Anime Spezzate – Donne oltre il destino:

Due opere, un’unica ferita: il destino femminile tra costrizione sociale e possibilità di riscatto.

Accostare Suor Angelica di Giacomo Puccini e María de Buenos Aires di Astor Piazzolla significa mettere in dialogo due universi lontani per linguaggio e contesto storico, ma uniti da una medesima urgenza: interrogare la condizione femminile.

Il chiostro e la strada, il silenzio della clausura e il rumore della metropoli. Angelica e María appartengono a mondi opposti, eppure attraversano una solitudine simile, segnata da giudizi, ruoli imposti e morali che si impongono come inevitabili.

È da questa tensione che nasce Anime Spezzate – Donne oltre il destino, progetto che accosta le due opere non come semplice dittico, ma come racconto unitario. Il teatro diventa così lo spazio in cui queste storie tornano a interrogare il presente.

Lo spettacolo debutterà l’8 marzo al Teatro di Ponte a Moriano (Lucca), con la direzione musicale di Pablo Boggiano e la regia di Matteo Mazzoni, in un allestimento che intreccia ensemble d’archi, bandoneon e interventi visivi firmati da Luca Attilii (per Suor Angelica) e Wilhelm Von Starck (per Maria de Buenos Aires). In scena, Silvana Froli vestirà i panni di Suor Angelica, mentre Liliana Rugiero darà voce a María de Buenos Aires.

Matteo Mazzoni

Ne parliamo con Matteo Mazzoni, regista e direttore artistico dello spettacolo

Genesi del progetto

Come nasce l’idea di mettere in dialogo Suor Angelica e María de Buenos Aires?
È stata una necessità artistica, una sfida, o un’urgenza espressiva legata al presente?

Matteo Mazzoni:
“Non è stata programmata a tavolino, ma è maturata da un incontro quasi casuale.

Un incontro in Toscana tra mondi diversi: il tango argentino da una parte, la tradizione lirica dall’altra. Un direttore argentino, un cantante argentino ma ormai italiano d’adozione, vari artisti toscani. Ognuno portava con sé il proprio patrimonio musicale.

Come nelle Marche, la mia regione, si cresce in genere “rossiniani”, in Toscana possiamo dire che si cresca “pucciniani”. Da questo confronto è nata l’idea di un dittico tra due titoli che, paradossalmente, raramente vengono rappresentati da soli perché entrambi di durata contenuta. Suor Angelica è abitualmente accostata agli altri titoli del Trittico; María de Buenos Aires spesso viene inserita in contesti legati al tango o ad altre opere contemporanee.

A un certo punto di quell’incontro mi sono chiesto: come posso giustificare, prima di tutto a me stesso, l’unione di questi due mondi? Non al pubblico — a me. È il regista dopotutto che deve trovare il senso profondo di ciò che mette in scena!

La risposta arriva osservando il centro comune delle due opere: la figura femminile.

In Suor Angelica vediamo cosa poteva accadere a una donna che “perdeva l’onore”: una gravidanza fuori dal matrimonio diventava vergogna sociale. La soluzione era la reclusione in convento. Le veniva tolto il figlio, salvato l’onore della famiglia.

Ma la donna dov’è in tutto questo? È una madre privata non solo del figlio, ma della propria vita. Dov’è la vocazione? Dov’è la scelta? È una decisione imposta, subita, come vergogna sociale”

Se Angelica rappresenta la vittima di una morale aristocratica e borghese, María nasce in un contesto opposto ma non meno crudele.

“Quando mi sono avvicinato a María de Buenos Aires, ho capito che per noi europei il tango è spesso un’immagine legata all’eleganza, alla sensualità, all’esotismo. Ma nel tango c’è un’anima nera, c’è una sofferenza profonda del popolo argentino. In un contesto di miseria, cosa può accadere a una giovane donna? L’illusione, l’innamoramento, e poi la caduta. Ferrer costruisce un libretto simbolico, quasi ermetico. Piazzolla e Ferrer hanno scelto il nome Maria — come la madre di Gesù, ma anche come nome universale, come potrebbe essere ogni donna. María non è solo una persona, è una figura che muore, torna come ombra, si reincarna. È come se ogni bambina che incontri potesse essere María. È una storia che si ripete. Le due opere si assomigliano nella circolarità del destino femminile. In Suor Angelica c’è un volo verso il ricongiungimento con il figlio; in María una reincarnazione continua. In entrambe sembra che il piano materiale non basti. C’è un oltre, un momento in cui il destino viene soppesato. Angelica ottiene almeno il ricongiungimento che desiderava. María, invece, può solo perpetuare la sua storia.”

Possiamo dire che nella scena finale di Suor Angelica esiste un contatto con il mondo onirico e simbolico di María de Buenos Aires, nell’apparizione del figlio?

Matteo Mazzoni:

“Sì, in qualche modo sì. Pur essendo storie molto concrete, radicate nella vita reale, entrambe a un certo punto sembrano uscire dal piano materiale. María muore e continua come ombra fino alla reincarnazione. Anche Suor Angelica attraversa una soglia: c’è un volo, un’apparizione, un ricongiungimento.

