LA MILONGA
Capitolo 4° Tecnica e vuoto
C’è un momento, nel percorso di apprendimento di ogni tanguero, in cui la tecnica promette salvezza.
Promette sicurezza, controllo, riconoscimento. Promette di colmare l’incertezza dell’incontro con il partner con la precisione del movimento. Ed è una promessa seducente.
In effetti, la tecnica, in sé, non è un problema. È necessaria. È il linguaggio del tango, la sua struttura, la possibilità di esprimere sentimenti ed emozioni.
Il problema nasce quando questa abilità smette di essere un mezzo e diventa la stessa finalità della danza.
Quando – come ho detto in più occasioni – il movimento precede l’esperienza dell’ascolto di musica e partner invece di nascere da quel vissuto.
Quando si balla per far vedere una destrezza fine a se stessa e non si parte da ciò che accade mentre si danza.
In quel passaggio silenzioso, il tango si svuota di contenuto senza perderne la forma.
Le figure restano, il ritmo è rispettato, l’abbraccio appare corretto. Ma dentro la coppia manca qualcosa. Manca il reciproco ascolto reale. Manca il rischio dell’incontro.
È allora che la tecnica non sostiene più la relazione milonguera ma la sostituisce.
Diventa un rifugio, elegante quanto si vuole, contro l’imprevisto che può offrire l’altro . Un modo per restare soli anche se si è in coppia.
Questo vuoto non è immediatamente percepibile. Anzi, spesso e paradossalmente viene premiato.
Il corpo tecnico è infatti efficiente, leggibile, affidabile. Non disturba, non chiede, non espone. Ma proprio per questo non lascia traccia. La coppia attraversa la tanda nell’anonimato, se non nell’indifferenza, senza che nulla accada davvero.
Nel tango di sentimento, invece, la tecnica arretra dalla scena. Non scompare completamente, ma si fa discreta.
Serve, anzi serve molto a rendere possibile l’ascolto ma non a sostituirlo. Il movimento nasce da un tempo condiviso nella coppia, da un respiro comune, da una sospensione che non può essere programmata perché nasce nel sentimento o nell’emozione di quel momento, di quel passaggio musicale che commuove entrambi i ballerini.
In quel momento il passo non anticipa. Attende.
In quell’istante il corpo non dimostra. Accoglie.
In quella circostanza il ballo non è una sequenza di passi pre-codificata, ma una spontanea conseguenza di ciò che si sta vivendo.
Accettare che questo avvenga significa rinunciare a qualcosa: alla brillantezza costante, all’approvazione immediata, all’illusione di controllo. Significa esporsi al rischio di un tango imperfetto, ma vivo.
È sicuramente una scelta controcorrente. In una milonga che premia la visibilità, il gesto essenziale può passare inosservato. Ma è proprio in questa invisibilità che il tango ritrova la sua densità umana.
Se si vuole andare in questa direzione, a mio avviso, la tecnica non va combattuta, annullata, ma va ricollocata. Rimessa al suo posto naturale: a servizio dell’esperienza di ascolto.
Quando questo accade, il vuoto della danza scompare e, nello spazio che si apre, torna qualcosa di antico e fragile: si crea la possibilità che i due corpi non stiano eseguendo solo movimenti, ma stiano condividendo sensazioni di piacere.
In conclusione di questo capitolo, vorrei aggiungere che tipo di approccio più concreto possiamo utilizzare per avere una tanda che ci faccia percorrere le fasi che ho cercato di illustrare sino ad ora.
Che domande farci prima dell’abbraccio ?
Quando un milonguero o una milonguera decide di ballare una certa musica con un certo corpo del partner, compie un atto che non è mai neutro. Anche se avviene in pochi secondi, anche se viene vissuto come spontaneo, quel gesto contiene una scelta.
** La prima domanda non riguarda l’altro, ma sé stessi:
— sono disposto ad ascoltare, o sto cercando di mostrare qualcosa?
Ballare può essere un’offerta o una dimostrazione. La differenza non sta nei passi, ma nell’intenzione con cui si entra nell’abbraccio.
** La seconda domanda riguarda la musica:
— questa musica mi attraversa o la sto usando?
Alcuni brani chiedono silenzio, lentezza, abbandono. Altri invitano al gioco, alla vivacità, alla leggerezza. Ballarli senza ascoltarne la richiesta significa imporre una forma ma non rispondere alla chiamata della musica
** La terza domanda riguarda l’altro corpo:
— lo vedo come presenza o come possibilità?
Presenza significa limite, imprevedibilità, alterità. Possibilità significa proiezione: ovvero ciò che io posso fare con quel corpo. È in questo scarto che il tango si decide.
** C’è inoltre una domanda più scomoda, ma necessaria:
— sono disposto a restare, anche se questa tanda non mi restituisce nulla?
Il tango di sentimento non garantisce gratificazioni immediate. A volte offre solo ascolto, a volte solo silenzio condiviso. Accettare quanto arriva dall’altro significa sottrarre l’abbraccio alla logica dello scambio.
** Infine, una domanda che raramente ci si pone:
— se nessuno stesse guardando, ballerei allo stesso modo?
Qui cade ogni alibi. Perché il tango che non ha bisogno di testimoni è spesso quello più vero.
Queste domande che sto proponendo non hanno la pretesa di giudicare né di correggere altri approcci legittimi.
Possono servire solo a chi vuole spostare il centro del proprio tango dal mero movimento ad un’esperienza alternativa , dalla prestazione tecnica alla relazione milonguera.
Quando un milonguero o una milonguera entra in pista dopo aver risposto a queste domande — anche solo ad una di esse — la tecnica trova naturalmente il suo posto. Non scompare, ma tace.
E in quel silenzio può accadere qualcosa che nessuna figura, appresa in precedenza, può insegnare.




