Lanza è stato un incontro fortuito su Facebook, un post selezionato e proposto dal motore di ricerca per coerenza tematica: lo scatto di interesse per questo “anonimo” signore sardo colto e raffinato, la lettura sia a ritroso che progressiva dei suoi pezzi sul tango (e non solo). Colpiscono la profondità e complessità delle riflessioni sul senso relazionale del ballo e sulla struttura della comunità tanguera, dalla sua origine alla sua evoluzione attuale post globalizzazione.
Giorgio non balla più: osserva, ricorda, riflette, restando in contatto con chi il tango lo organizza, pratica, insegna (che ascolta con attenzione); poi scrive con struggente nostalgia e acuta lungimiranza. Un’abile penna che condivide un bel sentire e pensare.
Lo proponiamo, anche per invitare i tangueri a seguirlo collegandosi al suo profilo FB, invito rivolto soprattutto a coloro per i quali il tango è sempre dialogo e ascolto (Lanza lo definisce “di sentimento”) e mai esibizione rivolta a chi guarda, ma soprattutto per coloro che insieme alla (e forse prima della) pratica individuale e di coppia, lo vivono come rito sociale e di condivisione collettiva. La milonga qui diviene palestra di impegno civico, incubatore di un sentire insieme, uno spazio fondativo di valori socioculturali non solo da vivere, ma da curare e presidiare. Buona lettura e buona riflessione, buona resistenza che con Lanza diviene pratica (anche politica) per difendere il tango sociale e di sentimento dall’imperio del mercato e dell’immagine.
LA MILONGA
Capitolo 1°– Il luogo e il suo costo
La milonga non è un semplice contenitore del tango.
È un luogo denso, stratificato, fragile. Un dispositivo umano prima ancora che uno spazio fisico.
Entrarvi non significa soltanto ballare, ma accettare un patto implicito: stare in relazione, esporsi, ascoltare. Nela milonga si svolge un rituale laico fatto di sguardi, attese, inviti mancati, abbracci riusciti e altri appena sfiorati. Nulla, in questo rito, è neutro.
È il luogo dell’abbraccio per il quale si ama dire che il suo valore non ha prezzo.
Ed è vero. Ma questa verità rischia di diventare comoda se dimentichiamo che l’abbraccio non accade nel vuoto. Accade in un luogo che qualcuno ha pensato, preparato, sostenuto. Un luogo che richiede cura continua.
Il pavimento che accoglie i passi di danza, l’aria che permette ai corpi di restare presenti, la musica che non invade ma accompagna, la musicalización che costruisce un clima invece di accumulare brani: tutto questo è parte integrante dell’esperienza tanguera. Non è un optional. È la sua condizione di possibilità.
Eppure la milonga viene spesso trattata come un bene “minore”, qualcosa che dovrebbe funzionare comunque, quasi per inerzia, purché sia accessibile e poco esigente. Si pretende molto, ma le si riconosce poco. Si reclama qualità, ma si fatica a sostenerla.
E in questo modo di pensare emerge una contraddizione profonda.
Il tango sociale non è un prodotto elitario, né di consumo culturale di lusso. Ma non è nemmeno un intrattenimento a basso costo, una parentesi serale priva di responsabilità.
Ridurlo a questo significa svuotarlo lentamente del suo senso più umano.
Il problema, infatti, non è quanto costa una milonga.
Il problema è se sappiamo ancora chiederci che tipo di spazio vogliamo abitare..
Esistono milonghe che offrono solo tempo e musica, e altre che offrono la fruizione di un ambiente particolare. In queste ultime qualcuno si assume la responsabilità di custodire un clima, un’etica di pista, un’idea di relazione. Non si limita a far ballare, ma crea le condizioni perché l’abbraccio del tango non diventi prestazione, consumo, accumulo di corpi.
Quando questo accade, la milonga smette di essere un servizio e diventa un luogo umano.
E un luogo umano, raro e vulnerabile, non si difende con la nostalgia né con le lamentele, ma con il riconoscimento del suo valore.
Paradossalmente, molti tangueri sono disposti a investire molto in scarpe, viaggi, festival, lezioni straordinarie. Ma esitano quando si tratta di sostenere la milonga speciale, quella vicino a casa, dove il tango non si esibisce ma vive. È lì che il tango respira o si spegne.
Difendere questo tipo di milonga non significa però renderla esclusiva.
Significa sottrarla alla logica del minimo indispensabile.
Significa comprendere che non si paga l’abbraccio — quello resta sacro e inviolabile — ma la responsabilità di custodire il luogo in cui l’abbraccio può ancora accadere.
Questo è il primo passo.
Prima di parlare di tecnica, di selezione, di degenerazione o di resistenza, occorre riconoscere la specialità del luogo. Perché senza un luogo riconosciuto come tale, il tango diventa solo movimento. E l’abbraccio, senza un luogo che lo tenga vivo, si consuma.
Vorrei aggiungere un’ulteriore osservazione:
Forse, la domanda giusta non è quanto debba costare una milonga, ma che tipo di milonga scegliamo di sostenere con la nostra presenza. Ogni ingresso pagato non è solo un contributo economico: è una presa di posizione culturale, un modo di dire che quello spazio, quella musica, quel tempo condiviso meritano di esistere.
La milonga non è un servizio da consumare né un intrattenimento da valutare in base al prezzo. È un luogo fragile, che vive dell’equilibrio tra accessibilità e cura, tra apertura e responsabilità. Quando questo equilibrio si spezza, non si perde solo la qualità di una serata: si impoverisce l’esperienza stessa dell’incontro in milonga.
Scegliere una milonga significa scegliere un’idea di tango. Significa decidere se vogliamo abitare uno spazio che tutela l’ascolto, il rispetto e la relazione, oppure limitarci a “ballare” ovunque e comunque, purché costi poco. Non tutte le rinunce sono perdite: a volte sono il prezzo necessario per difendere ciò che conta davvero.
È vero, il valore dell’abbraccio non ha prezzo. Ma perché possa accadere, qualcuno deve prendersi cura del luogo che lo rende possibile. Ed è lì, in quella cura condivisa, che il tango sociale può continuare a vivere.





Ringrazio di cuore la Rivista Tango y Gotan perché leggere una presentazione così attenta e partecipe è stato, per me, motivo di autentica emozione.
Più degli apprezzamenti, mi ha colpito il fatto che abbiate colto lo spirito con cui nascono le mie Riflessioni Tanguere: il tentativo di interrogare il tango non solo come danza, ma come esperienza umana, relazione, cultura e responsabilità sociale.
Scrivere è sempre un dialogo con interlocutori che non si conoscono. Sapere che dall’altra parte c’è chi legge con questa sensibilità è il riconoscimento più bello che chi si diletta a scrivere possa ricevere.
Vi sono grato per aver dato spazio ai miei pensieri e, soprattutto, per il lavoro che svolgete nel mantenere vivo un dibattito culturale sul tango, oggi più necessario che mai.
Con stima e amicizia,
Giorgio Paolo Lanza