È come se per entrambe non bastasse questo piano terreno. C’è bisogno che il loro destino venga soppesato altrove, come se dovesse esserci un momento in cui la vita viene guardata da un altro punto di vista.

Angelica ottiene almeno il ricongiungimento che desiderava, ma attraverso la morte. María, invece, non trova pacificazione: può solo perpetuare la propria storia.”

E forse in Puccini c’è una visione più ottimista rispetto a Piazzolla?

Matteo Mazzoni:

“Sì, direi di sì. Quando mi sono avvicinato a María de Buenos Aires, un grande musicista argentino, proprio il nostro direttore d’orchestra, il Maestro Boggiano, mi disse una cosa che mi colpì molto: “Voi europei non potete capire, né perdonare, né comprendere davvero Diego Armando Maradona”.

Gli chiesi perché. Mi rispose: perché nessun europeo contemporaneo può conoscere la povertà di certi quartieri di Buenos Aires. Case di lamiera, spazi minuscoli, famiglie numerose che vivono tutte insieme nello stesso ambiente. In quei contesti la ferita nasce quasi con la nascita stessa.

Maradona viene da quel mondo. E María viene da quel mondo. Ferrer, con la sua sensibilità poetica, rende viva questa cicatrice originaria. Se nasci nella parte sbagliata del mondo, è un segno che ti accompagna per sempre”

La riflessione si allarga, e il confronto con Suor Angelica diventa più netto.

“Ecco un altro punto di contatto tra le due opere: non c’è scampo per nessuna delle due, anche se per ragioni diverse. In Sud America per la miseria; in Italia per il peso sociale della famiglia e dell’onore. Non si sfuggiva allora. E, in fondo, questa è la storia della società nella quale vivevano ancora le nostre nonne, le nostre bisnonne, nel dopoguerra. Lucio Dalla raccontava con leggerezza di uomini che venivano dal mare… ma in realtà, anche negli anni cinquanta o sessanta, se eri una donna con un bambino illegittimo, la vita non era facile.

Oggi parliamo di emancipazione, ed è vero che non è mai stato così favorevole nascere donna come in questo secolo. Ma nonostante questo, leggiamo ogni giorno di violenza, di disparità, di cronaca nera.

La violenza non è solo nel macrocosmo. È anche nel microcosmo: nelle famiglie che si rompono, nei conflitti quotidiani. Una donna può far male a un uomo, un uomo può far male a una donna. Ma purtroppo i numeri ci dicono che il peso maggiore ricade ancora sulle donne.

Ho una figlia di vent’anni. Le dico spesso che è fortunata a vivere in questo tempo, ma che non deve abbassare la guardia. Oggi ci sono strumenti per liberarsi dai propri tiranni, dai propri “Barbablù”. Ma non tutte le donne riescono ad usarli. E alcune finiscono ancora vittime.”

La musica, il teatro, la lirica possono contribuire a un cambiamento?

“Dovrebbero. Nell’antichità il teatro era un luogo di catarsi collettiva. Gli spettatori dell’antica grecia credevano che gli attori fossero quasi dei medium, capaci di incarnare spiriti. C’era una partecipazione fortissima, quasi sacra.

Oggi viviamo in una società dello spettacolo. Il rischio è che l’arte perda quella funzione ispiratrice. La gente va meno a teatro, e spesso lo fa per abitudine o per status.

Eppure credo che raccontare queste storie, farle vivere per un’ora davanti a un pubblico, possa lasciare qualcosa. Forse non cambia il mondo, ma può creare un momento di consapevolezza.

Ecco perché abbiamo scelto l’8 marzo. Non solo per una ricorrenza simbolica, ma per trasformare lo spettacolo in un tributo. Che la donna possa uscire e chiedersi: come posso salvarmi? E l’uomo possa chiedersi: come posso non assomigliare a ciò che ho visto in scena? Forse non cambia il mondo. Ma può lasciare una traccia, come quando esci da un film tragico e ti rimane addosso qualcosa che ti rende, almeno per un momento, pieno di pietas.”

Dopo aver parlato di responsabilità e consapevolezza, la conversazione si sposta su un altro elemento che accomuna le due opere: lo spazio.

Chiostro e metropoli sembrano opposti, eppure entrambe le protagoniste attraversano una solitudine profonda.?

Matteo Mazzoni:

“María è molto attuale. Quanti di noi vivono in una grande o piccola città, hanno amici, hanno un lavoro, eppure si sentono soli? María è sola nel suo viaggio di disperazione. Le persone in difficoltà spesso si sentono sole.

Suor Angelica è ancora peggio, perché è una prigione silenziosa.

Io amo i monasteri, li visito spesso, sono luoghi bellissimi se ci vai per vocazione, se quella è la tua scelta spirituale. Ma se non hai quella vocazione e ti ci buttano dentro, ti tolgono la famiglia e ti chiudono lì per sempre… è peggio di una prigione.

