Tra il 12 e il 15 marzo si è tenuta a Granada la prima parte della dodicesima Cumbre Mundial del Tango. Mercoledì 18 si ricomincia con la seconda parte e un’altra serie, molto nutrita, di concerti, spettacoli e attività parallele, si può vedere l’articolo precedente a cura della redazione di Tangoygotan, www.cumbremundialdeltango.com e la pagina fb della Cumbre stessa.
Ritorno dalla prima parte della Cumbre un po’ frastornata dalla grande quantità di eventi cui ho assistito e di stimoli artistici e culturali che ho ricevuto. Cerco di riordinare le idee. Assodato che è impossibile offrire una rassegna e commenti completi degli eventi (8 concerti-spettacoli compreso uno, emozionante, da una finestra in Plaza Nueva, una conferenza sulle voci femminili, tavola rotonda sul tango nel XXI secolo, proiezione di un documentario, ballo in piazza, 2 milonghe con musica dal vivo, masterclass …), seleziono alcuni temi qualificanti, alcuni personaggi e le impressioni più forti che mi porto a casa, mescolandole al mio modo di vedere e vivere il tango.
Il centro di gravità: Horacio “Tato” Rebora e il suo modo di intendere il tango
È l’anima, il cuore, il motore primo della Cumbre (dagli anni ’90) e l’organizzatore (dal 1988) del Festival Internacional del Tango de Granada, il festival più risalente d’Europa, quest’anno, il 38°, fuso alla Cumbre. Su Tangoygotan è già uscita una sua esauriente

intervista, realizzata da Barbara Savonuzzi e rimando a essa, aggiungendo le mie impressioni. Personalità potente, grande passione, sarcasmo smitizzante, ma convinzioni radicali, incrollabili su cosa è il tango, cosa dovrebbe essere e come si è evoluto nei decenni. Da musica popolare per il ballo e per canzoni presto diventate palestra di poeti rioplatensi straordinari e straordinariamente popolari, a musica d’ascolto di culto, vicina al jazz e ad altri generi contemporanei, amata da un’élite relativamente ristretta – lui parla di una “minoranza numerosa” – ma estesa ormai a tutto il mondo. Perché da quando, negli anni ’60-70 del XX secolo, il genere e i suoi musicisti hanno abbandonato (per lo più forzatamente) il ballo e i luoghi di origine, tutte le frontiere sono state varcate e il tango si è sviluppato in tutte le città del mondo, come espressione artistica universale legata inizialmente all’esilio e allo sradicamento, poi a molto di più. Gli piace ripetere che il tango “è senza radici”, perché nasce nel melting pot delle massicce ondate di migrazione a Buenos Aires e si evolve poi ovunque lo si voglia, come “cultura urbana” di una rete di città, a prescindere da ogni muro identitario, per esprimere sentimenti comuni, in un linguaggio universale. È vivo per questo, dice, e perché si nutre delle sperimentazioni e della trasmissione intergenerazionale: tra la tradizione dei capolavori prodotti soprattutto nelle decadi centrali del secolo scorso e l’energia dei giovani interpreti e compositori di oggi.
Non è solo musica, ovvio. Tato ripete che il tango si esprime in tre manifestazioni, musica, poesia e danza. Raramente dice ballo, anche se non manca di specificare che l’ultima si articola in due: danza per ballerini professionisti e spettacoli in palcoscenico (tango escenario); e danza popolare (se volete, possiamo dire tango sociale, quello che tanti lettori di Tangoygotan e tanti appassionati amano praticare nelle milonghe di tutto il mondo). Ma non è quest’ultimo elemento che gli interessa promuovere, anche se nelle giornate della Cumbre e del Festival qualcosa in merito c’è stato e ci sarà. Gli interessa promuovere il tango, nelle sue mille sfaccettature, commistioni e novità sì, ma solo come forma di espressione artistica e spettacolo. Il tango degli artisti, insomma: musicisti, cantanti, compositori, poeti di ieri e di oggi e anche danzatori da escenario, come quelli che dagli anni ’80 riportarono il tango nei teatri d’Europa e poi del mondo, innescando un inaspettato successo del genere e la sua crescente globalizzazione, come prodotto da export. Un tango da ascoltare e da guardare, magari desiderando di imitarlo; non da ballare e vivere nell’abbraccio e nelle milonghe (termine che Tato non ama e tende a espungere). Un po’ come il calcio e le Olimpiadi visti dal divano o in tribuna.
