Terza Classificata al Concorso “Voci di Tango”

ph Pepe Larossa
Patrizia Malomo: Milanese di nascita, senese d’adozione. La terra in cui è cresciuta e ha condizionato fortemente la sua visione del mondo, predisponendola alla ricerca dell’armonia, del bello nelle piccole e grandi cose. Ha una formazione musicale e linguistica. Un diploma al Conservatorio ed il sogno di suonare in una orchestra, riposto in un cassetto.. 30 anni fa ha aperto un piccolo tour operator incoming che organizza viaggi di gusto per viaggiatori golosi. Il suo lavoro le consente di conoscere persone da ogni parte del mondo e soprattutto il nostro paese. Nel poco tempo libero, riversa l’amore per il cibo ed i viaggi all’interno di un blog, “Andante con gusto”.
“Note perdute”
Guardo le mie mani e non le riconosco.
Quelle che tu accarezzavi orgogliosa chiamandole “le madridella musica”. Quelle che oggi raccontano solo fatica:ferite, callose. Vinte.
Sono le mani di un uomo che ha abbandonato le sue note ad un oceano di distanza dai suoi sogni.
“Con la musica non ci metti in tavola la cena”. Profetico mio padre, come sempre: “un maestro di violino avrà fame tutta la vita”.
Nina mia, ti ho lasciata lì, nella nostra modesta casa, co una creatura in arrivo e la promessa di portarti qui, un giorno. Durante quel viaggio infinito, insieme a mille anime
ignare del proprio destino stipate nel freddo ventre di un bastimento, ho sentito tacere gli armonici della gioia. Tu sola sapevi farli risuonare in me: ti bastava un un sorriso mentre mi porgevi il violino. Oggi, la sua custodia è chiusa a chiave e prende polvere non so più dove.
Questo luogo spaventa e sorprende: un crogiolo di razze, lingue, speranze e disperazione che brulica senza sosta sopravvivendo come può.
A Buenos Aires tutto è fatica. Anche il respiro sembra avere un costo, come se l’aria fresca fosse merce rara. I giorni volano in fretta sotto il peso del lavoro ma le notti sono
interminabili. A notte fonda, quando il silenzio in questa misera stanza si fa più assordante di una piazza gremita, l’unica voce che distinguo è quella amara e roca della nostalgia. Stringo le palpebre trattenendo lacrime aguzze come pezzi di vetro; sogno il tuo volto che mi appare nella nebbia del porto mentre la nave si allontana.
La musica ha smesso di parlarmi.
Dopo molti giorni dal mio arrivo in questo nuovo mondo,qualcosa è accaduto. Recalcitrante, ho capitolato all’insistenza dei miei compagni carpentieri e li ho seguiti
in un posto sconosciuto, dietro una porta anonima di una via che da solo non avrei mai trovato. Il buio avvolgeva la stanza come un manto morbido, rassicurante. L’aria, pregna di
fumo misto al sentore di alcol e sudore, fremeva di suoni sconosciuti e fruscio di passi. Alcune lanterne illuminavano i lati di una pista al cui centro si muovevano lente poche
coppie. Il loro movimento seguiva l’andamento sincopato di un tango, evocando un silenzioso antico dolore. In lontananza, i corpi nell’abbraccio fluttuavano come vibranti fiammelle in balia del vento. Un bandoneon solitario sferzava i cuori con
raffiche di rimpianto e malinconia. Seduto in disparte, sentivo le dita cercare corde immaginarie e per la prima volta, dopo mesi, il violino mi ha chiamato.
Il giorno dopo sono voluto tornare. Seduto in penombra con la custodia al mio fianco, ho chiuso gli occhi lasciandomi cullare dalla musica. Soltanto al termine del pezzo un uomo
si è avvicinato, ha toccato la mia custodia guardandomi negli occhi e mi ha invitato ad alzarmi. Un attimo dopo avevo il violino in mano, in piedi accanto al bandoneon. Sentivo gli
sguardi degli sconosciuti scrutarmi in attesa. Ho sollevato il violino verso la spalla e nel silenzio ho mosso l’archetto. Una nota bassa, scura è emersa dalle mie viscere
attraverso le corde addormentate dello strumento. Molte altre l’hanno seguita, in un Minore cupo e doloroso come una scelta obbligata, come un viaggio infinito che ti strappa a tutto
ciò che conoscevi, ostinato come il quattro quarti in cui la melodia si dipanava lenta e incalzante. In un limbo tra sogno e realtà, la musica usciva da me attraverso il violino come
un pianto sommesso, come le lacrime che stavano bagnando le mie guance ruvide. Abbandonando ogni riserva in quel Solo disperato, ho lasciato che la mia anima volasse a te, Nina mia. L’inciso si è aperto in un Maggiore dolce, struggente,
teso come il volo di un gabbiano. Potevo sentire il profumo di zagare e salmastro, di pane fresco appena sfornato, il chiacchiericcio fitto nei carruggi e le grida dei pescatori
al calar del sole. Passeggiavo con te lungo il mare e ti davo il mio primo bacio al tramonto, sulla spiaggia a Boccadasse.
Su quel bacio, il bandoneon ha intrecciato la melodia con uncontrappunto delicato, timido. Il suo respiro si legava al mio nella dolcezza e nel rimpianto. Insieme, come
raccontassimo la stessa vita, abbiamo concluso l’esecuzione e un silenzio denso di emozione ci ha avvolto.
Nessuno ballava. Nella penombra potevo scorgere centinaia di occhi umidi brillare cercando i miei.
Dal fondo della sala, una voce decisa ha rotto quel silenzio gridando: “Toca Maestro!”. Travolti da un applauso corale e
commosso, con un gesto il mio compagno musicista mi ha invitato a ricominciare. Qualcuno si avvicinava, tutti attendevano quelle note di conforto.
Torno ogni sera in quella casa. Nessuno conosce il mio nome. Per tutti sono “Maestro”.
In quelle brevi ore nella milonga, la mia musica regala sollievo, risveglia ricordi, è un tappeto volante su cui i ballerini riescono a tornare alle loro terre lontane.
Il mio violino è un bacchetta magica che infonde speranza.
La stessa che tengo stretta a me fino al giorno in cui potrò abbracciarti ancora, nella musica.




