IL SOGNO: LA VOCE DELLA SPERANZA

Ci sono momenti in cui un progetto cambia passo.
Non perché dimentica ciò che è stato detto, ma perché sceglie di guardare oltre.

Questo articolo si ricollega al percorso iniziato il 25 novembre, quando avevamo raccontato Il Sogno di Alessandro Francini entrando nel cuore delle tematiche legate alla violenza sulle donne, anche attraverso le voci di chi ogni giorno opera sul territorio, come l’associazione La Nara.

Oggi siamo a un passo dall’evento.

Il Sogno 2026

Il 23 e 24 maggio, a Quarrata, la terza edizione prenderà vita negli spazi della Sala Forum BCC Banca Alta Toscana, con due serate di milonga che vedranno coinvolte centinaia di persone. Un appuntamento che si conferma non solo come evento culturale, ma come momento di incontro, consapevolezza e partecipazione attiva.

L’intero ricavato sarà devoluto ai centri antiviolenza del territorio – La Nara & Alice di Prato, AiutoDonna Pistoia e Lilith Empoli – realtà che ogni giorno trasformano l’ascolto in azione concreta.

Ma quest’anno qualcosa cambia nello sguardo.

Se nelle precedenti edizioni il racconto si è soffermato soprattutto sulla ferita, oggi scegliamo di attraversarla per osservare ciò che può nascere dopo.
Dalla ferita alla rinascita, è una scelta narrativa, ma anche profondamente simbolica.
Perché riconoscere il dolore è necessario, ma raccontare la possibilità di rifiorire è altrettanto essenziale.

Ed è proprio da qui che prende forma questo nuovo ciclo di articoli.

A guidarci saranno le Tango DJ protagoniste della manifestazione: donne che, attraverso la musica, costruiscono lo spazio della milonga, ne definiscono il respiro, ne orientano l’energia. A ciascuna di loro abbiamo chiesto di scegliere un tango, un brano capace di rappresentarle, di raccontare un passaggio, una visione, un’identità.

La milonga, allora, non è solo un luogo dove si danza.
Diventa uno spazio che accoglie, che trasforma, che – come la primavera – apre alla possibilità di una nuova fioritura.

Angie Dussart

(Tenia que suceder- Carlos di Sarli)

Aprire una milonga è un gesto sottile.
Non è solo mettere musica, ma entrare per primi in uno spazio che ancora non esiste.

Sarà Angie Dussart ad aprire la serata di sabato. E nel suo modo di raccontarsi c’è qualcosa che somiglia molto al tango: niente è costruito a tavolino, tutto nasce da piccoli passaggi, da incontri, da deviazioni inattese.

Non aveva deciso di diventare musicalizadora.
Non era un obiettivo.

Racconta che tutto è iniziato quasi per accompagnare qualcun altro, poi un incontro – un DJ argentino che suonava vinili – e una curiosità che si è fatta strada lentamente, anche attraverso la timidezza. La prima volta osserva, la seconda trova il coraggio di chiedere. Non per sé, nemmeno allora. Ma è lì che qualcosa si sposta.

Poi arriva il tempo sospeso del lockdown, e quel gesto ancora incerto diventa pratica quotidiana.
Da sola, costruisce, ascolta, prova.

Non c’è ancora un pubblico, ma c’è già una direzione.

Quando le milonghe riaprono, la scelta arriva quasi per gioco.
E proprio per questo è vera. Quando le chiedo del tango che ha scelto, Angie non parte dal titolo.
Parte da una parola: gelosia.

È da lì che vuole entrare.

Angie Dussart

 

Tenia que suceder”, di Carlos di Sarli, per lei non è solo una storia d’amore finita male. È qualcosa di più scomodo.

Non cerca di renderlo elegante.

Racconta di un uomo che ha già compiuto un gesto irreversibile, un “colpo di sangue”.
Non c’è tensione narrativa, non c’è attesa: tutto è già accaduto.

Quello che resta è una forma di lucidità che non consola.