Questa la sua traiettoria, anche personale (da argentino immigrato da giovane in Europa, da decenni a Granada),

perfettamente legittima e condivisa da molti musicisti e artisti, specie negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Annoto però, che nei 360 gradi dell’universo tango e nelle sue mille implicazioni culturali, sociali, politiche e persino economiche c’è stato ed è poi prepotentemente ritornato alla ribalta anche qualcos’altro, che Tato conosce, ma di fatto non considera: quell’ampio spicchio dello spettro che riguarda il ballo sociale e che, nel bene e nel male, ha innescato negli ultimi 20-25 anni trasformazioni profonde, di massa. In molti paesi del mondo le scuole di tango, le pratiche e le milonghe sono letteralmente decollate e il tango oggi non è più soltanto un genere musicale e artistico di nicchia, o di culto come dice Tato, ma anche un’attività sempre più diffusa (e pop) per: incontrarsi e socializzare, abbracciandosi e condividendo musica, parole e regole per stare insieme; un modo per fare esperienza relazionale di genere (cioè, quanto ai ruoli maschile/femminile/….); e persino una pratica pedagogica e terapeutica, attraverso il ballo, il contatto e la musica. C’è una domanda sociale forte cui rispondono sempre più maestri, più o meno consapevoli, colti e onesti; e un’altra spinta è quella, pilotata da Buenos Aires e ora di enorme impatto commerciale e economico, a formare ballerini non solo per il tango escenario (che Tato conosce bene e promuove, che dà molto lavoro ai giovani, ma che non mi pare al momento percorso da grandi innovazioni creative), ma anche per le reti di campionati di tutti i livelli, dove il tango diventa un’altra cosa ancora: una disciplina sportiva, da competizione e, a Buenos Aires, una fiorente attività economica, per l’indotto e il turismo.
Musica, parole, danza; arte, spettacolo, cultura. Certo, ma c’è anche altro e per alcuni, molti, solo quello. E spesso il dialogo manca….
Artisti emergenti e innovazioni:
Milagros Amud e Facundo Martínez, Sheila Blanco e il quartetto Los Mareados
Milagros, per gli amici Mili, giovanissima interprete (20 anni appena compiuti), è stata presentata da Tato, a ragione, come uno dei migliori esempi della trasmissione intergenerazionale indispensabile perché il patrimonio culturale del tango continui a vivere e a evolversi. E come un’eccezione che rompe il suo schema del tango come genere di culto: Milagros è diventata infatti molto popolare attraverso trasmissioni televisive di vasta audience (il talent La Voz argentina in particolare) in cui nessuno avrebbe scommesso che con il tango si poteva andar lontano, nonché attraverso reti social e un canale youtube intensamente sfruttati, già dagli anni della pandemia, quando era appena adolescente. Al di là dei meccanismi mediatici che ne fanno fenomeno pop e, di fatto, un influencer, la verità è che Milagros è una vera e propria forza della natura, un talento naturale raro che si è manifestato in famiglia sin dai primi anni di vita ed è stato proposto in pubblico e accuratamente coltivato sin da quando aveva solo 6 o 7 anni.

Ha avuto in dono una voce straordinaria in tutti i registri e ha sviluppato un timbro caldo, ricco e vellutato che lascia senza fiato e capacità interpretative mature, a dir poco stupefacenti data la giovane età, nutrite certo dal fatto che sin dalla nascita ha respirato in famiglia una approfondita cultura di tango, per seguire poi un adeguato percorso formativo nella sua città argentina di San Miguel. Non ultimi, ho notato una dizione perfetta (anche per chi non è di lingua madre) e un solfeggio rigoroso, rispettoso del ritmo, che in più di un pezzo, come lei stessa non ha mancato di sottolineare, nasce per ballare e vivere il tango con tutto il corpo. Non è da tutti. Spesso anzi il tango canción è cantato in interpretazioni suggestive, ma guidate prevalentemente dalla poesia e dalle emozioni evocate dalle letras, fortemente sbilanciate su di esse e poco attente invece al compás del 2×4. Lo ricordava anche Mariel Dupetit nella conferenza di cui sotto, a proposito di grandissimi nomi come Susana Rinaldi e Maria Graña.
Milagros ci ha regalato alcune delle emozioni più intense della prima parte Cumbre. Ha cantato dall’alto di una finestra nell’iconica Plaza Nueva, proponendo 3 pezzi (tra cui un’interpretazione dolente e personale del famosissimo Por una cabeza di Carlos Gardel e una struggente versione di Nostalgia di Cobían-Cadicamo) e come bis una incredibile versione a cappella (!!!!) di Garganta con Arena, brano scritto per Roberto Goyeneche e a lei particolarmente caro (sembra sia stata la prima canzone che ha cantato e registrato da bambina, in onore al bisnonno che l’ha iniziata al tango). Non ci sono parole, ascoltate i video che abbiamo postato sui social di Faitango o quelli da lei stessa pubblicati sulle sue reti.
