Dopo il racconto ampio e articolato della prima parte della Cumbre offerto da Maria Ginatempo,attraversato da una molteplicità di eventi, linguaggi e riflessioni sul tango come espressione artistica globale, vi proponiamo ora uno sguardo diverso da un punto di osservazione più interno e, per certi aspetti, più esposto: quello del musicista.
Silvio Zalambani, presente a Granada nell’ultimo weekend del festival e diretto protagonista di una delle serate centrali, offre una lettura che si costruisce a partire dall’esperienza sul palco e nel backstage, dove le dinamiche artistiche si mostrano con maggiore evidenza.
Il suo non è una visione esterna né neutrale bensì un’esperienza diretta, tra ascolto e confronto con altri musicisti maturata in oltre trent’anni di studio del tango, con sette partecipazioni a precedenti edizioni della Cumbre, l’esibizione con un suo progetto nel cartellone dell’ultimo Festival y Mundial del Tango BA 2025 e molteplici concerti negli anni in tutti i luoghi più caratteristici di questo genere a Buenos Aires, tra i quali il noto club Torquato Tasso.
Da ciò che ci racconta ne emerge una lettura che non contraddice, ma integra e in parte problematizza quanto già osservato: restituendo alla Cumbre non solo la sua ricchezza, ma anche le sue tensioni interne.
Da questo punto di osservazione si entra nel dettaglio del programma e delle dinamiche della sua esperienza diretta .
Le giornate centrali della Cumbre di Granada si sono sviluppate tra il Teatro Isabel la Católica, il Teatro de la Chumbera e il Centro Federico García Lorca, disegnando così un programma fitto che ha attraversato come sempre geografie e linguaggi diversi.
Sabato 21, giornata in cui Silvio Zalambani è stato direttamente coinvolto, si è aperta con una dimensione più raccolta al Teatro de la Chumbera, per poi trovare la sua piena espressione nella serata del Teatro Isabel la Católica.

Qui si sono alternati il duo formato dalla violinista tedesca Julia Jech e dal bandoneonista argentino Fabián Carbone, il progetto di Zalambani denominato 4to Tango e, in chiusura, la cantante di Mar del Plata Silvia Sab accompagnata dal prestigioso chitarrista porteño César Angeleri.
È proprio in questo contesto che si colloca uno degli elementi più significativi del racconto.
Il progetto presentato da Zalambani si contraddistingue per una scelta netta e ben precisa: un repertorio e un formato interamente originali, ovvero senza ricorso a canoni espressamente tradizionali e con una formazione atipica per il tango, ovvero l’assenza del bandoneón e la presenza come ruolo solista principale del suo sax soprano.
Una posizione artistica che, come emerge dal suo racconto, ha suscitato un riscontro immediato:
“Siamo stati gli unici a proporre un programma completamente originale, senza standard. Questa cosa è stata notata subito, sia dal pubblico che dai musicisti.”
Il dato non è secondario. In un contesto spesso legato alla riproposizione del repertorio, l’originalità diventa elemento distintivo e, allo stesso tempo, criterio di riconoscimento.
Il riconoscimento tra pari
Un passaggio particolarmente rilevante ha riguardato proprio l’incontro con César Angeleri, figura di riferimento nel tango contemporaneo.

È stato lo stesso Angeleri, racconta Zalambani, ad essersi avvicinato dopo aver ascoltato l’esibizione del 4to Tango:
“È venuto lui da me in camerino facendomi i complimenti e dicendomi esplicitamente: quando vieni a Buenos Aires chiamami, suoniamo insieme.”
Un gesto che, al di là dell’aneddoto, assume un valore preciso.
Nel mondo del tango, storicamente selettivo e fortemente gerarchico, il riconoscimento diretto tra musicisti rappresenta una forma di legittimazione sostanziale, spesso più significativa di qualsiasi esposizione pubblica.
Domenica: tra memoria e scena
La domenica conclusiva del festival si è aperta al Centro Federico García Lorca con la proiezione del documentario Il caffè dei maestri, che prevedeva la presenza come ospite d’onore di Gustavo Mozzi, figura centrale nella diffusione internazionale del tango e della musica argentina, nonché direttore artistico sia del Festival y Mundial del Tango BA che del Teatro Colón a Buenos Aires. Purtroppo improvvisi impegni inderogabili non gli hanno permesso di presenziare alla presentazione del documentario a Granada come previsto da programma.

