ecco perché è fondamentale destrutturare gli stereotipi di genere: modificare la propria idea di relazione non significa perdere qualcosa, significa trasformarsi e, forse, acquisire nuove possibilità. Questo è un passaggio essenziale.

La violenza di genere, infatti, può essere immaginata come una piramide: all’apice c’è il caso estremo, il femminicidio, ma alla base si estende un territorio vasto e sommerso. Non è un caso che si utilizzi spesso la metafora dell’iceberg: ciò che vediamo è solo la punta, mentre sotto la superficie si cela tutto ciò che non emerge immediatamente. È fatto di vessazioni, di violenza psicologica, di una progressiva erosione dell’autonomia personale e della capacità di riconoscersi come persone di valore.

Queste dinamiche spingono molte donne a rimanere nella relazione, arrivando quasi a pensare di meritare ciò che subiscono. È uno degli aspetti più dolorosi della violenza di genere: sentirsi intrappolate, ricattate emotivamente, svuotate delle proprie energie. Il nostro lavoro è proprio questo: aiutare le donne a ritrovare insieme la forza. È ciò che i centri antiviolenza fanno ogni giorno, con pazienza e presenza costante.

Accanto ai femminicidi esistono molte altre forme di violenza: quella economica, quella sessuale, quella fisica. Ma quasi sempre tutto ha origine da una violenza psicologica fondata sul controllo. Il controllo è il meccanismo centrale di ogni forma di violenza: controllo della mente, dicendoti che non vali; controllo economico, negandoti autonomia; controllo fisico, attraverso la paura.

Intorno al fenomeno della violenza convivono diversi livelli e molteplici manifestazioni: comprenderli è indispensabile per poter intervenire davvero.”

Si parla anche di tango e di milonga, per collegarsi al progetto di Alessandro Francini, il sogno. Questi spazi, osserva, rappresentano territori di ascolto e dialogo, occasioni in cui uomini e donne possono percepirsi e rispettarsi in modo diverso. Indubbiamente il tango può favorire questo processo, ma anche in questo contesto esistono dinamiche da riequilibrare: non tutte le donne riescono a partecipare a una tanda, così come ci sono forme di esclusione o di limitazione anche per gli uomini. Questi esempi, seppur più sottili, ci costringono a riflettere su come ci relazioniamo con gli altri.

Francesca Ranaldi: “Basta guardare i numeri: una donna su tre incontra nella vita episodi di violenza di genere. È un fenomeno trasversale, radicato, presente ovunque.
Ed è proprio questa diffusione a renderci consapevoli di quanto siano necessari spazi di ascolto e di racconto. L’evento organizzato da Francini, molto partecipato, ha offerto un’occasione preziosa: uomini e donne hanno potuto confrontarsi e raccontare esperienze, riflettere, fermarsi. La violenza di genere va raccontata in modo adeguato, professionale e rispettoso. Solo così possiamo cambiare la percezione e creare luoghi in cui le persone possano riflettere e confrontarsi.

Lo spazio dedicato al racconto, come quello che stiamo vivendo in questo momento, permette di accorgersi di chi silenziosamente subisce una violenza psicologica, prima forse invisibile. È come indossare lenti nuove: capire cosa sia la violenza di genere cambia il modo in cui si guarda il mondo e non consente più di voltarsi altrove. Con queste lenti possiamo riconoscere, comprendere e agire. Questo è fondamentale, perché ogni persona può indicare a chi subisce violenza che esistono centri antiviolenza, luoghi di sostegno concreti. Conoscere queste realtà significa diminuire la paura e avere strumenti per intervenire. Poter raccontare, ascoltare e imparare a usare queste “lenti” è ciò che realmente serve.”

Il tango mette a nudo l’interiorità delle persone – osserva Alessandro Francini – e, proprio come nella società, ci sono individui rispettosi e altri meno. Parlare di violenza anche in contesti artistici non deve sorprendere: è un modo per accrescere la consapevolezza e promuovere il rispetto reciproco.

Lasciamo che siano queste parole a parlare e vi invitiamo a guardare il video realizzato dalla comunità tanguera, nato per sostenere e amplificare la sensibilizzazione su queste tematiche

Barbara Savonuzzi

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui