Nel precedente articolo ci siamo chiesti cosa rappresenti oggi un rendez-vous nel panorama del tango sociale.
A Bologna non abbiamo cercato una risposta teorica. Abbiamo cercato di abitarla.
L’ incontro si è tenuto presso l’Hotel Castello – Centro Congressi Artemide a Castel San Pietro Terme. La sala principale, circa 1.000 metri quadri, di cui 800 dedicati al ballo è ampia con un pavimento in legno perfetto per il tango sociale.
Intorno alla pista, gli espositori — Moda Milonguera, Madame pivot, Tangolera, Elena t, Marco Buoli e I monili di Rosy — aggiungono colore e movimento. Le signore si fermano per due chiacchiere, una prova d’abito, due passi per testare la stabilità di una scarpa nuova. Il tempo scorre senza farsi notare. La musica non aggredisce, avvolge. Non importa dove ti trovi: al centro o vicino agli 8 diffusori a colonna posizionati a pavimento capaci di diffondere il suono in profondità.
Le luci corteggiano le coppie che si formano all’inizio della tanda, poi si abbassano lentamente, lasciando spazio all’intimità dell’abbraccio.
È lì che capisci che non si tratta solo di organizzazione.
Si tratta di cura.
Dietro questa cura c’è una visione.
E dietro la visione, una persona.
Michele Sottocasa, comasco di origine e veneziano d’adozione, è oggi un punto di riferimento nell’organizzazione di encuentros e rendez-vous. Ma ridurlo al ruolo di organizzatore sarebbe limitante.

Quando gli chiediamo chi sia oggi, risponde senza esitazioni:
“Rimango Michele Sottocasa, il più concretamente possibile Michele. Anche se molti mi chiamano Lupetto — nel tango nascono pseudonimi, il mio era Lobo Blanco. Sono una persona che ha lasciato una parte della propria vita dedicandola al tango. Ho cambiato radicalmente la mia esistenza grazie al panorama tanguero e, specialmente, grazie al tango rioplatense.”
E quando pronuncia “tango rioplatense” lo sottolinea.
“Il tango ha una mamma e un papà italiani, ma nasce nel Río de la Plata, tra Buenos Aires e Montevideo. È lì che trova i suoi natali. I nostri emigranti italiani portarono con sé poche conoscenze musicali, ma una forte identità culturale. E non si stabilirono soltanto alla Boca: si diffusero in tutto quell’angolo di mondo. Gli uruguaiani tengono molto a questa memoria, perché spesso soffrono di una marcatura argentina troppo forte. Ma molti grandi musicisti e maestri sono uruguaiani. E non dimentichiamo che il tango più famoso al mondo, La Cumparsita, è uruguaiano.”
Il suo percorso personale, però, non nasce nel tango.
Prima di incontrarlo, Michele era imprenditore. Ha lavorato per anni nella rappresentanza e nell’impresa privata. Poi, nel 2011, decide di prendersi un anno sabbatico.
“Siamo al ventunesimo anno sabbatico”, racconta con un sorriso. “Mi porto ancora dietro il bagaglio dell’imprenditore, soprattutto nell’organizzazione. Ma la mia vita ha cambiato asse.”
Vivere nel tango, però, significa anche ridimensionare certe aspettative.
“Fare impresa offre opportunità economiche di un certo tipo. Il tango, per sua natura, è povero. Di tango non si vive. Bisogna sapersi destreggiare, mantenere altre collaborazioni, continuare a lavorare. Il tango rimane, in parte, una scelta che ha anche qualcosa di pro bono.”
È una consapevolezza lucida, lontana da qualsiasi romanticismo ingenuo.
Il passaggio dall’esperienza personale alla visione organizzativa avviene in modo quasi naturale. Per Michele, infatti, il tango non è soltanto una pratica, ma un ambiente umano da custodire.
Quando si parla di encuentros e rendez-vous, il suo nome è ormai associato a una formula precisa.
Il Rendez-Vous milonguero di Bologna nasce nel marzo del 2012, da una collaborazione a tre. “All’inizio eravamo in tre: io, Philippe Gonella e Marina Atti. Creammo questo incontro di ballerini a Pianoro. Poi, per motivi diversi, loro decisero di lasciare. Mi sono trovato a portare avanti questo fardello da solo con Nadia Trevisanato, da sempre accanto a me, non senza difficoltà.”
Nel tempo quell’esperienza cresce, si struttura, supera le quattrocentocinquanta presenze, poi si ridimensiona e si consolida fino a diventare un appuntamento internazionale. Cambiano i dj, cambiano gli orari, cambiano le proposte. Ma l’identità e la qualità rimangono.
Ma la sua caratteristica distintiva resta una scelta controcorrente: nessuna selezione preventiva.
