Dopo aver attraversato la visione registica e drammaturgica di Anime Spezzate – Donne oltre il destino attraverso le parole di Matteo Mazzoni, il racconto si sposta su una voce che questo progetto lo incarna in prima persona.
Suor Angelica prende forma attraverso l’interpretazione di Silvana Froli, soprano di solida esperienza e profonda sensibilità musicale, da anni impegnata non solo sul palcoscenico ma anche nella valorizzazione del repertorio pucciniano e del territorio lucchese.
Con lei, Angelica non è soltanto una figura di dolore e redenzione, ma diventa voce consapevole, capace di entrare in dialogo con María de Buenos Aires.
Un dialogo che non si risolve in un confronto diretto, ma si muove come un tracciato mobile: prende forma nella misura in cui si accetta di intraprendere un viaggio interiore, di mettere in discussione le costruzioni sociali che spesso definiscono le donne prima ancora che possano definirsi da sole.
È da questo punto di vista, più intimo e incarnato, che si apre il dialogo con Silvana Froli.
Suor Angelica e María de Buenos Aires sono due donne lontane nel tempo e nello spazio.
Quando ha iniziato a lavorare su Angelica, in cosa ha sentito che questa figura poteva dialogare con María?
Silvana Froli: “La mia carriera si è sempre basata molto sui ruoli pucciniani, su figure femminili intense, come Puccini sa scriverle. Suor Angelica è stato forse l’ultimo che ho affrontato, proprio perché mi ha sempre creato emotivamente dei problemi. È un ruolo che chiede molto. Ed è sempre estremamente attuale.
Non si deve pensare ad Angelica come alla “donna del convento”. È una donna che è finita in convento per espiare una colpa che colpa non era, perché era frutto di un amore. Non sappiamo nulla di ciò che era prima di essere relegata alla vita monastica. Ed è proprio questo il punto: è una donna a cui è stata tolta un’identità.
Angelica, come María, è una donna che ha accettato il destino che le è stato imposto ma che allo stesso tempo cerca di risorgere dalle proprie ceneri.
Quando si parla del finale di Suor Angelica, che Puccini disegna come il momento del miracolo, in realtà io lo sento come il risorgere di Angelica — non della suora, ma della donna, della madre. Nell’atto sacrilego dell’avvelenarsi e dell’uccidersi lei compie un gesto di liberazione, un’estrema espiazione, un momento in cui finalmente si ridà vita.
E se pensiamo a María, vediamo una donna che combatte tutta la vita contro un’azione denigratoria e violenta nei suoi confronti. Una donna che non riesce mai a trovare una collocazione stabile nel presente. Vive l’attimo come se potesse dire: “oggi ci sono”. Ma poi arriva di nuovo la caduta, un nuovo inferno. Ogni volta deve trovare dentro di sé la forza di tornare a galla, di respirare nuovamente.
Sono due donne che combattono. E non parliamo soltanto della violenza legata ai femminicidi. Parliamo di una violenza più ampia, più sottile: l’annientamento dell’identità. La società non accetta ciò che sei o ti impone un inquadramento preciso, un ruolo da occupare. Ed è questa, forse, la loro violenza più grande”.
Il progetto parla di donne ferite dal giudizio e dalle regole sociali, ma spesso anche da dinamiche interne al mondo femminile.
Quanto sente che, come donne, siamo state educate più alla competizione che alla sorellanza?

Silvana Froli: “È un aspetto che, quasi per caso, ho approfondito proprio lavorando su Suor Angelica. Gran parte dell’opera è costruita sul dialogo tra lei e la Zia Principessa. Due donne.
La Zia Principessa viene spesso percepita come l’antagonista, la figura fredda, la rappresentante di un potere che schiaccia. Ma io non l’ho mai vista così. Mi sono chiesta: è davvero una nemica? O è una donna che a sua volta ha sofferto per un volere sociale e che ora si trova a ripetere quel modello?
Quando va in convento per chiedere la firma sull’eredità, davanti allo sguardo di Angelica lascia trapelare qualcosa che non le è stato chiesto. Parla dei genitori, delle loro riflessioni, del dolore. È come se si tradisse per un istante.
In quel momento non vedo una carnefice. Vedo una donna che ha interiorizzato una regola e la sta perpetuando.
Forse, paradossalmente, siamo più sorelle nel dolore che nella realizzazione.»
Si sofferma, poi allarga il discorso al presente.
“Ancora oggi la donna deve fare qualcosa di straordinario per essere riconosciuta. Essere madre ventiquattro ore su ventiquattro, accudire una casa, lavorare otto ore al giorno non basta. È come se il quotidiano non fosse sufficiente a definire un’identità.
È come se il quotidiano femminile non avesse valore simbolico. E questo crea una competizione silenziosa. Non sempre riusciamo a fare coalizione nella normalità.
