Giornate difficili vive questo mondo, la “terza guerra mondiale a pezzi”, definizione coniata da Papa Francesco nel 2014, descrive un conflitto globale frammentato. Non una guerra unica, ma molteplici conflitti interconnessi in diverse aree del mondo (come Iran, Ucraina, Gaza, Sudan) caratterizzati da una profonda instabilità internazionale.

Se pensiamo ad una canzone che ci racconti l’assurdità della guerra ci viene in mente Fabrizio De Andrè e la sua Guerra di Piero nel 1966:
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi
Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente
Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve
Fermati Piero, fermati adesso
Lascia che il vento ti passi un po’ addosso
Dei morti in battaglia ti porti la voce
Chi diede la vita ebbe in cambio una croce
Ma tu non lo udisti e il tempo passava
Con le stagioni a passo di giava
Ed arrivasti a varcar la frontiera
In un bel giorno di primavera
E mentre marciavi con l’anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue
E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore
E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chiedere perdono per ogni peccato
Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci in inverno
E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole
Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi
Ma il tango, il nostro tango, si è mai occupato di questo tema che ci coinvolge?
La risposta è sì: il tango parla d’immigrazione e molti migranti arrivarono in Argentina in fuga dai conflitti bellici; migliaia di immigrati europei in Argentina persero familiari e amici durante la guerra, altri decisero di tornare nel vecchio continente per combattere il nazifascismo che imperversava minaccioso nel vecchio continente.
Già nel 1932 Carlos Gardel ci chiedeva “SILENZIO” per le ferite ancora aperte che lasciava il primo conflitto mondiale, un silenzio energico, potente, intenso, presente in tutte le guerre, un silenzio assordante che vorremmo non ascoltare mai più.
Silenzio nella notte, tutto è calmo
Il muscolo dorme, l’ambizione riposa.
A dondolo una culla, una madre canta
Una canzone amata che raggiunge l’anima
Perché in quella culla c’è la sua speranza
C’erano cinque fratelli, lei era una santa
C’erano cinque baci che ogni mattina
Spazzolavano molto teneramente le sete argentate
di quella vecchietta dai capelli grigi bianchissimi
C’erano cinque figli che al lavoro andavano.
Silenzio nella notte, tutto è calmo
Il muscolo dorme, l’ambizione lavora
Si sente una tromba… il paese è in pericolo
E al grido di: Guerra!
gli uomini si uccidono…
coprendo di sangue i campi di Francia
Oggi tutto è passato, le piante fioriscono
Un inno alla vita, cantano gli aratri
E la vecchietta dai capelli sempre più bianchi
È rimasta molto sola…
con cinque medaglie
Che per cinque eroi, la premio la patria
Silenzio nella notte, tutto è calmo
Il muscolo dorme, l’ambizione riposa
Un lontano coro di madri che cantano
Dondolano nelle loro culle nuove speranze
Silenzio nella notte… silenzio nelle anime
Silencio Tango 1932
Música: Carlos Gardel / Horacio Pettorossi
C’è un tango importante, un tango che molti hanno ballato tante volte sulle piste di milonga, ma che in pochi conoscono nel suo messaggio profondo, mi riferisco a “Tormenta” un capolavoro assoluto di Enrique Santos Discepolo, per molti autori un “testo bellico (senza guerra)”, un pugno contro l’indifferenza non solo umana ma anche divina.
Negli anni trenta l’Argentina visse la cosiddetta “decade infame”; l’Europa entrava nella Seconda Guerra Mondiale, in un clima globale di paura e ingiustizia l’uomo si sentì solo, abbandonato da Dio davanti alla tragedia che si avvicinava inesorabile. Ululando tra i lampi di una tempesta interminabile, la tragedia si chiamò GUERRA.
Ululando tra i lampi,
perso nella tempesta
della mia notte interminabile,
Dio! cerco il tuo nome…
Non voglio che il tuo fulmine
mi accechi nell’orrore,
perché ho bisogno di luce
per continuare…
Ciò che ho imparato dalla tua mano
non serve per vivere?
Sento che la mia fede vacilla,
che la gente malvagia vive,
Dio! meglio di me…
Se la vita è l’inferno
e l’onesto vive tra le lacrime,
qual è il bene…
di chi lotta in tuo nome,
pulito, puro? … a che serve? …
Se oggi l’infamia traccia la strada
e l’amore uccide nel tuo nome,
Dio! ciò che hai baciato…
Seguirti è dare vantaggio
e amarti è soccombere al male.
Non voglio abbandonarti, io,
dimostra almeno una volta
che il traditore non resta impunito,
Dio! per baciarti…
Insegnami un fiore
che sia nato
dallo sforzo di seguirti,
Dio! Per non odiare:
il mondo che mi disprezza,
perché non imparo a rubare…
E allora in ginocchio,
insanguinato sui ciottoli,
morirò con te, felice, Signore!
Tormenta Tango 1939
Música: Enrique Santos Discépolo
Letra: Enrique Santos Discépolo
Versione Francisco Canaro
e considerate la differenza dello stesso brano nella versione di Carlos Di Sarli