Non lo chiama davvero rimorso. Ci gira intorno, cerca la parola giusta — e alla fine torna sempre lì: una consapevolezza che non cambia le cose. Una rassegnazione. Un fatalismo.

E mentre ne parla, si sente che non è un tema distante. Non è un’analisi.

È qualcosa che la attraversa, ma che non è facile da dire fino in fondo, è proprio il contenuto a essere difficile.

Perché la gelosia, così come emerge in questo tango, non è un sentimento romantico.
È una forza che deforma, che spinge oltre un limite.

E Angie non prova a spiegarla. Dice solo che è qualcosa che va superato. Che bisogna provarci, in modi diversi.

Il discorso si allarga, quasi naturalmente, ai testi del tango, e a tutto quello che spesso non sappiamo.

E qui il suo sguardo si fa disarmante.

Racconta che per anni ha ballato senza conoscere le parole, lo dice senza imbarazzo, anzi:

“Forse, in fondo, è stato meglio così.”

Perché dentro quei testi c’è una densità emotiva che non è facile sostenere: abbandono, perdita, dolore, figure femminili estreme, idealizzate o condannate. Un mondo intero, spesso lontano da quello che si percepisce semplicemente ballando.

Oggi, nel suo ruolo, si avvicina di più alle letras. Ma resta una distanza linguistica, che rende tutto più complesso, e forse anche più autentico. Perché obbliga a un passaggio in più: capire, tradurre, scegliere.

E poi, quasi senza cambiare tono, arriva qualcosa di personale.

Non come una dichiarazione, più come una constatazione.

Spero che tra di noi ci siano il meno possibile persone ferite…
ma io faccio parte di queste persone”.

Non parla di violenza fisica. Parla di qualcosa che spesso resta più nascosto: una violenza psicologica, legata proprio alla gelosia.

Perché parlare di gelosia oggi significa inevitabilmente toccare una delle radici più complesse della violenza.
Un’emozione umana, ma che, se non riconosciuta e trasformata, può diventare distruttiva.

Angie non cerca risposte semplici, anzi, sottolinea quanto sia difficile parlarne.

Ma lascia emergere un punto chiaro: la gelosia è qualcosa che va attraversato, compreso, superato.

Poi arriva l’augurio: “Spero che queste serate possano aiutare un po’. A sollevare i cuori… e magari aiutare chi si sente più debole”.

E forse è proprio qui che il suo intervento si collega al senso più profondo del progetto.

Non in una risposta definitiva, Ma in un passaggio dalla ferita…a qualcosa che può iniziare a cambiare.

Anna Miceli

(“Quejas de bandoneón” – Aníbal Troilo)

Con Anna Miceli il racconto prende una direzione diversa, quasi opposta. Non parte da una scelta, ma da qualcosa che esisteva già, silenziosamente, dentro la sua vita. In casa, intorno, il tango, per lei, arriva prima ancora di essere cercato: “me lo sono trovato in casa”.

Sua sorella ballava da molti anni, e quel mondo le era accanto, ma ancora indistinto, quasi

Anna Miceli

lontano. “Sapevo che esisteva, ma non sapevo davvero cosa fosse”, spiega. È una distanza tipica di quell’età, quando certe cose sembrano appartenere a un altrove, a un tempo che non è ancora il proprio.

Eppure qualcosa entra subito: la musica.

Anna racconta di aver visto la sua prima esibizione nel 1997, a quindici anni, durante uno dei primi grandi momenti di diffusione del tango in Italia. È lì che colloca quella che definisce, con un’espressione molto precisa, la sua infanzia tanghera. Non è solo una memoria, ma una vera e propria stagione, fatta di immagini, suoni, racconti, viaggi ascoltati prima ancora che vissuti.

Il brano che ha scelto nasce esattamente da lì.

Quejas de bandoneón”, di Aníbal Troilo, è un tango strumentale, privo di parole, e proprio per questo diventa per lei ancora più evocativo. Non c’è un testo da interpretare, ma un suono che riattiva un intero paesaggio interiore. “Questo pezzo per me è quel periodo”, racconta, e in questa frase c’è già tutto: le prime esibizioni, i grandi spettacoli, i festival che attraversavano l’Europa e che hanno segnato una generazione di ballerini.