Negli anni Settanta c’erano battaglie forti, collettive. Oggi sembra che ci si unisca soprattutto dopo una tragedia, dopo un femminicidio. Ma non dovrebbe essere così.
Crede che questo auto-boicottaggio abbia radici culturali e generazionali che ancora oggi fatichiamo a riconoscere?
Silvana Froli: ” Sì, assolutamente. È un lavoro generazionale, lento. Penso a María, una donna che vive nei sobborghi di Buenos Aires. Quante donne avrà incrociato senza riuscire a raccontare il proprio dolore? Forse per vergogna. Forse perché talmente immersa nel proprio vivere da non riconoscerlo nemmeno come ingiustizia.
La sorellanza nel positivo è difficile. A volte nemmeno le sorelle di sangue riescono a salvarti dal tuo morire.
E questo è doloroso da dire.”

Se Suor Angelica potesse parlare a María de Buenos Aires, cosa sentirebbe il bisogno di dirle?
Silvana Froli: “Nelle opere veriste spesso manca il retroscena. Noi troviamo Angelica già in convento, ma non sappiamo cosa c’è stato prima: il rapporto con la famiglia, l’innamoramento, la gravidanza. Tutto questo resta sospeso, eppure è lì che nasce il dolore.
Quello che Angelica potrebbe dire a María nasce proprio dalla maternità. Ha partorito un figlio e se l’è visto portare via subito dopo. Quale strappo più grande può esistere?
Non credo che le direbbe chi amare o chi evitare. Anche Angelica è caduta in un amore che non sappiamo se fosse malato: è la società che lo giudica e lo spezza.
Forse le direbbe di non smettere di cercare se stessa. Di concedersi un autoperdono. Perché se non ti perdoni, non c’è progresso.
Sono due anime buone, vittime del non-amore e di meccanismi sociali che, anche oggi, non sono così lontani.»
Poi si sofferma sulla differenza tra i due mondi.
«La differenza è nel modo in cui questa violenza viene raccontata.
In Puccini la violenza è silenziosa. Non è mostrata apertamente: è una pressione sociale che si intuisce, che si comprende piano piano. Angelica subisce una condanna che non ha bisogno di essere gridata per essere devastante.
In Piazzolla, invece, la violenza è visibile, fisica, dichiarata. María attraversa scene allegoriche ma molto concrete. Il dolore si vede, si tocca. È il presente che esplode.
Mettere in dialogo queste due figure significa mostrare due forme di oppressione: una trattenuta e una gridata.
E forse proprio per questo Angelica non parlerebbe come una giudice, ma come una sorella. Una sorella che ha conosciuto il silenzio e che riconosce, nell’urlo di María, la stessa ferita
Puccini ha raccontato spesso donne schiacciate dall’ipocrisia sociale. Possiamo considerarlo, in questo senso, un autore moderno?
Silvana Froli: “Assolutamente sì. Io dico sempre che Puccini è il compositore dell’animo umano, specialmente quello femminile. Ha amato profondamente l’essere donna — e non nel senso superficiale del “latin lover”, come spesso si racconta. Aveva bisogno del confronto con la donna, di conoscerla, di ascoltarla. Per questo ha avuto tante amiche, spesso scambiate per amanti, ma non era quello il punto: lui cercava uno scambio, un’osservazione diretta.

Quando ha composto Suor Angelica, frequentava il monastero di Vicopelago, dove la sorella era madre superiora. Voleva capire l’abito, il gesto, il silenzio. Si dice addirittura che la vicenda abbia un’origine reale, legata a un fatto accaduto all’interno di un convento. Questo bisogno di verità lo accompagna sempre.
E vale per tutte le sue eroine.
Tosca è la donna vittima del suo tempo, ma è anche una donna che tira fuori gli artigli. Quando cercano di separarla dall’amore, reagisce. È un amore talmente assoluto da sfiorare la dipendenza.
In Madama Butterfly troviamo un’altra forma estrema: una donna che si innamora del nulla, di un matrimonio fittizio, e resta per tre anni ad aspettare. Sono amori fuori misura, quasi patologici. A volte sembra di osservare un rapporto tra vittima e carnefice, tra dipendenza e narcisismo.
Suor Angelica stessa vive un amore che la società condanna. Non sappiamo nulla di quell’uomo, ma sappiamo che la punizione ricade solo su di lei.
Bohème è diversa: è l’amore giovane, inconsapevole, ancora incapace di responsabilità. Ma anche lì, quando arriva la consapevolezza, è troppo tardi.
Io ho sempre pensato che Puccini sia cresciuto insieme ai suoi personaggi. Gli amori delle prime opere sono assoluti, quasi febbrili. Verso la fine della sua carriera si intravede forse una maggiore distanza, ma fino a un certo punto.
Non sono amori equilibrati. Sono amori fuori dalle righe.
