LA MILONGA
Capitolo 2°/5 – La selezione silenziosa
Nella milonga non si entra mai davvero tutti allo stesso modo.
Anche quando la porta è aperta l’accesso, l’accoglimento reale avviene altrove: negli sguardi, nei tempi, nelle attese. È questa una selezione che però non si proclama, non si dice né si scrive. Eppure agisce con precisione.
Il tango sociale ama raccontarsi come spazio dedicato all’incontro e all’ascolto reciproco. Ma dentro questo racconto vive una dinamica più sottile: quella per cui alcuni corpi vengono continuamente scelti, altri tollerati, altri ancora lentamente resi invisibili. Non per cattiveria esplicita, ma per distratta abitudine.
La selezione nella milonga raramente è brutale. Anzi di solito è gentile, educata, quasi elegante. Avviene attraverso lo sguardo che scivola oltre, l’invito che “forse dopo”, la tanda che passa. Nessuno viene escluso formalmente. E proprio per questo l’esclusione è più difficile da nominare.
Questa dinamica non riguarda solo l’estetica o la tecnica carente, come si ama credere. Riguarda la posizione simbolica dei corpi data da: età, genere, reputazione, visibilità sociale, appartenenza a un gruppo, riconoscimento implicito. La milonga, come ogni micro-società, produce delle gerarchie. La differenza è che in questo ambito le graduatorie si manifestano nel gesto più intimo: l’abbraccio.
Essere scelti, ricevere un invito – nel tango – non significa solo ballare. Ha un significato più alto: quello di esistere per un’altra persona.
Essere invece ignorati, anche ripetutamente, non è un dettaglio organizzativo: è un’esperienza dolorosa che incide, che lascia tracce. La milonga diventa allora uno specchio implacabile, capace di far emergere fragilità antiche, desideri di riconoscimento, ferite mai del tutto cicatrizzate.
C’è chi attraversa la milonga con disinvoltura e leggerezza, accumulando abbracci come conferme. E c’è invece chi impara, spesso in silenzio, l’arte della resistenza: restare, osservare, anche accettare di non essere visto.
Chi attraversa queste due esperienze che convivono nello stesso spazio, sotto la stessa musica, raramente si incontrano davvero.
Il problema non è la selezione in sé. È infatti risaputo che ogni relazione implica una scelta.
Il problema nasce quando la selezione si svolge in un modo automatico, quasi inconsapevole e viene giustificata come “naturale”. E quando questo accade è perché non ci si interroga più sul proprio desiderio, ma lo si lascia scorrere lungo binari già tracciati.
In questi casi, ecco che la milonga smette di essere un luogo di incontro e diventa una sorta di mercato simbolico (ricordo al proposito una bel post dell’amico Roberto Finelli): chi ha valore circola in pista, chi ne ha meno resta ai margini della stessa. Senza violenza apparente, senza colpevoli evidenti. Ma ciò che colpisce è la ripetizione costante.
Eppure il tango, nella sua forma più profonda ovvero quella di ballo sociale, non dovrebbe avere una prassi per confermare delle gerarchie. Lo scopo sociale dovrebbe anzi metterle in crisi.
Nell’abbraccio del “tango di sentimento”, le etichette cadono, i ruoli si confondono, il corpo dell’altro smette di essere un curriculum e torna a essere presenza viva.
Allora la domanda che dobbiamo porci non è: chi scegliamo?
La domanda corretta è: sappiamo ancora perché scegliamo?
Sappiamo distinguere il desiderio vivo dall’abitudine?
Sappiamo riconoscere l’ascolto dell’altro dall’autocompiacimento?
Sappiamo cogliere il valore di una relazione rispetto alla conferma di sé?
Tutto ciò è compatibile con l’andare in milonga perché questo è un luogo potente proprio perché non mente.
La milonga ci può infatti rivelare ciò che siamo disposti a vedere e ciò che preferiamo ignorare. Sta a noi decidere se attraversarla come consumatori di attenzione o come esseri umani capaci di rischiare anche una delusione.
È, al proposito, opportuno ricordare che dove c’è selezione, c’è anche responsabilità. E senza la responsabilità, l’abbraccio del tango di sentimento — anche il più elegante — diventa vuoto di emozioni e quindi inutile.
Secondo me esiste, rispetto a tutto ciò, una possibilità di scarto, piccola ma decisiva:
un invito inatteso, uno sguardo che non cerca conferme, un abbraccio dato senza aspettative di ritorno: sono gesti minimi, quasi invisibili, ma possono avere un effetto profondo. Restituiscono alla milonga la sua natura originaria di spazio umano, non di graduatoria.
Non si tratta di “includere tutti”, né di correggere moralmente la pista.
Si tratta di abitare la nostra scelta come atto responsabile.
Perché ogni invito dice qualcosa di noi, non solo dell’altro.
Navigando in questa direzione, la selezione non scompare ma può trasformarsi da meccanismo inconsapevole a gesto di presenza, da riflesso condizionato a rischio umano.
Ed è in questo passaggio — fragile e mai definitivo — che la milonga, a mio parere, possa tornare ad essere un luogo di incontro, non solo di riconoscimento.