Il suo racconto si allarga naturalmente, senza forzature, verso quel mondo che oggi sembra lontano: un tango fatto di viaggi, di chilometri percorsi per assistere a uno spettacolo, per vedere un’orchestra dal vivo, per incontrare maestri che erano presenza concreta e non immagini su uno schermo. “Era un mondo diverso”, dice, “non c’era tutto quello che c’è adesso. Ti muovevi, lo andavi a cercare”. E in questa ricerca c’era già, forse, una forma di appartenenza.

Allo stesso tempo, però, il tango restava distante dal suo corpo. A quindici anni, il ballo di coppia era ancora legato a un immaginario che non sentiva suo, qualcosa di associato al liscio, alle balere, a un mondo adulto che non le apparteneva. “Mi sembrava una cosa da grandi”, racconta, e proprio per questo il suo ingresso nel tango è stato lento, stratificato: prima l’ascolto, poi lo sguardo, e solo molto più tardi il movimento.

Questa distanza iniziale diventa oggi una chiave preziosa. Perché le permette di restituire il tango non come un gesto immediato, ma come qualcosa che si costruisce nel tempo, che si riconosce poco alla volta.

Quando il discorso si sposta sulla musicalizzazione, il tono cambia, si fa più diretto. Anna non addolcisce il racconto e parla apertamente delle difficoltà incontrate in un ambiente che, per lungo tempo, è stato percepito come maschile. “Non è stato facile”, dice, “c’è sempre l’idea che una donna non sia all’altezza”. Non è solo una questione tecnica, ma culturale: uno sguardo che precede ancora la prova, che mette in dubbio prima ancora di ascoltare.

Eppure, accanto a questo, emerge con chiarezza un altro elemento: una differenza che non è rivendicazione, ma percezione. “Quando c’è una donna alla console, si sente”, afferma, riferendosi a una sensibilità diversa nella costruzione musicale, nella gestione della serata, nel modo di accompagnare la pista.

Il passaggio più significativo, però, arriva quando il discorso si sposta sul senso più profondo del tango, e qui la sua voce si fa ancora più concreta, quasi visiva. Non parla in astratto, ma attraverso ciò che osserva ogni giorno.

“Il tango ti dà la possibilità di riprenderti la tua vita”, dice, e subito dopo lo traduce in immagini semplici, quotidiane, ma potentissime: “Arrivi alla prima lezione e sei chiuso, poi piano piano cambia qualcosa. Un sorriso, poi un altro. Poi compri le scarpe. Poi capisci che anche tu puoi essere bello”.

È in questa progressione che si inserisce perfettamente il senso di questa edizione del progetto: non un cambiamento improvviso, ma una trasformazione fatta di piccoli passaggi, di aperture graduali, di ritorni a sé.

E la frase che lascia quasi in chiusura senza enfatizzarla, come se fosse la cosa più naturale, resta come una sintesi di tutto: “Tutti possiamo essere belli”. Non è un’affermazione estetica, ma esistenziale. È il punto in cui il tango smette di essere solo danza e diventa spazio di riconoscimento, possibilità di riscrittura.

In questo senso, la scelta di un tango senza parole non è un limite, ma una dichiarazione.
Perché a volte è proprio lì, dove non ci sono testi a guidarci, che emergono con più forza le storie che ciascuno porta dentro.

Valeria Norcia

(“Malena” – testo di Homero Manzi, musica di Lucio Demare)

Con Valeria Norcia il racconto entra in una dimensione diversa, più analitica, quasi stratificata. La sua è una voce che non si limita a raccontare un percorso personale, ma che tende naturalmente a collocarlo dentro una storia più ampia, culturale, musicale e sociale.

Il suo legame con la musica, infatti, nasce molto prima del tango.
Prima ancora della milonga, prima ancora dell’abbraccio, c’è la console.

