Gricel, il tango e la responsabilità della memoria

Ci sono storie che nel tango tutti credono di conoscere. Gricel è una di queste. Un amore impossibile, attraversato da versi e musica, che non appartiene soltanto alla biografia di Josè Maria Contursi, ma alla memoria stessa del tango e del contesto umano che lo ha generato.

Il libro L’amore nel Tango. Gricel e José María Contursi di Rafael Flores Montenegro, tradotto da Monica Maria Fumagalli e pubblicato da Fabian D’Antonio, non si limita a raccontare un amore celebre. Interroga il modo in cui oggi custodiamo e trasmettiamo questa memoria, sottraendo il tango alla semplificazione romantica per restituirlo alla sua densità culturale.

È da qui che prende avvio questa conversazione: dal libro come punto di partenza, ma anche come gesto di responsabilità.

Questo dialogo è nato a Milano, durante la MatinÉe Brunch y Milonguita, ospiti di Enza Stagnini: un momento conviviale che, tra parole e tango, ha evocato l’atmosfera dei caffè letterari della tradizione argentina.

Per entrare davvero nel centro della questione, è necessario fermarsi su chi questo lavoro lo ha reso possibile. Perché L’amore nel Tango non è solo il risultato della ricerca di Rafael Flores Montenegro, ma anche dell’incontro con Monica Maria Fumagalli, traduttrice dell’opera e, prima ancora, studiosa della cultura del tango.

Monica Maria Fumagalli incarna una modalità di avvicinamento al tango che rifiuta la semplificazione.

Nel tuo percorso la danza, il viaggio, l’insegnamento e la ricerca si intrecciano continuamente. Anche il tuo riconoscimento accademico entra in questo disegno ?

“Il mio percorso è più letterario che storico. Mi sono formata nella lingua e nella letteratura; il mio dottorato è in intermediazione linguistica e culturale. Per me la storia è un presupposto fondamentale- non si può prescindere né dalla storia né dalla politica – ma il mio approfondimento non è  specificatamente finalizzato alla ricerca storica. Sono una ricercatrice un po’ più “interdisciplinare”, più vicina agli studi culturali.”

Tenere insieme questi piani, però, non è stata una scelta strategica.

“È stato naturale. È il mio modo di essere. Ho sempre amato la letteratura, quindi non ho mai potuto prescindere dalla lettura e dall’approfondimento. Ho amato la danza e mi sono dedicata a quella professionalmente. Le due cose sono cresciute insieme.”

Col tempo questa doppia tensione ha assunto un significato più profondo.

“Per me, devo dirti, è anche un motivo di orgoglio in certi contesti. Se lo guardo adesso, con tanti anni di esperienza, giocando un po’ a fare la psicologa, posso dire che la danza mi ha salvata, in certi momenti della vita, dalla mia tendenza a rimuginare, a studiare troppo, a fare l’intellettuale un po’ pesante. E l’intelletto mi ha salvata dal perdermi in un mondo che spesso è pieno di specchietti per le allodole, che scivola in una frivolezza nella quale non mi sono mai riconosciuta. L’ho sempre sofferta un po’. In realtà queste due dimensioni mi hanno formata e mi hanno permesso di vedermi in questa mia dualità. È stato un percorso naturale.”

Monica Maria Fumagalli foto di Yoko Kinomoto

Le chiedo allora se riconoscere e accogliere questa dualità sia, in qualche modo, qualcosa che il tango stesso insegna.

“Non te lo so dire. Per me il tango non ha mai potuto essere una cosa o l’altra. È anche un mio modo di entrare nelle cose”

E lo spiega con un esempio semplice, quasi disarmante.

“Quando le persone decidono di fare un viaggio, comprano una guida turistica. Io ho sempre fatto un’altra cosa, in modo istintivo: mi compravo quattro o cinque romanzi emblematici del Paese. Mi veniva spontaneo. È lì che ho capito quanto fosse centrale per me il discorso letterario, quello che davvero mi appassionava. E continuo a fare così: mi viene naturale arrivare ai luoghi attraverso la letteratura. Poi certo, mi sono laureata in letteratura, ho ricevuto gli strumenti. Ma è sempre stato qualcosa di spontaneo.”

L’amore del tango, Gricel e José María Contursi di Rafael Flores Montenegro. Che cosa significa tradurre un testo che nasce da una ricerca così profonda sulla memoria del tango e sulla storia argentina?

“Questo libro, rispetto ad altri che ho tradotto di Rafael Flores Montenegro – penso a La poesia del tango, Il tango e i suoi labirinti, o oppure Otumba, il suo romanzo sulla dittatura – focalizzato specificamente sulla ricostruzione della storia argentina. Qui la lezione è un’altra.

La vera lezione di questo libro è quella che dà il tango stesso: la vita di chiunque è importante. La storia del tango è stata definita il libro dei reclami dell’arrabal, o – come diceva Borges – la comédie humaine di Buenos Aires. E questa comédie humaine non fa graduatorie tra le vite.