“Negli encuentros spesso c’è una selezione: tu sì, tu no, perché non balli come voglio io. Al Rendez-Vous ho sempre lasciato la porta aperta. Certo, se qualcuno non è in sintonia con lo spirito dell’incontro, può essere riaccompagnato alla porta. Ma almeno ha avuto la sua possibilità.”
È una posizione netta, che rivela un’idea precisa di comunità. Non un’élite predefinita, ma uno spazio da attraversare e, se necessario, regolare in corso d’opera.
Nel corso degli anni il numero dei partecipanti è cresciuto fino a superare le quattrocentocinquanta presenze. “Era troppo”, ammette. “Oggi i numeri si sono ridimensionati, ma la qualità resta. ”
Il Rendez-Vous non è, nelle sue parole, un evento da consumare.
“Spesso mi chiedono: posso venire solo il sabato sera? No. Un encuentro è un incontro di persone. Non voglio dire di anime, ma di persone. Hanno bisogno di conoscersi, di ballare insieme, ma anche di passeggiare la mattina, pranzare insieme, vivere il convivio. Venire solo il sabato è come entrare in una famiglia, mangiare la fetta di torta e scappare.”
È qui che il fenomeno assume una dimensione sociale più ampia. L’incontro non è solo pista e tanda: è tempo condiviso, permanenza, relazione.
Anche l’approccio organizzativo segue la stessa logica.
“Non si può creare un incontro partendo dal budget. Non deve essere gratuito, certo, ma non si può pensare di costruire un evento partendo dall’incasso. Io non chiedo neppure l’acconto. Scremo le persone in base alla serietà: se prenoti e non ti presenti, ti sei scremato da solo.”
Un’affermazione che riporta al centro la responsabilità individuale, più che il controllo esterno.
Nel panorama italiano, il Rendez-Vous nasce come terzo evento milonguero di questo tipo, dopo le esperienze di Impruneta e Crema. Oggi in Europa se ne contano circa novanta. La formula si è diffusa, si è trasformata, ha assunto declinazioni diverse. Ma Bologna resta uno degli appuntamenti più longevi, capace di attraversare le stagioni e i cambiamenti del mondo tanguero.
Eppure, per Michele, tutto questo non avrebbe senso senza una riflessione più ampia sul tango stesso.
Quando la conversazione si sposta sul significato più profondo del tango, il tono di Michele cambia leggermente. Rimane concreto, ma si fa più introspettivo.
Pensi che oggi le persone cerchino nel tango qualcosa che manca nella vita quotidiana?»
“Assolutamente sì, ne sono convinto. Si comincia a ballare tango per diversi motivi: ludici, esistenziali, a volte anche necessari. Il tango è una terapia oltretutto, ha un significato anche fisico, lo posso testimoniare. Però si comincia a ballare tango cercando una risoluzione; bisogna stare attenti perché, come tutti i percorsi, può portare delle insidie. Non bisogna fare in modo che il tango ti prenda la vita, devi sempre continuare a governare te stesso anche ballando, perché spesso quello che si vede non è quello che effettivamente è. D’altronde una danza non è una formula magica.”
Esattamente. Mi fai pensare a una frase che Elisabetta Muraca ha scritto nel suo libro, riportando un incontro che ebbe con Susanna Miller, dove dice che può accadere che, ballando una tanda, ne esca confuso.
Michele Sottocasa: “Assolutamente d’accordo con Susanna. Non ne ho parlato con Elisabetta, ma con la signora Miller, la maestra, che è stata mia ospite nel 2013 per una settimana; abbiamo trascorso pomeriggi interi a parlare di tango. Trovo che la sua osservazione sia perfettamente azzeccata: in una tanda di tango ci si può innamorare, ci si può odiare, ma una tanda dura mediamente 12 minuti — un pezzo musicale circa 3 minuti, quattro pezzi in tutto fanno 12 minuti. Possono essere 12 minuti d’amore… ecco perché, secondo me, le tanghe da tre pezzi, come DJ posso confermare, non ti permettono davvero di innamorarti. Le chiamo le tanghe da tango: coitus interruptus.
Non può risolvere problemi psicologici strutturati. Non può sostituire un percorso clinico. Ma può essere un momento di sospensione. Un luogo dove, per tre minuti, tu esisti in relazione con qualcun altro senza parole.”
La tanda, in questa prospettiva, diventa un microcosmo emotivo, non c’è misticismo nelle sue parole, ma una fiducia molto concreta nella relazione.
“Il tango è ascolto. Se non ascolti, non stai ballando: stai eseguendo. E l’esecuzione non crea incontro.”
È una distinzione sottile, ma decisiva.