Valeria Norcia

Valeria arriva al tango nel 2005, ma alle spalle ha già un’esperienza importante come DJ di musica elettronica e house, in un contesto, la fine degli anni ’90 , dove la presenza femminile era ancora più rara e complessa da affermare. Racconta di un ambiente fortemente maschile, in cui l’accesso stesso agli strumenti, ai giradischi, alla possibilità di provare, non era scontato. Eppure è proprio lì che si forma il suo sguardo musicale: nella costruzione, nella ricerca del suono, nella capacità di leggere una pista.

Quando incontra il tango, inizialmente attraverso il ballo, non pensa affatto di diventare musicalizadora. Anzi, il passaggio non è immediato, proprio perché manca quell’elemento tecnico che per lei era centrale: il mixaggio, la trasformazione dei brani, la costruzione attiva del suono. “All’inizio mi sembrava che mancasse qualcosa”, racconta. “Era solo una sequenza di brani”.

E invece è proprio lì che si apre un altro tipo di profondità.

Attraverso lo studio delle orchestre, delle discografie, attraverso il confronto con altri DJ e una ricerca sempre più attenta, quella che inizialmente sembrava una perdita diventa una nuova forma di costruzione: meno visibile, ma altrettanto precisa. Fino al punto in cui il tango prende il sopravvento, e tutto il resto – le discoteche, le serate, il mondo precedente – inizia lentamente a perdere centralità.

“Malena” : una frattura nella storia del tango 

La scelta di “Malena” segna chiaramente la direzione del suo pensiero.

Il tango, scritto nel 1941 da Homero Manzi su musica di Lucio Demare, non è per Valeria soltanto un brano di grande intensità musicale. È un punto di svolta.

Per comprenderlo, lei torna indietro, alle origini.

Ricorda come i primi tanghi, quelli della guardia vieja, riflettessero una società profondamente maschilista, non solo nei contenuti ma nella struttura stessa del mondo in cui nascevano: un ambiente prevalentemente maschile, dove il tango veniva ballato tra uomini o nei bordelli, e dove la figura femminile era spesso marginale, stereotipata, funzionale a una narrazione di dominio. Il compadrito, figura centrale di quell’epoca, incarnava proprio questa necessità di affermare la propria virilità attraverso il controllo della donna.

È dentro questo contesto che “Malena” introduce una frattura.

Non più una figura femminile raccontata dall’esterno, né idealizzata o ridotta a funzione narrativa, ma un ritratto poetico, complesso, profondamente umano. “È uno dei primi casi”, sottolinea Valeria, “in cui una donna viene raccontata così, nella sua interiorità”.

Malena non è un simbolo astratto: è una presenza viva, attraversata da malinconia, memoria, identità.

E quando si sofferma su un verso — “la sua voce profuma come erba selvatica” — emerge con chiarezza la chiave di lettura che propone: quella di una femminilità che porta con sé una storia, un’origine, una traccia di sofferenza che non è solo dolore, ma anche trasformazione.

“C’è dentro la periferia, c’è dentro l’infanzia”, suggerisce, leggendo in quella voce qualcosa che nasce da lontano e che si porta dietro un’impronta profonda.

Dalla sofferenza alla trasformazione

È proprio qui che il suo discorso si collega in modo naturale al senso del progetto.

Valeria insiste su un punto: non basta pensare a questi eventi come momenti di sensibilizzazione o raccolta fondi. C’è qualcosa di più, che riguarda un’azione collettiva, una responsabilità condivisa.

“Noi tutti abbiamo un compito”, afferma, ampliando lo sguardo oltre il tango. E quel compito riguarda la capacità di leggere ciò che accade oggi, di riconoscere che certe dinamiche – il patriarcato, la violenza, gli stereotipi – non appartengono solo al passato, ma continuano a manifestarsi, spesso in forme più sottili, radicate nel linguaggio, nei comportamenti, nelle aspettative.

Il suo ragionamento non è ideologico, ma concreto.