Pensiamo alla prima notte di Suor Angelica. Non è scritta nell’opera, ma noi registi immaginiamo sempre l’antefatto. Il giorno in cui la famiglia la porta in convento, dopo averla svergognata. Arriva con un piccolo bagaglio. Le mostrano la cella. “Questa è la tua stanza.” Buonanotte.

E lei resta lì.

Mi viene quasi mal di stomaco a pensarci. Prima ancora che donna, è una persona. Con i suoi affetti, con il suo bisogno di protezione. Quale comfort zone può avere quella donna? Nessuna.

Eppure resistono. Sono donne forti. Resistono alle intemperie della vita. Sono resilienti. Ma la resilienza non è ribellione. È sopportare. E anche in questo le due protagoniste si assomigliano.”

Secondo lei Puccini e Piazzolla guardano alla maternità femminile nello stesso modo?
Che ruolo ha, nel destino di Angelica e di María?
È una forza di redenzione o anche una forma di ulteriore costrizione?

Matteo Mazzoni:

“Un uomo può comprendere il mistero e la bellezza della maternità solo fino a un certo punto. È una dinamica fisica e profondamente personale della donna. Un uomo può arrivarci per astrazione o per riflesso, vivendo accanto a una compagna che diventa madre, specchiandosi in lei.

Qui parliamo di due grandi artisti, che attraverso l’astrazione riescono a sublimare questa esperienza nell’opera.

In Suor Angelica la maternità è una maternità rubata. Non è raccontata nella sua pienezza, ma come vergogna sociale, come motivo della condanna. È il casus belli che la porta in convento. Puccini resta, in un certo senso, distante: la racconta come ferita più che come compimento.»

In María de Buenos Aires, invece, la maternità è al tempo stesso disgrazia e perpetuazione. Per una giovane donna nella miseria significa un’altra bocca da sfamare, un peso che la fa sprofondare ancora di più. Ma significa anche che María continua, si ripete, si reincarna.

Non si salva la prima María. Forse nemmeno la seconda. Ma se María genera un’altra María, prima o poi, con un po’ di fortuna, una di loro potrebbe non avere lo stesso destino della precedente. E in questo c’è, se vogliamo, una possibilità che non è redenzione, ma è sopravvivenza.”

Due opere delicate, espresse in linguaggi così diversi. Quanto è stato complesso, per te, lavorare sull’incontro tra suono, immagine e gesto scenico? Come sei riuscito a tenere unite queste due realtà?

La prima difficoltà è stata creare una María de Buenos Aires totalmente teatrale. È un’opera con pochi personaggi, e il baritono cambia ruolo continuamente: ogni scena è un personaggio diverso. Questo rende complessa anche la fruizione, perché il linguaggio non è italiano e, anche per uno spagnolo, non è immediato. Il testo di Ferrer è pieno di neologismi.

Poi c’è il Duende, che tradizionalmente è un narratore fermo a un leggio. Per me quella era la morte del teatro. Io mi chiedo sempre: cosa vede il pubblico in scena? Un uomo fermo che legge non mi bastava.

Ho sentito la necessità di liberare il Duende dal leggio, trasformarlo in un personaggio vivo, che si muove, che recita, che entra davvero nell’azione.

Suor Angelica, invece, è più vicina alle mie corde da melomane. Sembrava una pazza idea metterle insieme, ma se si guarda bene le due opere finiscono in modo sorprendentemente simile.

In Suor Angelica c’è questo contatto, seppure in un’altra dimensione, tra madre e figlio. In María c’è la presenza della nuova María, della reincarnazione. Anche lì c’è una nascita, una continuità. Sono finali aperti.”

E forse è proprio in questi finali aperti che Anime Spezzate trova il suo senso: non una risposta, ma una possibilità.

Barbara Savonuzzi

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Barbara Savonuzzi
Sono autrice e collaboratrice culturale di Faitango. Veneziana d’origine, da sempre amo scrivere, leggere e lasciarmi attraversare dalla musica. La vicinanza del Teatro La Fenice ha nutrito fin da giovane la mia sensibilità e mi ha insegnato a riconoscere nella lirica il respiro dell’anima. Durante il lockdown, insieme all’amica Chiara Cecchinato, ho creato il blog “Un tango con il Tenore”. Sotto lo pseudonimo di Rosaspina Briosa ho iniziato a esplorare il dialogo tra lirica e tango, due linguaggi che, attraverso epoche e culture diverse, raccontano l’animo umano. Dal 2022 collaboro con Faitango, approfondendo la dimensione culturale del tango grazie al prezioso accompagnamento di Giuseppe Speccher ed Ernesto Valles Galmés, figure che hanno contribuito alla mia crescita e formazione. Mi occupo di interviste, reportage e approfondimenti, dando voce a chi fa cultura nel tango e contribuendo a costruirne una memoria contemporanea. Con la mia penna — che amo definire una scopa gentile, capace di far emergere la polvere luminosa dei piccoli grandi tesori del tango — cerco di restituire un ritratto autentico e attuale del tango italiano. Raccontarlo dal vivo, attraverso le voci di chi lo vive e lo custodisce, è per me una responsabilità e un privilegio: quello di restare imparziale e offrire spazio alle diverse visioni di tango che convivono oggi.

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