Gricel non è un’eroina monumentale. È una ragazza qualunque. Eppure diventa la musa di una delle più alte poesie d’amore del tango, quella scritta da José María Contursi.

7 dicembre 2025, al Salone Matteotti di Cinisello Balsamo: Presentazione Libro Monica Maria Fumagalli – Fabian D’Antonio – Elisabetta Muraca

Questa è una lezione fortissima per la contemporaneità, dove siamo spinti a etichettarci, a voler essere straordinari. La vera poesia è nella vita comune, nei dettagli.

La straordinarietà di Gricel – come ha sottolineato anche Elisabetta Muraca nella prima presentazione del libro, il 7 dicembre 2025, al Salone Matteotti di Cinisello Balsamosta nella sua tenacia: ha voluto quell’uomo, lo ha aspettato, e quando lui è stato libero se l’è andato a prendere.”

Ma il cuore del libro, insiste Monica Maria, è altrove:

“È un libro pieno di tango. Riporta alla luce una storia che dimostra che quello che il tango dice è sufficiente. Non c’è da aggiungere nient’altro.”

La biografia e il peso della storia

Quando chiedo a Monica Maria Fumagalli di mettere in relazione il libro alla biografia di Flores Montenegro – segnata dal carcere, dall’esilio e dalla dittatura argentina – Monica mi invita quasi a riformulare la domanda.

Naturalmente, chiunque sia stato segnato dal carcere, dalla militanza, persino dalla tortura, non può non portarsi dietro quell’esperienza. È inevitabile che venga fuori nel modo di scrivere, nei discorsi, nello sguardo sul mondo.”

Ma precisa subito che questo libro nasce da un altro impulso.

In questo libro Rafael “entra” nel tango, nella gioia del tango. Il tango è il momento felice, salvifico. Questo è un libro d’amore.”

La interrompo con una domanda diretta: Allora per lui questo libro è stato come un’isola felice, un ritrovare la speranza?

“No, non soltanto questo libro: il tango. Il tango è un’isola felice.”

E la voce si fa più personale. Monica Maria Fumagalli non è soltanto la sua traduttrice: è sua amica da oltre trent’anni, lo considera un maestro, una figura di riferimento nella sua vita.

“Il tango, per Flores Montenegro, non è evasione superficiale.

È un’isola felice perché è una creazione collettiva di bellezza, un riscatto che prescinde dal potere e che nessuno può toglierti. È una creazione popolare nel senso più autentico del termine.”

Il “popolare” e la responsabilità

Proprio su questa parola — popolare — il discorso si allarga.

Monica Maria Fumagalli riconosce che oggi è un termine più complesso da usare rispetto al passato. Per popolare, in questo contesto, intende qualcosa di spontaneo, non accademico in senso stretto, nato fuori da una progettualità istituzionale.

Ma distingue con chiarezza due piani.

Studiare una cultura, analizzarla, scriverne, implica responsabilità: preparazione, conoscenza delle fonti, rigore. Non si può parlare di qualcosa senza averne le basi.

Altro è fruirne, viverla, discuterne liberamente.

In questo senso, credo che debba esistere in una libertà assoluta. Ognuno deve poter vivere il tango come vuole. Il problema nasce quando si sacralizza qualcosa senza basi.”

Un periodo in cui nelle milonghe c’erano anche persone che passavano la serata sedute ad ascoltare i testi senza ballare. Erano forse meno milongheri? No. Era semplicemente il loro modo di “abitare il tango”.

La cultura popolare — conclude — è grande proprio perché offre a ciascuno il proprio spazio. Poi, siamo noi a decidere chi celebriamo e perché.

La conversazione si fa più complessa quando provo a definire la vicenda di Gricel come una storia d’amore irrisolta. Monica Maria mi corregge con fermezza.

“Non parlerei di irrisolto. È, anzi, una delle rare storie in cui, dopo anni di distanza, la vita riporta i due protagonisti a incontrarsi. Certo, il contesto è quello di un’altra epoca: José María Contursi era un uomo sposato, molto più grande di lei. Oggi quella dinamica sarebbe letta con categorie diverse. Allora era una storia del suo tempo.”

Ma il punto, per Monica Maria, non è questo.

Il punto è la trasformazione di Gricel in musa.

“Finché l’amore resta sospeso, idealizzato, irraggiungibile, produce poesia. Quando l’amore si realizza – quando i due si ritrovano adulti, lui segnato dall’alcolismo, lei ormai donna e madre – qualcosa cambia. Dal punto di vista biografico, l’amore si compie. Dal punto di vista poetico, l’idealizzazione si scioglie.”

“Si canta ciò che si perde”, ricorda, evocando Antonio Machado.

La musa finisce nel momento in cui diventa compagna.

Perché raccontare ancora questa storia?