La serata finale al Teatro Isabel la Católica ha riunito invece una sequenza eterogenea: dalla danza di Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, al duo Daniel Binelli e Polly Ferman, fino agli interventi vocali e strumentali che si sono alternati in sequenza sul palco.
È in questa cornice che Zalambani ha individuato uno degli snodi più evidenti dell’intera manifestazione: la forte discontinuità qualitativa.
Il confronto sul palco
L’ingresso in scena di Guillermo Fernández e dello stesso César Angeleri, le due vere star ospiti in questa edizione, ha segnato un cambio di marcia netto.
“Quando sono entrati loro è cambiata la dimensione. Non si è trattato di una questione tecnica bensì di un differente livello di linguaggio artistico”.

Un confronto che si è reso ancora più evidente quando lo stesso Fernández ha poi duettato con l’altra cantante ospite Veronica Silva, proprio in questo caso è emersa tutta la distanza di approccio interpretativo e stilistico del canto:
“la Silva tecnicamente è una buona cantante, ma vocalmente appartiene ad un mondo musicale totalmente differente. Il tango è un’altra cosa, richiede un altro tipo di relazione con la musica e una conoscenza precisa con le radici culturali di questo genere”.
Non si tratta, quindi, di un giudizio personale, ma di una riflessione sul rapporto tra stile, tradizione e identità contemporanea del linguaggio tanguero.
Le Cumbres nel tempo: uno sguardo retrospettivo
È però quando Zalambani ha allargato lo sguardo alle diverse edizioni a cui ha partecipato – sette in totale – che è emersa una delle parti più interessanti della sua analisi.

Qui il tono si è fatto più diretto e la riflessione si è strutturata come in un confronto tra epoche: “La Cumbre migliore che ho vissuto, tra le tante, resta quella del 2007 a Valparaíso. Lì c’erano davvero tutti i grandi ancora in circolazione, e il pubblico aveva un ruolo attivo così com’è abitudine in America Latina: là se qualcosa non funziona il pubblico reagisce immediatamente e in modo diretto coi musicisti, come tifosi in uno stadio”.
E ancora: “Nelle prime Cumbre il livello era molto più alto e soprattutto più controllato. Oggi la selezione è si più ampia, ma anche molto più disomogenea e soprattutto standardizzata, o attraverso la ripetizione di canoni convenzionali oramai datati, oppure con assemblaggi improbabili e improvvisati di stili spesso incompatibili tra loro, proposti da gruppi o progetti totalmente distanti dal linguaggio e dalla storia di questa musica.”
Il confronto con le edizioni successive – dalla Finlandia a Melilla, passando da Sevilla all’Argentina fino a Granada – restituisce l’immagine di un festival che ha progressivamente cambiato natura ed è divenuto più internazionale e meno porteño:
“Oggi il pubblico applaude tutto allo stesso modo. Ma questo non significa certo che tutto sia allo stesso livello, anzi, spesso il divario tra i partecipanti è davvero evidente.”
È in questo passaggio che emerge una differenza culturale significativa:
tra un contesto sudamericano, storicamente più esigente e diretto, e uno europeo, più standardizzato e assai meno selettivo.

Tra le presenze italiane di questa edizione, va ricordata anche quella della cantante Sarita Schena, esibitasi al Teatro de la Chumbera insieme al pianista Mariano Siccardi.
In attesa della comunicazione ufficiale della XIII edizione, ancora non resa nota, lo sguardo si sposta già oltre, verso le edizioni successive, dove sicuramente si apriranno nuove prospettive tra America ed Europa, oppure in Asia perchè no! Ma anche con la speranza che prima o poi sia possibile una candidatura italiana.
Savonuzzi Barbara