Dopo ha partecipato a un interessante evento al Centro Federico García Lorca, dedicato al poeta, ai suoi soggiorni a Buenos Aires e al suo amore per il tango, nonché al grande cantante andaluso Enrique Morente, che in diversi soggiorni a Buenos Aires ha fuso il suo flamenco con il ricordo del poeta (esiste al proposito uno straordinario cd intitolato Lorca) e con il tango di Goyeneche, Ferrer e Piazzolla (memorabile una sua interpretazione di Chiquilín de Bachín, ripresa nel film Morente sueña el Alhambra). In questo secondo intervento Milagros, accompagnata al piano da Facundo Martínez, musicista anch’esso giovanissimo (21 anni), ci ha emozionato con capolavori senza tempo come Naranjo en Flor, El ultimo café, Romance de barrio, Melodia de Arrabal (di Gardel-Le Pera) e Como dos extraños, tutti introdotti con impeccabili presentazioni storiche, segnale della sua sicura preparazione culturale; con le più recenti Baldosa floja (deliziosa milonga, inno al ballo e alla libertà delle donne) e Acompañada y sola di Chico Navarro; e con una canzone nuova di zecca, Destino di tango, scritta per lei e su di lei da Facundo stesso. Ma il colpo al cuore l’ha vibrato alla fine, interpretando uno straziante omaggio a García Lorca e alla sua morte, scritto dalla compositrice argentina di origine granadine Eladía Blasquez. Ci sono state, nel pubblico, commozione e lacrime sincere.
L’abbiamo ascoltata di nuovo, infine, al teatro Isabel la Católica, con scelte meno popolari ma ugualmente coinvolgenti (come Contame una historia ancora di Eladía Blasquez) e un altro bel brano inedito composto per lei ancora da Facundo Martínez, un vals gioioso per un amore felice. L’innovazione ben riuscita da parte dei giovani artisti di oggi: eccola qui, guardando al futuro!
Di tutt’altro genere, ma anch’esso decisamente riuscito e di grande successo, l’esperimento innovativo e originale proposto dal quartetto jazz Los Mareados di Madrid e dalla sua eccezionale cantante, Sheila Blanco. Qui siamo nel campo della fusione sperimentale tra tango e jazz, non nuovissima, ma portata a risultati davvero sorprendenti soprattutto grazie alla voce straordinaria e straordinariamente versatile di Sheila, oltre che alla bravura impressionante del pianista e direttore Federico Lechner (i suoi assoli hanno incantato, come pure i suoi arrangiamenti). Niente a che vedere con le sonorità oscure da tango, né con quelle aterciopeladas di Milagros. Sheila gioca su toni sovracuti e acidi, chiarissimi, falsettati e jazzati, che ricordano la vocalità di Silvia Perez Cruz o addirittura quel grande fenomeno contemporaneo che è oggi Rosalía. Insieme al gruppo ha spaziato su una grande varietà di temi. Ci ha regalato interpretazioni particolarissime di classici gardeliani come Por una cabeza o El día que me quieras; una versione drammatica e attualissima di Los Mareados, piena di dissonanze e di accenti di disperazione; un tango ironico e delizioso di sua composizione (La ladrona); un divertentissimo divertissement di tango blues con le sole sillabe “es-ba-ba-gui”; e infine, come bis richiesto a gran voce da tutto il teatro, una bellissima versione jazz del capolavoro di Piazzolla e Ferrer Chiquilín de Bachín.
Chapeau all’innovazione e alle nuove emozioni che possono darci il tango e le sue contaminazioni, dunque. Ho citato quelle più eclatanti e non posso dettagliare oltre, ma certo ci sono stati anche altri spunti interessanti (ad esempio da parte del trio jazz Orsai di Mendoza, Argentina o del chitarrista Ramón Maschio) e performances forse più tradizionali ma comunque di grande eleganza ed efficacia, tra cui, non me ne vogliano gli altri, ricordo solo quella offerta dalla cantante Graciela Novellino (di Bariloche in Patagonia), in atmosfere soffuse e piazzolliane; e quella di un vero e proprio mito vivente del tango, il grande bandoneonista Walter Ríos, da solo e insieme alla cantante Mariel Dupetit. Altri spunti sicuramente non mancheranno nella seconda parte della Cumbre, continuate a seguirla nei suoi social ufficiali. Nell’articolo precedente di Tangoygotan troverete un sommario dei tanti eventi e artisti che parteciperanno.