E mi sono chiesta spesso se questo non abbia a che fare anche con la sua vita. È difficile pensare che un compositore così immerso nei suoi personaggi non abbia messo qualcosa di sé. Forse anche lui viveva tensioni, gelosie, forme d’amore non sempre serene.
È talmente intriso nelle sue opere che è impossibile separarlo completamente dalle sue eroine.
E se pensiamo a Turandot, è evidente: lui non celebra Turandot, ma Liù. L’amore semplice, quello che nasce da un sorriso. Mette a confronto un amore puro e un amore feroce, quasi distruttivo. È un divario che dice molto.”
In un mondo sempre più digitalizzato, può il teatro — e con esso la musica — restare uno spazio vero di ascolto e di riflessione?
Silvana Froli: “Oggi spesso le parole non bastano più. Si discute molto, si parla molto, ma il messaggio si disperde.
La musica e il teatro arrivano in un altro modo. Ti costringono a fermarti. A sentire.
In María de Buenos Aires la violenza è esplicita, visiva. In Suor Angelica è silenziosa, ma altrettanto devastante. Metterle insieme significa mostrare due forme di oppressione: una gridata e una trattenuta.
E forse, se non arriva la parola, può arrivare il canto. Può arrivare l’immagine. Può arrivare quella vibrazione che resta addosso.”
Oltre al suo lavoro di interprete, lei è da anni impegnata nel tenere viva la memoria pucciniana attraverso un lavoro culturale continuo sul territorio.
Che responsabilità sente oggi, come donna e come artista, nel rendere questa memoria attuale e non museale?
Silvana Froli: “La responsabilità è proprio quella di non trasformare Puccini in un oggetto da esposizione. Non deve diventare un nome da commemorare una volta l’anno.
Quando nel 2008 ho fondato l’associazione, dopo le celebrazioni pucciniane, sentivo l’esigenza di dare continuità concreta a quel lavoro. Da lì è nato il concorso lirico internazionale “Città di Lucca – Giacomo Puccini”, che negli anni ha portato a Lucca giovani voci da tutto il mondo.
Non era un’operazione celebrativa. Era un investimento culturale. Un modo per dire: Puccini vive se continua a generare musica, studio, confronto.»
Il nome stesso dell’associazione non è casuale.
Silvana Froli:”Ho voluto chiamarla Club La Bohème proprio rifacendomi al club che Puccini aveva creato a Torre del Lago. Un luogo semplice, un capanno dove si ritrovava con gli amici di sempre, quelli dell’infanzia. Lì si parlava di tutto: di politica, di donne, di caccia, di vita. Era uno spazio libero, goliardico, dove si discuteva senza formalismi.
Puccini non era un compositore chiuso in una stanza. Era vita. E quella vitalità si ritrova anche nelle sue opere. Anche la nostra associazione vuole essere questo: uno spazio dinamico, aperto, dove il territorio incontra il mondo.”
Nel tempo, il concorso ha visto la partecipazione e il sostegno di figure autorevoli del panorama lirico internazionale — direttori artistici, sovrintendenti, cantanti di fama — creando un ponte tra Lucca e i grandi teatri.
Se dovesse racchiudere in una parola ciò che Suor Angelica rappresenta oggi, quale sceglierebbe? E cosa spera resti allo spettatore dopo averla ascoltata?
Silvana Froli:“La prima parola che mi viene in mente è meraviglia. Ma poi, riflettendo, credo che la parola più giusta sia risoluzione.
Perché quello che vorrei è che il messaggio fosse così forte da non fermarsi alla scena. Che anche una sola persona, uscendo dal teatro, possa diventare un piccolo megafono di consapevolezza.
Mi piacerebbe che fosse un colpo al cuore, più che agli orecchi.

Che chi assiste allo spettacolo si chieda quanto un gesto violento possa dare un’illusione immediata di potere o di appagamento, ma lasciare poi una distruzione che dura tutta la vita.
E non parlo solo della violenza fisica. Parlo anche della condanna sociale, del giudizio a priori, di quell’etichetta che annienta un’identità.
Se anche una persona uscisse da lì con la volontà di cambiare approccio, di scegliere un modo diverso di stare in relazione, allora sì: quella sarebbe la vera risoluzione.”
Risoluzione.
Un termine forte, che non indica una soluzione immediata, ma un percorso interiore. Un cambiamento che chiama ciascuno di noi in causa.
Queste opere ci ricordano che non esiste neutralità: il dolore dell’altro non è uno spettacolo da osservare a distanza.
Puccini, Piazzolla e Ferrer, con il loro sguardo lucido e acuto sulla società del loro tempo, ci ricordano che la responsabilità civile non è mai delegabile e che i diritti acquisiti non sono mai definitivi: vanno custoditi, difesi, vigilati.
Barbara Savonuzzi