Nel suo pensiero il tango sociale non è performance, non è dimostrazione, non è ricerca di consenso. È un atto condiviso che richiede presenza.
Da qui nasce anche la sua attenzione per l’ambiente: la qualità del suono, il pavimento in legno che sostiene la camminata, la luce che accompagna la mirada senza invadere. Tutto deve favorire la relazione, non distrarla.
“Se uno viene al Rendez-Vous e si sente bene, non è un caso. È perché abbiamo lavorato affinché possa sentirsi bene.”
Ma questo “sentirsi bene” non è euforia fine a sé stessa. È equilibrio.
Muraca richiama a questo proposito una frase di Carlos Mina, secondo cui il tango, ben oltre all’essere un semplice ritmo ballabile, è stato il risultato del mescolamento di culture diverse e allo stesso tempo uno strumento di integrazione. Può il tango ancora essere uno strumento di dialogo e integrazione nella società?
Michele Sottocasa: “Può esserlo, può esserlo, anche se viviamo un momento storico molto difficile, più che post-Covid, post-lockdown. Siamo cambiati tutti, è inutile negarlo. Pretendere che una danza popolare come il tango possa risolvere questi problemi da sola è davvero difficile.
La mia prima maestra mi diceva: “Il tango è buono, perdona a tutti, ma a volte ti bastona e te lo porti a casa.” Arriva un momento in cui il tango ti confronta con la verità su te stesso. Questo periodo, che va dalla fine del principiantato all’inizio dell’essere milongueros, serve a creare consapevolezza interiore.
A mio avviso, il milonguero è quello che va in milonga. Chi balla con l’abbraccio chiuso è il milonguero, chi balla con l’abbraccio aperto è il milonguero, basta che va in milonga. In questo periodo iniziale, che può durare circa un anno, si capisce che non serve più controllare ossessivamente i propri passi. La follower non deve più stare così attenta a capire cosa succede: è il tango a fare la sua magia. È in quel momento che nasce il milonguero, e allora si può cominciare a chiedere qualcosa al tango… ma non aspettatevi miracoli.”
In fondo, la sua visione ruota sempre attorno alla stessa parola: responsabilità.
Dell’organizzatore, certo. Ma soprattutto del ballerino.
Prima di lasciare l’evento, una tanguera ha salutato Michele e ha definito questa edizione “il Rendez-Vous della gioia”.
Forse è questa la sintesi più semplice.
Una gioia che non è euforia. È equilibrio condiviso.

Quella gioia ha preso forma concreta anche nel pomeriggio di sabato, alle 18, quando la pista si è trasformata in palcoscenico. A sorpresa è arrivata la scuola di danza folkloristica Gabusi di Castenaso, con il gruppo al completo. I più giovani sono partiti da Cesena per essere presenti.
L’entusiasmo, la preparazione artistica e atletica di questi giovani talenti, nessuna esibizione autoreferenziale: solo energia pulita, hanno acceso la sala.
Mazurka, polka, valzer, rumba, samba, cha cha cha e boogie woogie: solo per citarne alcuni. Ritmi diversi, radici diverse, un unico denominatore: la passione per il ballo. Il pubblico ha risposto con calore e partecipazione spontanea.
Michele li ha ringraziati con parole semplici, augurandosi che tra loro possano nascere futuri tangueri. Non era un auspicio strategico. Era coerenza. Se il tango nasce dall’incontro tra culture, allora ogni dialogo tra linguaggi del corpo è un ritorno alle origini.
In fondo, il Rendez-Vous non difende un territorio: costruisce ponti.
Un’intenzione che è presente anche nel progetto Tango&Danza di Torino,under 35, organizzato da Acsi Nazionale e Settore Tango di Acsi e promosso da Faitango il 10 maggio, con l’obiettivo di parlare di tango in modo trasversale, attraversando stili e sensibilità differenti.
E forse è proprio questa apertura senza dispersione, identità senza chiusura, riconoscimento delle radici che rende il Rendez – Vous di Bologna un esperienza unica da vivere almeno una volta.

L’intervista integrale a Michele Sottocasa andrà in onda su Webradio Faitango: lì il racconto si amplia, si approfondisce, si arricchisce della testimonianze degli ospiti presenti. L’articolo restituisce un’esperienza; la voce ne rivela le sfumature.
Per conoscere la data di messa in onda, sarà possibile seguire gli aggiornamenti sulle pagine social di Fai Tango.
Ritrovarsi quando ci si perde non è semplice nella vita.
Il Rendez-Vous non promette salvezze, ma offre una bussola: indica una direzione possibile, quella che passa attraverso l’incontro.
E a volte, basta quello per ritrovare la gioia.
Buena onda a tutti.
Barbara Savonuzzi





