LA MILONGA
Capitolo 3° Il corpo come merce
C’è un momento, nella storia di ogni milonga, in cui il corpo dei ballerini smette di essere presenza e diventa valore di scambio. Non accade all’improvviso, né per decisione esplicita.
Accade quando l’abbraccio perde profondità sentimentale ed emotiva e acquista una funzione strumentale.
In altre parole il corpo, non è più un luogo da abitare insieme al partner, ma uno strumento per confermare il proprio stato, per mostrarsi, per sentirsi desiderabili di fronte al pubblico.
Succede che la danza resti, la musica continui, ma qualcosa si sposta. L’altro non è più l’incontro generoso con una persona, ma è un’occasione egoistica per soddisfare la propria vanità.
Questa trasformazione è sottile. Si manifesta nel modo in cui si scelgono le coppie prima della tanda, nel tempo che si concede a un abbraccio prima di lasciarlo andare alla fine della tanda, nello sguardo che già cerca altrove mentre si sta ancora ballando.
Il corpo dell’occasionale partner diventa intercambiabile, valutabile, sostituibile.
Quando questo accade, la milonga assume i tratti di un mercato simbolico.
Non si scambiano denaro o oggetti, ma attenzioni, visibilità, conferme.
Alcuni corpi circolano molto nella pista, altri restano fermi ai margini della stessa.
Alcuni vengono consumati rapidamente, altri mai nemmeno sfiorati.
Questa mercificazione del corpo nel tango non ha bisogno di nudità né di esplicita seduzione. Può vestirsi di eleganza, di tecnica raffinata, persino di spiritualità soltanto dichiarata. Sono proprio queste metamorfosi che la rendono difficile da riconoscere.
Il corpo-merce non è volgare ma è sicuramente efficiente.
In questo contesto, anche la tecnica acquisita rischia di cambiare funzione: da strumento di ascolto e comunicazione col partner, diventa un capitale simbolico da spendere in milonga. Si accumula, si esibisce, si usa come garanzia di valore. Il movimento – in questi casi – precede l’esperienza dell’ascolto della musica e del partner, invece di nascere da quella situazione.
Eppure il tango, nel suo significato più profondo, va in una direzione opposta.
Il corpo non è mai solo un mezzo: in lui c’è memoria, fragilità, limite. È un luogo in cui l’altro può entrare solo se liberamente invitato, solo se generosamente accolto.
Quando tutto questo viene dimenticato, l’abbraccio resta sí formalmente intatto, ma interiormente vuoto di significato.
Esiste però una possibilità di resistenza, anche qui.
L’obiettivo può essere raggiunto attraverso gesti semplici ma radicali:
— sottrarre il corpo alla logica della prestazione;
— restituirgli lentezza, peso, ascolto;
— accettare di non essere sempre brillanti, di non dover convincere, di non dover piacere a tutti i costi;
— ballare l’intera tanda come se fosse l’unica della serata e non come un passaggio da un partner all’altro;
— restare nell’abbraccio anche quando non promette nulla;
— scegliere la qualità della presenza invece della quantità delle conferme tecniche.
Quando tutto ciò accade, il corpo smette di essere una merce e torna a essere un luogo abitabile.
E la milonga, in quei momenti almeno, ci si ricorda perché esiste.
Ma attenzione, il rischio non scompare, la tentazione del mercato è sempre lì, pronta a riemergere. Ma ogni volta che un corpo rinuncia a essere vetrina e torna a essere casa, il tango recupera la sua verità più semplice ma anche più difficile.
Sia chiaro che è lontano da me l’intenzione di farne – di quanto sin qui detto – un atto d’accusa verso chicchessia.
È solo un invito a guardare con onestà ciò che facciamo del corpo dell’altro quando lo abbracciamo.
Perché è mia convinzione che da questa scelta — invisibile ma decisiva — dipenda tutto ciò che verrà dopo.