Riformulo allora la domanda: che cosa ha spinto Rafael Flores Montenegro a raccogliere prove, documenti, testimonianze, a verificare ogni passaggio? Poteva scegliere altro. Perché proprio questa storia?

Monica Maria Fumagalli racconta che, anche se esiste senz’altro qualche aneddoto all’origine del libro, la questione importante è un’altra. Flores conosce la figlia di Contursi, una delle fonti dirette del volume. Poi si innamora della vicenda. Diventa per lui quasi un’ossessione: vuole restituirle forma e rigore.

Qui emerge un nodo decisivo dell’operazione editoriale.

Il libro – dice Monica Maria Fumagalli – non cambia la storia del mondo né quella del tango. Ma compie un gesto fondamentale: valorizza una storia comune che ha generato alcune delle più alte pagine poetiche del tango.

Monica Maria Fumagalli e Rafael Flores Montenegro

E soprattutto, aggiunge, ristabilisce un principio di correttezza.

Perché questo testo è stato spesso “cannibalizzato”: raccontato, riassunto, ripreso in articoli, interviste, trasmissioni, senza che venisse citata la ricerca originaria di Flores Montenegro. E questo, per lei, è un problema.

Non citare le fonti non è una dimenticanza: è una mancanza di rigore.

“Se tu senti Rafael parlare del libro, ti racconta passo per passo come ha trovato ogni dettaglio. Citare le fonti significa mostrare il percorso che hai fatto. Altrimenti dimmi come sei arrivato a tutto questo.”

Quando l’editore ha manifestato l’intenzione di pubblicare il volume in Italia, Monica Maria non ha avuto dubbi: voleva tradurlo. Perché era giusto che quel lavoro fosse riconosciuto anche in un paese come l’Italia, dove la tradizione tanguera è ormai consolidata — basti pensare alla rete Faitango e alle iniziative che negli ultimi anni hanno strutturato il movimento, alla sezione che il XLVIII Convegno Internazionale di Americanistica di Perugia dedicherà quest’anno al tango.

Monica Maria Fumagalli: “Mi sembrava giusto valorizzare questo lavoro, ma anche valorizzare il percorso. Rafael è una figura che rientra in una storia abbastanza comune in Argentina: quella degli esiliati per i quali il tango è stato anche un modo per tornare a relazionarsi con il Paese lasciato. Non possiamo dire che l’abbia scoperto in Europa — è cresciuto là — però qui si è riavvicinato, lo ha in qualche modo riannusato da lontano. E da lì è iniziato un lavoro che lo ha portato a diventare uno degli intellettuali di riferimento del tango.

Non citare o non riconoscere un lavoro di ricerca a una figura così mi sembra poco etico. E qui mi ricollego al discorso sulla responsabilità. L’etica riguarda il soggetto che comunica. Io mi pongo una questione etica su quello che scrivo e su quello che dico. Non posso chiedere agli altri di fare lo stesso: è una scelta personale.”

L’8 marzo, mentre a Lucca andrà in scena Anime spezzateun accostamento tra Suor Angelica di Giacomo Puccini e Maria de Buenos Aires di Astor Piazzolla – mi viene naturale allargare lo sguardo. Due figure femminili, tra lirica e tango, a cui si aggiunge Gricel, riportata alla luce dal libro.

Possiamo parlare di sorellanza all’interno della cultura del tango?

Monica Maria Fumagalli: “Dipende da che cosa intendi per sorellanza. Per come la intendo io è un modo di stare al mondo, un modo di entrare in relazione con il femminile. E questo non è una questione di tango o non tango. È una questione di persone.”

“Se guardi i testi del tango, le donne sono quasi sempre raccontate dagli uomini. Sono madri, sante, oppure figure che portano alla perdizione. Ma sono ritratti maschili. Le donne scrivono tardi, nella letteratura e nel tango. Quindi non puoi cercare la sorellanza nei testi: sono prodotti di una cultura patriarcale.”

“La milonga è un riflesso della società. Io ho le mie alleanze con le donne, come le ho nella vita. Ma non ne farei un principio automatico. L’alleanza nasce dalle persone, non dal genere.”

“Se vogliamo parlare di sorellanza oggi, allora bisognerebbe prendere coscienza – tutti e tutte – del fatto che diritti e doveri devono essere paritari, e partire da lì.”

Il tango, allora, non è un’isola separata. È uno specchio.

Specchio di una storia, delle sue gerarchie e delle sue esclusioni, ma anche delle sue possibilità di riscrittura.

Il dialogo con Maria Monica Fumagalli apre così una domanda ulteriore: quanto pesa oggi la scelta di cosa pubblicare, come raccontare e come trasmettere una cultura complessa come quella del tango?

A raccogliere e sviluppare questa riflessione sarà Pablo Helman nella seconda parte dell’articolo, attraverso un confronto con Fabian D’Antonio, editore argentino residente in Italia, da anni impegnato nella selezione e diffusione di opere legate alla memoria culturale argentina.

Barbara Savonuzzi

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