Lo riporta anche dentro il tango stesso, dove la figura femminile è stata a lungo confinata tra due poli: la musa distante, irraggiungibile, oppure la milonguera il cui valore era definito in relazione all’uomo. Una dinamica che, osserva, non è del tutto superata neanche oggi.

E proprio per questo assume un significato ancora più forte il fatto che oggi siano anche le donne a “tenere le redini della serata”, a costruire lo spazio musicale, a guidare, in un altro modo, la pista.

Nel finale, il suo pensiero si apre, senza perdere densità.

Il tango, dice, può essere uno spazio di trasformazione reale. Non perché cancelli ciò che è stato, ma perché permette un cambio di sguardo, un diverso modo di stare nel mondo.

E la riflessione che emerge è sottile ma potente: trasformare l’ “aspettare” in qualcosa di attivo, in una tensione verso ciò che può accadere, verso un movimento nuovo.

In questo senso, “Malena” non è solo un brano da ascoltare.
È una soglia.

Un punto in cui la storia del tango cambia direzione, e con essa, lentamente, anche lo sguardo su ciò che una donna può essere.

Lisa Costa

(“Jamás retornarás” di Miguel Caló )

Con Lisa Costa il racconto si chiude, non solo simbolicamente, ma anche musicalmente.

Sarà infatti lei a concludere la serata del sabato, e nel modo in cui descrive il suo ruolo si coglie subito una sensibilità particolare: quella di chi sa che gli ultimi brani sono quelli che restano, quelli che si portano a casa.

Lisa Costa

Il suo incontro con il tango nasce in modo semplice, quasi improvviso, ma con una forza immediata. Non lo conosceva prima del 2000, poi uno spettacolo dal vivo e qualcosa cambia in modo definitivo. “Mi sono innamorata persa”, racconta, e da quel momento il tango diventa una presenza costante, che cresce nel tempo senza mai fermarsi.

Anche il percorso verso la musicalizzazione non nasce da una scelta programmata, ma da una richiesta concreta. I suoi maestri avevano bisogno di qualcuno che selezionasse la musica per le pratiche, e da lì inizia tutto. Senza un’idea precisa, ma con una disponibilità che nel tempo si trasforma in competenza, esperienza, ascolto.

E proprio sull’ascolto si concentra uno dei passaggi più interessanti del suo racconto.

Per Lisa, non esiste una serata costruita a priori. Non esiste una playlist chiusa, definita prima. La milonga si costruisce nel momento, osservando, percependo, entrando in relazione con la pista. “Bisogna guardare come ballano, l’abbraccio, l’umore”, spiega, sottolineando quanto sia fondamentale adattarsi a ciò che accade in tempo reale. È una forma di attenzione continua, quasi una lettura emotiva collettiva.

E in un progetto come Il Sogno, questo assume un valore ancora più forte.

Essendo l’ultima DJ della serata, il suo compito sarà quello di raccogliere ciò che è stato creato prima e accompagnarlo verso una chiusura coerente, evitando ripetizioni ma soprattutto cercando di lasciare qualcosa che resti. “Gli ultimi abbracci sono quelli che ti porti a casa”, dice, e in questa frase c’è già tutta la sua visione.

Jamás retornarás”: quando l’amore diventa perdita di sé

Il brano che sceglie, “Jamás retornarás” di Miguel Caló, cantato da Raúl Berón , è profondamente legato alla sua storia personale nel tango. È il tango che l’ha fatta innamorare, quello che per primo le ha fatto sentire qualcosa di difficile da spiegare.

Ma non è solo una scelta emotiva.

Entrando nel testo – che lei stessa ha cercato e tradotto per comprenderlo – emerge un tema preciso: quello dell’amore tossico. Un amore in cui uno dei due si annulla, perde i propri confini, smette di esistere come individuo per mantenere l’altro.

Lisa ne parla con grande lucidità, ma senza mai distaccarsi dall’esperienza concreta.