Un cenno, infine, alle innovazioni nella danza. Nei molti spettacoli proposti in questa prima parte della Cumbre, da varie coppie di ballerini e da una compagnia di 15 elementi (di Junin, Argentina), sinceramente avrei voluto vederne di più. Avrei voluto cioè vedere più artisti rompere gli schemi di un genere, il tango escenario che oggi, un po’ ovunque, appare spesso irrigidito in immagini stereotipate, acrobazie e figure un po’ ripetitive, scarsa teatralizzazione, poche emozioni. Più teatro e meno tecnica da competizione sportiva, cioè da campionati, mondiali e locali. Qualcosa in questo senso però l’ho intravisto e l’ho apprezzato. Alcune interpretazioni di Carlos Guevara e Debora Godoy sono andate, felicemente, fuori dai soliti schemi (qualcuno potrà dire che non è tango, ma poco importa) e hanno trasmesso emozioni, in particolare in un vals composto da Guevara stesso e in una versione giocosa e credibile della famosa Balada por un loco di Piazzolla-Ferrer, cantata in maniera convincente da Analía Bueti, grande cantante di Valencia e accompagnata al piano dal grande Juan Esteban Cuacci, madrileño di adozione e partner anche di diverse altre cantanti.
La conferenza sulle voci femminili e la tavola rotonda sul tango nel XXI secolo.
Il documentario “El tango desde Granada”
Dedico un ultimo focus a uno dei momenti ‘culturali’ della Cumbre, insieme all’evento dedicato a Federico García Lorca già ricordato sopra, al documentario di cui sotto e a poche altre cose: cioè all’evento del venerdì 13 al Centro Gran Capitán che ha visto la conferenza di Mariel Dupetit sulle voci femminili e le compositrici, presentata da Francisco Torné (nipote dell’immortale Anibal Troilo e presidente della Fondazione che ne custodisce l’archivio e ne promuove la memoria) e di seguito una riflessione collettiva sul tango oggi e negli ultimi vent’anni, affidata oltre che a Tato Rebora e Francisco Torné stesso, che ha moderato, alla cantante Graciela Novellino già ricordata, alla ballerina Lida Mantovani (granadina di origini argentine) e a Julio Vallejo, argentino radicatosi in Finlandia, rappresentante di questo paese (che ha tradizioni risalenti di un ‘suo’ tango) alla Cumbre e fondatore di un’Accademia Internazionale del Tango da far dialogare con l’illustre Academia Nacional di Buenos Aires, fondata da Horacio Ferrer. Il suo contributo è stato soprattutto di raccontare del tango finlandese, a lungo essenzialmente musica rurale, anche se recentemente si è sviluppato un “tango nuevo” su basi elettroniche, a matrice urbana.
Mariel Dupetit ha ripercorso con passione le tappe del ruolo delle cantanti e delle compositrici dagli inizi del Novecento, quando in una Buenos Aires caratterizzata da un’immigrazione prevalentemente maschile e in locali di soli uomini potevano cantare solo artiste straniere o qualcuna travestita da uomo. Per passare dall’epoca di decollo del tango e di arrivo delle influenze parigine e del cinema (negli anni ’20-30), quando il contesto sociale del tango e lo sguardo sulle donne cambarono radicalmente; e da quella successiva, nei ’40 e ‘50 in cui le cantanti cominciarono a scriversi le canzoni (a cominciare da Azucena Maitani), innovando in profondità la poetica e la sensibilità, le storie narrate e le emozioni al femminile. Emersero personaggi forti, sfide ai cliché anche estetici e al machismo dell’epoca (e di oggi), tra cui la più nota è Tita Merello, fino ad arrivare alla grande, controversa, Eladía Balsquez, punta di diamante in un periodo di crisi e trasformazione del tango, dagli anni ’70 in avanti. Mariel ci ha proposto anche una interessante carrellata di ascolti guidati, da una registrazione in cilindro dei primissimi anni del ‘900, ad alcune di Azucena, Maitani, Rosita Quiroga e Mercedes Simone dalla fine degli anni ’20, ad altre di Ada Falcón, Libertad Lamarque e Tita, che ci hanno incantato.