«È l’amore più pericoloso», dice. «Perché chi lo subisce spesso non se ne rende conto subito». E qui il suo racconto si fa più denso, più reale: non è una riflessione teorica, ma qualcosa che ha visto da vicino, dentro la propria esperienza familiare.

Descrive un processo lento, quasi invisibile: all’inizio sembra tutto normale, poi qualcosa non torna, ma quando arriva la consapevolezza è già tardi, perché la persona si è già, in qualche modo, annullata.

Eppure, dentro questo scenario, lascia spazio anche a un’altra possibilità.

«O sparisci… o trovi la forza di ricominciare».

Non lo dice come slogan, ma come qualcosa che ha visto accadere davvero. E quando racconta di questa rinascita — di una persona che, dopo tanto tempo, riesce a uscire da quella dinamica — usa una parola che si lega perfettamente al filo conduttore di questo progetto: rifiorire.

Riconoscere, accompagnare, ricominciare

Il suo sguardo si sposta poi su un punto cruciale: cosa si può fare.

Non si tratta di “dire” cosa è giusto o sbagliato, ma di accompagnare, di stare accanto, di aiutare a vedere ciò che da soli non si riesce ancora a riconoscere. Perché il problema, sottolinea, è proprio questo: ciò che è tossico può diventare normale agli occhi di chi lo vive.

E allora il primo passo è rompere questa normalizzazione.

Parlare, far emergere, creare uno spazio in cui sia possibile riconoscere ciò che accade senza sentirsi giudicati. Perché spesso è proprio la paura del giudizio a bloccare, a impedire di chiedere aiuto.

“Bisogna far capire che esistono luoghi, persone, associazioni”, dice, “dove si può chiedere aiuto senza essere giudicati”. Anche solo per una parola, per un confronto, per un primo passo.

La consapevolezza come punto di arrivo

Nel collegare tutto questo al progetto Il Sogno, Lisa mette a fuoco un elemento fondamentale: la consapevolezza.

La milonga resta uno spazio di leggerezza, certo, ma non solo.
È anche un luogo in cui può nascere una presa di coscienza, un modo diverso di guardare a sé e agli altri.

E forse è proprio questo che rende significativa la sua posizione di chiusura.

Perché se l’inizio apre uno spazio, è la fine che lascia una traccia.

E quella traccia, nelle sue parole, non è fatta solo di musica o di passi, ma di qualcosa di più sottile: la possibilità, anche minima, di riconoscere, di nominare, – quando è il momento – di ricominciare.

Viva la Vita, vi aspettiamo al sogno.

Barbara Savonuzzi

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Barbara Savonuzzi
Sono autrice e collaboratrice culturale di Faitango. Veneziana d’origine, da sempre amo scrivere, leggere e lasciarmi attraversare dalla musica. La vicinanza del Teatro La Fenice ha nutrito fin da giovane la mia sensibilità e mi ha insegnato a riconoscere nella lirica il respiro dell’anima. Durante il lockdown, insieme all’amica Chiara Cecchinato, ho creato il blog “Un tango con il Tenore”. Sotto lo pseudonimo di Rosaspina Briosa ho iniziato a esplorare il dialogo tra lirica e tango, due linguaggi che, attraverso epoche e culture diverse, raccontano l’animo umano. Dal 2022 collaboro con Faitango, approfondendo la dimensione culturale del tango grazie al prezioso accompagnamento di Giuseppe Speccher ed Ernesto Valles Galmés, figure che hanno contribuito alla mia crescita e formazione. Mi occupo di interviste, reportage e approfondimenti, dando voce a chi fa cultura nel tango e contribuendo a costruirne una memoria contemporanea. Con la mia penna — che amo definire una scopa gentile, capace di far emergere la polvere luminosa dei piccoli grandi tesori del tango — cerco di restituire un ritratto autentico e attuale del tango italiano. Raccontarlo dal vivo, attraverso le voci di chi lo vive e lo custodisce, è per me una responsabilità e un privilegio: quello di restare imparziale e offrire spazio alle diverse visioni di tango che convivono oggi.

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