La tavola rotonda è stata aperta da Tato che alle idee di cui sopra ha aggiunto la convinzione che il tango è e deve essere un genere discusso e da discutere da tutti i punti di vista; ed è stata condotta da Torné, che da parte sua ha insistito sul carattere multiculturale e multisfaccettato del tango, sulla necessità di guardare al presente e al futuro, perché il tango è vivo e, nonostante qualche difficoltà (ad esempio è difficile per un giovane studiare il bandoneon per i costi elevati dello strumento), si trasmette alle nuove generazioni e alla gente che non sa nulla del suo passato, ma ne è affascinata e va informata. Su questo è tornata con convinzione anche Graciela Novellino che inoltre ha detto che esiste ora una sfida per i cantanti: evitare i vecchi clichés; utilizzare anche altre influenze, come la musica criolla; e aprirsi al rinnovamento attuale della poesia.
Né l’uno né l’altro hanno parlato del ballo, ma l’ha fatto, almeno in parte, Lida Mantovani che ha ricordato che le lezioni di tango sociale (ma lei diceva “danza popolare”) servono per attrarre gente a questo genere. Nella discussione Mariel Dupetit opinava a questo proposito che spesso le milonghe respingono chi non balla, mentre dovrebbero “de-accademizzarsi” ed essere più inclusive, immaginando però forse un ballo popolare totalmente spontaneo e privo di norme che probabilmente non è mai esistito e pensando a cattivi maestri di ballo che impongono costose lezioni e insegnano solo passi e figure standardizzate, “accademiche” appunto come quelle delle coreografie da escenario. Ce ne sono tanti certo e non fanno per niente bene al tango e alla sua diffusione, ma per fortuna non è ovunque così (c’è chi insegna soprattutto ad abbracciarsi, ascoltarsi, ascoltare la musica, camminare e improvvisare), mentre l’esperienza delle milonghe a mio parere avverte che, viceversa, a volte bisogna difenderle dall’invadenza aggressiva e maleducata di chi non balla, pretende di agitarsi come in discoteca e non si accorge che ci sono dei delicati codici di comportamento in milonga (a partire dalla ronda in senso antiorario) e una cultura da rispettare. Graciela Novellino ha aggiunto a ciò un altro tassello, indicando la milonga come possibile luogo di dialogo e trasmissione intergenerazionale, a patto di coinvolgere, questo il suo parere, anche i musicisti. Cosa che a volte è un po’ difficile, annoto io, perché certi musicisti trascurano le esigenze ritmiche e melodiche del ballo e dei ballerini e finiscono per annoiarli, mentre viceversa dal lato dei ballerini c’è chiusura all’ascolto di pezzi nuovi o proposti in arrangiamenti nuovi, scarsa disponibilità insomma a uscire dalla zona di comfort dei pezzi e delle versioni che conoscono. Insomma, il dialogo tra musicisti e ballerini non è facile.
L’ultima nota è per la proiezione del documentario El tango desde Granada, realizzato nel 2025 da Rafael Machado e Chema Pozo, a conclusione di un corso di Diplomatura en tango, dell’Universidad de Buenos Aires, Económicas. Si tratta di lunghissima, accurata intervista a Tato Rebora, condotta presso lo storico punto d’incontro degli appassionati di tango a Granada (il Café Las Tertulias) e sapientemente intervallata da foto e video d’archivio che consentono non soltanto di supportare le parole e narrazioni di Tato, ma di ricostruire in dettaglio 40 anni di tango tra Buenos Aires e Granada per il Festival dal 1988 e tra Buenos Aires e molte città del mondo per la Cumbre. Il film, documentatissimo e costruito in maniera impeccabile, va ben al di là dell’intervista da cui prende le mosse e consente, tra le altre cose, di vedere o rivedere grandi artisti che hanno segnato il tango degli ultimi decenni, scomparsi, miti viventi o giovani emergenti che siano. La sua proiezione è stata davvero emozionante: un tuffo nel tango com’era negli anni ’80 e come si è trasformato fino ad oggi.
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Ci sarebbe molto altro da raccontare, commentare e discutere, ma mi fermo qui sperando di aver almeno dato un’idea delle dimensioni e della ricchezza della Cumbre e annotando in ultimo, per la cronaca, che almeno due coppie di ballerini e un duo voce-piano non sono potuti arrivare all’appuntamento con la Cumbre di quest’anno, perché bloccati dai problemi della mobilità internazionale in questo difficile periodo di conflitti e di guerra. La Cumbre non è una bolla e registra dolentemente tutto ciò, in un anelito di pace e mescolanza culturale al di là di ogni frontiera, che sta nel dna del tango e rimane in tutte le sue linee evolutive fino a oggi. E su questo, Tato, non si può che concordare con te, sperando di contribuire con il tango e la cultura a tempi migliori.





